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LA SORGENTE DI CLEOPATRA di Manuel Paoli

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Siwa, un’oasi al confine con il deserto libico. Un luogo difficile da raggiungere, persino per lo spericolato Alessandro Magno. Un esercito persiano di 50mila uomini guidato da Cambise ci aveva già provato a raggiungere quell’angolo fertile perduto nel nulla. Ma scomparvero tutti tra le dune. Alessandro e il suo esercito si fecero più di 500 chilometri di sabbie roventi per arrivarci. L’oasi di Siwa era una tappa obbligata per le per le carovane dei cammellieri che attraversavano il deserto dall’Egitto ai porti sul Mediterraneo della Libia. Ma Alessandro, senza prendere in considerazione le più agevoli ma più lunghe carovaniere, preferì tagliare e prendere il percorso più breve. Cosa attirava laggiù il fondatore dell’impero macedone?

L’oasi è oggi famosa per la sorgente di Cleopatra, chiamata anche “Ain Juba” o “Ain al Hammam”. Si dice che quest’acqua abbia poteri magici e che faccia diventare più giovani e belli. Era questo il segreto della bellezza di Cleopatra? Ancora oggi gli abitanti e i turisti fanno il bagno in questa pozza, ormai molto sporca e assai poco igienica. Erodoto descrive le sue acque schiumanti come calde nelle serate fredde e fresche durante il giorno torrido. Un prodigio naturale. In realtà, le acque della sorgente mantengono una temperatura costante di 29°.

Ma non erano le sorgenti taumaturgiche ad attirare Alessandro. Nel novembre del 332 a.C, dopo aver sbaragliato i Persiani nella battaglia di Isso, Alessandro entra in Egitto da Gaza e arriva a Pelusio, all’estremità orientale del Delta del Nilo. Gli Egiziani lo accolgono come un liberatore. Mentre la flotta macedone risale il Nilo, Alessandro marcia con l’esercito fino a Menfi. Il satrapo Mazace gli cede la città senza colpo ferire. Il popolo lo acclama faraone. Alessandro celebra sacrifici per propiziarsi gli dei, e non trascura il bue Api, in segno di rispetto per la religione egiziana.

Alessandro riceve le prerogative regali egizie, come figlio di Amon-Ra, sovrano dell’Alto e del Basso Egitto. Ma la consacrazione definitiva lo attende in questa remota oasi ai confini del deserto egiziano. A Siwah sorgeva il santuario di Ammone, centro di devoti pellegrinaggi. Lo scrittore greco Callistene sosteneva che Ammone non era altro che il nome locale di Zeus e il suo oracolo era consultato con venerazione anche dai greci, che raffiguravano la divinità come un uomo con le corna di ariete.amon-zeus

Anche Alessandro e il suo esercito rischiarono di smarrirsi nella desertica depressione di Qattara, ma gli dei, che abbandonarono Cambise, erano dalla parte di Alessandro e gli inviarono due corvi a indicare la pista che conduceva al tempio di Ammone. Giunto al cospetto dell’oracolo, all’interno della più profonda camera del santuario, il macedone si trova davanti non una statua bensì una pietra dove scintillano degli smeraldi. Quando un pellegrino enuncia il suo quesito, i sacerdoti manovrano la portantina dorata a forma di nave su cui è posta la pietra e ricavano dai movimenti il responso divino. Ad Alessandro viene rivelata la sua origine divina e il suo destino di dominatore del mondo. Lo storico romano Giustino insinua che Alessandro abbia corrotto i sacerdoti del tempio perché l’oracolo lo proclamasse figlio del dio Ammone-Zeus (“Alexander cupiens originem divinitatis adquirere…per praemissos subornat antistites, quid sibi responderi vellet”). È la religione, bellezza. O forse è la politica. Anche a quei tempi i confini tra i due ambiti erano molto sottili.

Una volta consacrato essere divino e faraone legittimo, Alessandro si concede  una gita alle sorgenti di Ain el Hamman…Le acque spumeggianti che lambiranno due secoli dopo il corpo seducente di Cleopatra lo rimisero forse in forma, dopo tanto deserto, ma non gli concessero una lunga vita, come del resto non la concederanno a Cleopatra. Alessandro morì forse avvelenato a trentatrè anni, Cleopatra si suicidò a quaranta. La sorgente di Siwa e l’oracolo di Ammone declinarono a partire dagli anni in cui il cristianesimo divenne religione ufficiale dell’impero romano. Quando gli arabi conquistarono la regione dove viveva il popolo berbero degli Amazigh, gli abitanti nascosero i loro tesori e se la diedero a gambe, lanciando anatemi per proteggere i loro beni dai predatori. Dopo un lungo esodo attraverso le sabbie del deserto giunsero all’oasi di Siwa, dove intorno alle sorgenti fiorivano ulivi, palme e alberi da frutto. Qui la tribù degli Amazigh conservò la sua prospera indipendenza per secoli. Oggi l’oracolo è muto e il tempio di Ammone è ridotto a un cumulo di fastose rovine, ma la sorgente, circondata dalle palme, zampilla ancora come ai tempi di Alessandro Magno.

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