A CENA CON GLI IGBO IN NIGERIA di Alessandro Torsoli

Come seconda tappa del mio viaggio intorno al mondo scelsi un paese appena un poco più caldo della fredda Germania : la Nigeria.

Avrei avuto intenzione di starmene per quindici giorni in panciolle, in uno dei tanti stabilimenti balneari di Lagos, città più popolosa della Nigeria e, fino al 1991, anche capitale di questo Stato. Ma il viaggio cominciò subito col piede sbagliato.

Quando arrivai a prenotare il volo , scoprii che durante il periodo che avevo scelto per andare in Nigeria, tutti i voli per Lagos erano stati già prenotati. Così mi detti da fare e trovai comunque un volo per la Nigeria. Solo che invece di avere come destinazione Lagos , il mio volo aveva come destinazione Abuja, attuale capitale nigeriana, distante da Lagos  più di 500 chilometri in linea d’ aria.

Quindi mi preparai i bagagli con tutto il necessario per sopravvivere su una spiaggia e li munii anche di un vocabolario di lingua igbo che, nella zona della Nigeria dove stavo andando, è la lingua più parlata. 

Appena atterrato in terra africana, svolsi tutte le noiose pratiche di sbarco e mi affrettai ad uscire da quell’aeroporto il più velocemente possibile, per non rischiare di rimanere schiacciato dalla folla.  Una volta fuori mi misi a urlare:” Ugbọala “, che in lingua igbo vuol dire letteralmente “veicolo”. Alla fine un tassista si avvicinò e acconsentì ad accompagnarmi dove volevo. Ovviamente tutto ciò glielo dissi in inglese, non certo in lingua locale.

Proseguimmo per tutta la durata del giorno sulla A2 Nigeriana, ma ormai si era fatto tardi e il mio conducente mi disse di dover tornare in sede. Io gli chiesi se poteva accompagnarmi in un noleggio auto. Tanto per non rimanere appiedati. Egli acconsentì e , dopo avermi accompagnato, mi ringraziò. Ci credo, questo scherzetto mi è costato ben 50000 naire nigeriane: circa 150 euro.

Così noleggiai un ‘auto e comprai un navigatore e una tanica di benzina. Fatto ciò, raggiunsi un’area di servizio e, coperto da alcuni asciugamani, mi coricai sui sedili posteriori. Fu la peggiore notte di tutta la mia vita. Fra l’ansia e gli ululati non riuscii a chiudere occhio per tutta la notte.

La mattina dopo ripartii alla volta di Lagos , ma mi ero dimenticato un piccolo, ma fondamentale dettaglio: il navigatore in lingua igbo. Mi misi a litigare col navigatore per tutta la durata del viaggio e finì che sbagliai strada.

Mi ritrovai in un campo sperduto, circondato solo dal nulla. Era frustrante. Stavo provando a chiamare qualcuno col mio cellulare, ma ovviamente non c’era campo. Stavo per cadere in delirio, quando si avvicinarono al mio veicolo degli strani figuri.

Avevano addosso delle maschere e parlavano una lingua incomprensibile. Si avvicinarono all’auto ed iniziarono a farmi alcuni gesti che sembravano voler dire :”Seguici “. Io presi i bagagli e li seguii buono buono.


Camminammo per un po’ e infine giungemmo in un pittoresco villaggio. C’erano molte persone che si soffermarono a guardarmi incuriosite.

Ma la maggior parte di esse continuarono imperterrite a svolgere i propri lavori. C’era chi trasportava grandi brocche contenenti acqua , chi suonava strani tamburi o pifferi, ma la cosa della quale rimasi più stupito fu vedere alcune persone che, inginocchiandosi davanti ad un crocifisso, si facevano il segno della croce. Smisi di crucciarmi di fronte a ciò che avevo davanti, quando fui portato dentro una casupola.

Di fronte a me c’era un uomo che, a mio avviso, non aveva niente a che fare con le persone che avevo visto in precedenza. Ma poi capii perché mi avevano portato proprio da lui. Colui che avevo davanti era un ricercatore di etnologia, venuto lì per studiare quella tribù. Ma soprattutto era l’unica persona in grado di capire ciò che dicevo. Gli spiegai in inglese il mio problema e lui mi rispose che mi avrebbe aiutato, se avessi avuto la pazienza di aspettare il mattino dopo, perché ormai si stava facendo sera.

