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LA POESIA PURA DI DE LIBERO

Alberto Savinio, ritratto di Libero De Libero

Alberto Savinio, ritratto di Libero De Libero

De Libero passa per un surrealista, o per lo meno, entro il corso complesso e misto dell’ermetismo, per un alveo più vaporoso e divaricato di quella corrente. Ma la poesia pura di De Libero è ben diversa dall’associazione automatica dei surrealisti. Se la sua vocazione appare a prima vista una spontanea vena analogica e la sua poesia un affollarsi di immagini intorno a un fecondo nucleo di archetipi, il Surrealismo, come movimento dotato di idee fondanti, innalza al più un argine culturale alla spontaneità lirica del flusso metaforico di De Libero , che sgorga in origine dalla sorgente di Ungaretti e Quasimodo. E semmai il suo surrealismo prende un corso diverso rispetto all’indefinita durata della composizione atonale e alla “poésie ininterrompue”. De Libero tende a preferire accordi consonanti, coaguli di significato e clausole che riordinano e ricapitolano in chiave maggiore il flusso lirico, di cui costituiscono il classico congedo, l’armonia risolvitrice.

Sia frutto di compromesso tra l’eversione del surrealismo ortodosso e il bisogno di compiutezza della tradizione italiana (e dell’ermetismo più formalista in particolare), sia modo connaturato di governare l’onda spesso ribelle della lirica analogica, l’epigramma s’incastona così volentieri nel fluido versificare di De Libero che più tardi diventerà in lui forma autonoma. Si pensi già al titolo di Proverbi, e poi a Eclisse dagli echi alessandrini.

Mentre altrove, già in Solstizio degli anni ’30, dopo le finzioni cantilenanti dei versi forbiti e immaginosi, subentrano i moduli concentrati e le epigrafi finali, dense e purificate. La poesia di De Libero sembra prorogare l’affioramento di un tema centrale, continuamente rinviato da un proliferare digressivo di tropi che impegnano tutta l’attenzione del poeta, sopraffatto dallo sgorgare delle parole che egli non sembra mai estrarre a fatica da un nucleo di sentimenti preliminari, se non quando, per ingerenza del suo orecchio, vi si avventa per cavarne puro colore ovvero pura musica, incitando connubi strepitosi di sintagmi contronatura. Tra questi gorghi strabocchevoli, ecco che ogni tanto si isolano pochi versi, sillabati appena, di stremata rifinitura. In una poesia come Sopra un mattino, tra le piroette dei versi, lubrificati da un tono facile e da una disinvolta paratassi, si condensa un distico in relazione apparente solo con se stesso, relitto di un poema interiore sottaciuto e che per caso si dona alla grazia dell’espressione:

La fermezza dell’aria i giorni miei

Ai giorni di un albero somiglia

Uno dei migliori esempi, appunto, di stacco epigrammatico. Ma altri, più atteggiati, in diverse composizioni: Annunciazione “Sui rami scrollati/l’ultimo frutto appare”, Idillio: “La morte e io/ come le facce d’una medaglia”; Viaggio: “…è colore della mia pelle/il ricordo di te”.

Nelle prime raccolte, quando trattava l’epigramma come genere letterario e non come categoria e tono poetico, ne risultavano smunti quadretti d’arcadia, depauperati dal rigoglio visionario senza per questo acquistare vigore. Rimaneva una stilizzazione inerme e un decantamento astratto e scialbo, tra archeologia bucolica e idillismo scaltrito dalla “callida iunctura” delle parole.

Ma proprio tra quei versi se ne legge uno dei più belli: “estuoso allarme alle braccia”, sgargiante senza dubbio, ma frutto di una audace condensazione che intensifica le immagini, altrove o troppo rarefatte o troppo imbottite di analogie. Qui la definizione è netta, il suono ha un’acustica impeccabile. Il verso sembra sondare spazi smisurati e luci invisibili all’occhio umano, di cui si tenta di riprodurre l’ignota lunghezza d’onda, senza dover cercare appigli mimetici o giustificazioni sentimentali al canto.

Per ogni mattino

un braccio alla distanza

È in lampi e impennate come queste che l’apporto di De Libero alla lirica italiana è inconfondibile. Tuttavia, a volte ascensioni fulminee del verso: (“E tu l’ala splendida levi/in una furia di luce”, Notte e giorno, da Proverbi) spesso non portano a nessuna vetta. Se il suo discorso è spesso alto e si sospende su un pausato sottile, tuttavia spesso non approda dove ci si aspetterebbe e pare che si lasci appagare dalle prime scintille che l’attrito insolito delle parole produce, senza attendere la fiamma.

Ritornando a Solstizio, troviamo invece un concorrere delle energie, un sostenersi a vicenda di frasi e melodie, concentrate a un fine di testimonianza e di definizione, spogliate da svolazzi che spesso soffocano la vera voce del poeta.

Mattina d’estate

Ella dorme.

Nasce la luce dal suo corpo

Sulla lenta pietra del sonno

Disteso, ai capelli è ferma la notte

Che era a un esilio opportuna

La mano straniera alla mia

(La mano straniera)

Il colore interminabile che abbagliava e si rimandava da una superficie all’altra, qui arretra in alone, in contorno che dà luce, cioè chiarezza. È strumento di conoscenza, non un semplice lumeggirare pittorico. È poesia.

 

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