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LA RESISTENZA DI UN MONUMENTO: CERTALDO 1981-2015

LA VASCA DEL MONUMENTO ALLA RESISTENZA DI CERTALTO

 

MONUMENTO ALLA RESISTENZA DI CERTALDO

Restauro, restyling o demolizione? Queste le tre possibilità ventilate dal Comune di Certaldo per il monumento alla Resistenza in piazza della Libertà, inaugurato il 4 aprile 1981 e oggi molto degradato per l’incuria degli uomini e i guasti del tempo. Gli autori del monumento, Silvano Salvadori e Siliano Simoncini, si battono per salvare e ripristinare l’integrità dell’opera danneggiata, che custodisce non solo un pezzo di storia locale ma la memoria di un episodio su cui si fonda l’identità della Repubblica Italiana.

L’architetto Silvano Salvadori, coautore del progetto, illustra significati e struttura del progetto:

                                      “L’intento della commemorazione non fu quello di offrire un ‘inutile’ monumento (la solita stele o gruppo plastico a ricordo), ma un percorso-memoria che, pur nella disattenzione, comunicasse alla nostra esperienza quotidiana i VALORI  del ‘resistere’. Un monumento come arredo urbano; come giardino murato che non occupa, ma moltiplica gli spazi gioco della piazza. Il tema del concorso era la celebrazione della Resistenza e dei 4 partigiani certaldesi uccisi. Quale elemento poteva meglio rappresentare il concetto di Resistenza, di sacrificio, di dura opposizione? Bisognava fuggire la retorica monumentalista del partigiano caduto, delle armi spianate, del filo spinato ecc.

E poi: è davvero finita la Resistenza? Essa è un momento eccezionale della Storia o è un impegno che deve essere sempre operante dentro di noi?

Il monumento si presenta come un’opera plastico-architettonica, un percorso tessuto con vari materiali (cotto in listelli, pietra grezza, porfido, graniglia di marmo verde e di marmo bianco, granito, mosaico vetroso, cotto, calcestruzzo, superfici colorate in resina epossidica ecc.) a ricordare la ricchezza estetica delle superfici che dovrebbero costituire il contorno urbano, oggi affogato nel grigio dell’asfalto e nei banali materiali dell’edilizia.

Dislivelli nei piani di calpestio, tagli diagonali, piani inclinati, feritoie e cannocchiali visivi invitavano ad usare questo oggetto liberando al contempo i nostri convenzionali modi di ‘stare’ nel giardino. Tutti gli alberi esistenti sono stati salvaguardati ed anzi il progetto li ha inglobati facendone quasi da sentinelle per il percorso.

PERCORSO: perchè solo rifacendo in prima persona sulla nostra pelle la strada dalla guerra alla liberazione, possiamo poi dire veramente di aver superato, in consapevolezza e nella nostra coscienza, quei fatti, e superarli non solo fermandosi all’oggi, cioè all’acquisito sistema democratico, ma superarli per saltare in un futuro ancora migliore.

Una frase, è stata scritta lungo il monumento:

“NELLA RESISTENZA IL DOVERE DELLA SPERANZA”

Cioè: la speranza non è un’opzione, un sogno, un anelito, un sovrappiù dell’impegno politico. La speranza è un dovere, un impegno categorico a far sì che all’idea seguano i fatti. Non dobbiamo mai di-sperare, perchè ciò vorrà dire arrendersi; ricordando chi ha dato la vita, noi ci dobbiamo porre al cospetto  di un exemplum che non possiamo tradire; ‘monumento’ è ammonimento, duraturo ricordo.

Percorso, via, pellegrinaggio nella storia.

Ecco il primo tratto;  leggermente incassato si avvia dal lato opposto del giardino: è una strada a listelli di cotto, come quelle del vecchio centro storico di Certaldo alta; la strada della storia che è improvvisamente interrotta da un cuneo minaccioso di pietra che la tumula. Qualcosa ci sta roteando contro: una lucida follia umana.

Non rimane che uscire dalla retta via, non rimane che scendere anche noi in trincea e perdere il consueto orizzonte.