I miei “rapitori” si adoperarono subito e mi trovarono una piccola casupola dove trascorrere la notte.

Dopo cena , io e il professore ci mettemmo a fare due passi intorno a quel modesto villaggio. Preso dalla curiosità, chiesi al professore cosa sapesse a proposito di quel popolo. Lui fu ben felice di rispondermi. Evidentemente non parlava con qualcuno che conosceva la sua lingua da molto tempo.

Mi disse che gli Igbo, perché così si chiamavano gli abitanti di quei luoghi, costituivano circa il 17% della popolazione nigeriana e vivevano principalmente nel sud-est della Nigeria. Ma gli Igbo erano presenti anche in stati limitrofi come il Camerun e la Guinea Equatoriale, per un totale di circa 50 milioni di abitanti.

Mi parlò anche un po’ della storia travagliata degli Igbo. Del fatto che essi siano stati deportati negli USA come schiavi e che, più recentemente, abbiano affrontato una sanguinosa guerra. Combatterono per fondare un loro stato indipendente, un po’ come i Curdi. Ma non riuscendovi, subirono discriminazioni e violenze. Seguirono anni di grande miseria, prima della ripresa. Infatti la Nigeria nel 2012 è riuscita ad avere un PIL superiore perfino a quello del Sudafrica.

Mi ha messo al corrente su cosa avrebbe dovuto affrontare il mio stomaco quella notte: platani fritti e manioca Garri. Due dei tanti prodotti tipici della Nigeria . Infatti proprio gli Igbo vivono principalmente della coltivazione di patate, manioca e taro.

Mi ha insegnato il modo in cui gli Igbo misurano il tempo. Un anno è costituito da tredici mesi, ogni mese ha al suo interno sette settimane e ogni settimana ha quattro giorni. L’ultimo mese ha un giorno in più per un totale di trecentosessantacinque giorni.               

Mi ha spiegato che tipo di strumenti erano quelli che avevo visto prima di entrare e il perché delle maschere che indossavano gli Igbo. All’interno della loro cultura, il genere musicale più diffuso è quello dell’highlife , un genere nato originariamente in Ghana. Ma c’è anche una parte di strumenti tradizionali. Ci sono gli strumenti a percussione come l’udu, l’ ekwe e l’ igba. C’è l’opi , uno strumento a fiato , e l’ ogene, una pseudo campana di metallo. 

Gli Igbo sono anche dei maestri nella fabbricazione di maschere di legno, usate principalmente nelle ricorrenze religiose e nelle festività.

Ed infine mi spiegò anche il perché avevo visto alcune persone farsi il segno della croce. Anche se è presente una minoranza ebraica, la maggior parte degli Igbo è cristiana a causa della colonizzazione per mano degli inglesi. Però la religione originaria era l’ Odinani, un’altra religione monoteista che aveva in Chukwu, il grande spirito, il signore e creatore supremo del mondo e dell’universo.

Dopo aver chiacchierato a lungo , presi congedo e mi avviai verso il mio “domicilio”. Si era fatto davvero molto tardi e il giorno dopo c’erano molte cose da fare.

Mi svegliai di primo mattino , ma fui comunque l’ ultimo a svegliarmi , dato che tutti gli altri si erano svegliati all’alba. Saltai la colazione perché non ci tenevo particolarmente a sorbirmi un altro giro di platani fritti. Mi feci riaccompagnare nel luogo dove era ubicato il mio veicolo , ma prima di partire decisi di lasciare un piccolo regalino ai miei nuovi amici Igbo. Un bel vocabolario Igbo-Italiano. Così  la prossima volta che un mio connazionale  si perderà in Nigeria tra gli Igbo, riuscirà a cavarsela.

Salutati tutti, ripartii. Ma stavolta la direzione non era Lagos , bensì era l’ “aeroporto Internazionale Nnamdi Azikiwe” di Abuja. L’aeroporto dal quale ero partito. Decisi di attendere lì il prossimo volo con destinazione Italia e decisi anche che non avrei mai più messo piede in Nigeria per nessun motivo.

 

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