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LA MENZOGNA DI FERRO di Stefano Ravaglia I parte

 

AuschwitzViaggio ad Auschwitz e Birkenau 

Prologo

Il paesaggio circostante sarebbe più consono per una gita fuori porta. Tovaglie, ceste piene di leccornie, e la voglia di godersi questa assolata giornata di inizio luglio. Attraversiamo la campagna fuori da Cracovia, il giallo ocra del grano si mischia alle coltivazioni di ortaggi di un verde brillante. A intervalli regolari, case, tante, tetti spioventi tendenti al rosso e grandi balconi. Alberi, boschi, cespugli, qua e là qualche giardino in fiore. Ma lo schermo pieghevole che staziona in alto, appeso al soffitto davanti a me, non ha colore. Nessun prato verde, nessuna valle sconfinata. Immagini di perdizione, dolore, morte, abbandono, riprese scellerate di persone vestite di un pigiama a righe.

Guardare fuori, osservare il trionfo della natura e poi alzare lo sguardo e trovarsi il volto scavato di un signore di 42 anni che in realtà ne dimostra una sessantina, è un brusco contrasto che riporta l’attenzione sul vero significato di questo tragitto. Sono su quello che non è un vero e proprio pullmino ma un furgone adibito come tale, nero, con sedili in pelle nera, che alle 8:10, con cinque minuti di anticipo, mi ha atteso fuori dall’albergo per portarmi a visitare il complesso dei campi di concentramento di Auschwitz-Birkenau.

Oltre all’attesa condita da un pizzico di ansia per ciò che sto per vedere, ho riflettuto molto nei giorni precedenti sui crismi di questo viaggio. Su un comodo sedile, con un gentile conducente, un giovane ragazzo polacco dai capelli a spazzola, su un mezzo confortevole, insieme ad altri visitatori come me che stanno seguendo in religioso silenzio quel documentario proiettato sopra le nostre teste. L’unica voce che si sente, delicata ma costante, è quella del narratore che snocciola in inglese la terribile parabola della deportazione di massa durante il secondo conflitto mondiale.

La mente e il cuore sono attraversati quasi da un certo imbarazzo se penso che questi stessi chilometri sono stati percorsi da migliaia di innocenti come noi, ma su vagoni piombati, senza acqua o assistenza, senza nemmeno finestrini grandi abbastanza da poter scorgere quella campagna fatta di grano e coltivazioni che in quei giorni probabilmente somigliava più a una desolante e vasta pianura muta e grigia, come il cielo che la sovrastava.

Non c’erano colori in quei giorni, quelle rotaie su cui sferragliavano vagoni che partivano pieni e tornavano vuoti, avevano come unica destinazione il vuoto stesso, il confine tra la vita e la morte, il capolinea della speranza. Viaggi estenuanti, che duravano una settimana nel migliore dei casi, mentre noi, dopo un’ora e mezza, saremo già a destinazione. Ci sono arrivato “preparato” qui. Perché forse è meglio indottrinarsi un po’ prima di giungere in un luogo che potrebbe stravolgere il tuo modo di vedere le cose. E’ stato un anno in cui ho approfondito e analizzato costantemente il tema dell’Olocausto.

L’ho vivisezionato, scomposto, mi è entrato dentro. Sin da quei tre giorni a Berlino in solitaria, in cui ho passato il mio sguardo attento sulla “topografia del terrore”, un sito a cielo aperto nel luogo dove una volta sorgeva il quartier generale della Gestapo, che con foto e documenti esposti in pannelli di vetro racconta l’ascesa dello scellerato partito nazista e di tutte le sue barbariche conseguenze. Ho preso in mano libri, letto articoli.

Sono stato a Roma, in via Torquato Tasso, sede centrale dell’occupazione tedesca della Capitale tra il 1943 e il 1944. Cruda, diretta, la testimonianza. Un palazzo di quattro piani, se non ricordo male, dove prigionieri e dissidenti venivano rinchiusi in piccole stanze, torturati, interrogati, persone spogliate di ogni dignità contro le quali si accaniva quel perentorio e duro accento tedesco. C’è una grande stanza che ospita una mostra sull’eccidio delle Fosse Ardeatine, c’è il generatore elettrico che è ancora quello di quegli anni, così come le porte con gli spioncini, i rozzi lavandini, le sbieche scritte di fortuna che i reclusi provavano a tracciare con le loro mani disperate sui muri di quelle cellette.

Ho sfogliato le pagine di Primo Levi, mi sono chiesto Se questo è un uomo, ho ripercorso il tortuoso viaggio di ritorno con La Tregua e ho capito la psicologia e le dinamiche di comportamento nei lager con la sua opera a mio avviso più riuscita, I sommersi e i salvati.Anne-Frank

E mi sono innamorato di Anna. Non una ragazza qualsiasi che si può incontrare fuori dalla scuola, o, per quelli più grandicelli come me, una sera in discoteca, ma una ragazzina già adulta che per due anni non ha potuto quasi mai vedere la luce del sole dalle finestre serrate del suo nascondiglio a Prinsengracht numero 263. Sono trascorsi quattro mesi da quel viaggio ad Amsterdam in cui, una assolata mattina di marzo, durante le festività pasquali, quei locali sinistri e ora vuoti ai quali si accede tramite un paio di vertiginose scale, li visitai anche io.

Il diario di Anna Frank è il libro che mi ha colpito di più, tra tante altre storie, tutte di pari valore e dignità, che la persecuzione degli ebrei ha portato alla luce. Ecco, oggi, su questo pullmino da non più di sedici posti, rivivo quell’attesa, quella sana e mai spasmodica curiosità, quel bisogno di essere testimone che attraversava i miei pensieri in Olanda. Amsterdam e Oświęcim, Primo, Anna, Eva e Miriam, o Andra e Tatiana.

Tutti nomi che oggi sentiremo nominare, ma non posso ancora saperlo. C’è il sole qui, come c’era quel mattino ad Amsterdam. Almeno, nei momenti solenni del ricordo e della testimonianza, la luce torna a splendere.

 

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