Si scende allora in una trincea semicircolare e su di noi incombono tre grandi macine (da grano, da olio, da calce), mentre un’altra, gigantesca (da cartiera) sembra rotolarci incontro nel tratto in cui la trincea risale verso un’area sopraelevata. Le quattro macine ricordano i quattro partigiani di Certaldo uccisi: con la loro massa sassosa,  con la loro fatica, con il tanto lavoro consumatosi sulle loro pelli, cariche delle tante preghiere che il popolo ha loro tributato sperando che stillassero qualche litro, qualche chilogrammo in più dei sudati prodotti. Chi più di loro ha resistito ed ha sopportato il duro lavoro, chi più di loro si è eroso nella resistenza? Ognuna, fra l’altro, rappresenta una delle attività economiche rilevanti nell’area della Valdelsa in cui sorge Certaldo, lungo il fiume.

Le ho trovate abbandonate nella campagna, povere reliquie della civiltà del lavoro: lungo il fiume anche loro, buttate via in un campo, in un ciglione vicino ai mulini.

Povere reliquie: occorre riscoprire la loro dignità, umile, silenziosa, “passata”;  la stessa dignità che hanno le misere ossa dei morti per la libertà.

Risollevate e issate in bilico su quel muro di cemento della trincea, esse mostrano la loro intrinseca bellezza: bellezza di pelli diverse, bellezza di rughe (disegni) diversi; diverse, come gli uomini. Antiche, come il desiderio di libertà degli uomini. Mai dome, come lo spirito che regna negli uomini che anelano alla memoria di sè.

In bilico, possenti sui nostri capi, inclinate in modo da  lasciare feritoie ai loro lati come quelle dei fortini militari; esse, le vittime.

Noi riviviamo il dramma del loro innalzarsi al cielo sul muro per rotolare di nuovo; il muro è il muro della fucilazione e ai loro piedi, là ove sgrondano le acque meteoriche della fossa-trincea c’è una griglia a forma di stella: la fogna della ‘purgazione’ del pianto-acqua è la stella di una nuova nascita.

Il percorso prende a salire e troviamo una finestra spezzata, dalle inconfondibili modanature architettoniche del ventennio. Incastrata in essa è stata messa una inferiata a nodi, anch’essa recuperata in una discarica a Certaldo e (miracolo!) portante ancora le sbrecciature di pallottole. Dunque è come se fossimo in prigione anche noi.

Ma dopo questa esperienza ‘su di noi’ della guerra (trincea-fucilazione-prigione), gli eventi sono maturi per una ‘nostra’ resurrezione: e dal percorso si sale ad una piazzola superiore che ha al suo centro una fontana.

E’ la piazzola della pace, della socialità ritrovata; una panchina murata ci invita a sederci; l’acqua della sorgente scende da un rivo-canale nella vasca semicircolare tutta blu e decorata da un grande arcobaleno e dal riflesso, dipinto, di due uccelli. Da quassù, riguardando indietro il percorso, possiamo riflettere sul passato.

L’acqua sgorga da quella che era una antica bocca di tino in pietra, anch’essa memore dei sacrifici del lavoro, con la sua ionica bellezza, con il suo essere contorno di un vuoto che è ‘il tutto’. Nel lato del primo tratto d’acqua è la frase “Nella Resistenza il dovere della speranza”. Di fronte è la piazzola divisa in sette strisce di graniglia bianca e verde, separate da strisce di granito rosso lucido che si concludono parimenti con sette piani inclinati (in cui era prevista una incassatura “a giorno” di bacini vitrei dei sette colori principali).

Le piazzole sono anche un modo di stare, di giacere, di sedersi.

Dopo non rimane che riprogettare il futuro. Ed ecco il percorso della fantasia: una scacchiera con una tavolozza di 64 colori a mosaico vetroso, divisi in caldi-freddi e a saturazione-imbrunimento. Tale superficie si presta a innumerevoli giochi basati sulla scacchiera; qui dunque vanno ritrovati i giochi di un’infanzia eterna, rinata.

Finalmente avremo nuovi alfabeti e parleremo nuovi linguaggi, moltiplicati nelle inflessioni cromatiche, ricchi più di quelli che parlavamo nella grigia città dell’oggi.

Nuovi linguaggi per nuovi uomini-fanciulli che è lecito sognino culle di utopia.

Così, saltando di colore in colore la rigenerazione ci attende.. .. potremmo anche noi, forse passare da quei tubi ombelicali che, di nuovo, ci facciano precipitare nell’infanzia, nel mondo in cui i miti vincono e il male è estirpato e non ha patria.

Nell’ultima parte del percorso dei tubi in cemento in cui passare, immettevano nella sabbiera, (oggi eliminata), suggerendo il cordone ombelicale di una rinascita.”

 ARCH. SILVANO SALVADORI

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