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LA MENZOGNA DI FERRO di Stefano Ravaglia parte II

auschwitz-birkenau

Auschwitz I – campo base

Ci fermiamo in un grande parcheggio. Intorno a noi altri pullman, macchine e via vai di persone. Non è consentito mangiare all’interno del campo, e io che il giorno prima avevo acquistato appositamente una sacca dentro cui riporre qualche snack, sono costretto ad armarmi del mio solo marsupio. Seguiamo il ragazzo dai capelli a spazzola (il nome proprio non lo ricordo e non credo di averlo mai nemmeno chiesto)  percorriamo un viale alberato.

Notiamo subito, sulla destra, una fila di pannelli. Ci poso sopra lo sguardo di sfuggita, non è previsto al momento fermarsi e osservare, magari lo faremo a fine visita. Manco a dirlo, la mia attenzione è rapita dal pannello su cui è stampato il volto sorridente di Anna Frank. Ma, come detto, non si può indugiare e così quando il nostro autista ci riunisce intorno a lui per spiegarci logisticamente come funzionerà la visita in uno spiazzo adiacente all’ingresso, lo ascoltiamo con attenzione.

Ci dice che la visita durerà un paio d’ore, che da quella parte potremmo prendere il bus per Birkenau (è circa tre chilometri distante da Auschwitz), seconda tranche della nostra visita, dove lui ci aspetterà per riportarci a Cracovia. Stavolta è tutto vero. Non ci sono finte promesse come:

“Rivedrete i vostri familiari all’interno del campo”,

“Prima però fate una doccia”,

“Non vi preoccupate, vi piacerà qui”.

La mia mente infatti nel frattempo vive una sorta di parallelismo: penso a ciò che accadeva in questi stessi metri quadrati più di settant’anni fa. Nessuna guida da seguire, nessuna sacca o zainetto da portar all’interno. O meglio, grosse e scure valigie c’erano, fatte preparare subdolamente dai gerarchi che bussavano a notte fonda o all’alba di casa in casa, in tante città d’Europa, per estrarre famiglie disperate e innocenti dal loro nido e condurle verso il nulla. Valigie che appena i malcapitati scendevano da quei vagoni piombati, venivano immediatamente confiscate.

La direzione da seguire oggi è quella che ci porta al punto in cui attendiamo la nostra guida, e non verso gli spogliatoi o le camere a gas verso cui venivano indirizzati i prigionieri a seconda che il braccio dell’ufficiale preposto indicasse destra o sinistra. La maggior parte erano anziani e bambini, braccia completamente inutili all’impietoso lavoro che attendeva i detenuti. Che imponente organizzazione, quante persone intorno a noi.

Attraversiamo un metal-detector, ritiriamo audio-guide e cuffiette, ci appiccichiamo addosso un’etichetta rossa (c’è scritto ITALIANO) che è irrisoria in confronto a quei terribili numeri marchiati sulle braccia dei deportati; spingiamo un po’ con la mano e un po’ con il bacino il tornello girevole, l’ultimo “step” prima di trovarci faccia a faccia con quella grande menzogna di ferro che sovrasta l’ingresso: ARBEIT MACHT FREI.

O meglio, non vi siamo proprio così vicini, la scorgiamo in lontananza. Prima deve arrivare chi ci prenderà per mano in questa visita. E arriva. Si chiama Michele, camicia azzurra, pantalone lungo, scarpe comode come le nostre, pur nella sua impeccabile professionalità, perché ci sarà da camminare molto. E’ un signore di mezza età, abbastanza magro, buon aspetto, giovanile nei modi e in quel carisma che scopriremo essere una dote fondamentale se si deve portare quotidianamente in giro centinaia e centinaia di persone in questi seriosi e solenni sentieri. All’altezza del colletto di quella camicia spunta un microfono, ci spiega come accendere i nostri dispositivi in tal modo che sentiremo la sua voce irradiarsi nelle nostre orecchie.

Dopo aver accennato un “Mi sentite?”, ecco le sue prime parole, che mi colpiscono immediatamente: “Questa non è un’attrazione turistica. Questo è un cimitero. Un cimitero senza tombe. Per cui cerchiamo di comportarci in modo consono”. Ricorda che è consentito fotografare, ma senza flash. Dovrà ripeterlo più volte, alcuni non hanno recepito il messaggio. Il nostro gruppo è misto. Una coppia adulta, una famiglia con un bimbo che non avrà più di due anni, qualche signora avanti con l’età, io e il mio amico, e una bambina con la madre. Lei è un po’ più grandicella. Si chiama Azzurra, non piange e nel suo silenzio educato misto a timidezza, ascolta con attenzione ogni parola. E’ sempre la prima a seguire Michele, in testa al gruppo. Ha in mano un ombrello rosso, mi chiedo a cosa serva dato il sole alto e il caldo quasi opprimente, e di tanto in tanto subirà i rimbrotti della madre non appena, inavvertitamente, finirà per urtare qualcuno con la punta legnosa dell’oggetto.

Adesso ci siamo, sotto a quella scritta: sotto di noi scricchiola la ghiaia calpestata dai nostri passi, e “Il lavoro rende liberi” passa sopra le nostre teste. A sinistra, subito la baracca, termine che ricorre spesso quando si parla dei campi di concentramento, dell’ufficiale SS preposto al comando del campo. Poi volgiamo lo sguardo a sinistra. Michele ci arresta e ci intima di guardare una foto. E’ lì, in bianco e nero, una delle tante che vedremo oggi.

Siamo dinnanzi a un edificio in muratura che ha un prolungamento in mattoni. Quest’ultimo è la cucina del campo. L’edificio accanto invece una volta era in legno, e adesso è di cemento. E lo scorgiamo in legno in quella foto: ai piedi di esso, suona un’orchestra. No, non ci siamo completamente rincitrulliti, a pochi passi da quella scritta infame, alcuni musicisti prigionieri del campo erano costretti a suonare canti folkloristici tedeschi. Eccoli ritratti là, con gli strumenti in mano e addirittura uno stuolo di persone intorno ad ascoltarli. La didascalia della foto recita che suonando anche alcune marce, il ritmo aiutava i prigionieri a restare al passo, quando andavano e tornavano dal duro lavoro, facilitando il lavoro dei gerarchi nazisti che dovevano contarli.

E’ come una grande processione questa visita. Il verde in cui è immerso il campo inganna. Dà una sensazione di pace, di serenità, che stride con l’orrore passato da queste parti. E’ la volta dei “blocchi”. I blocchi sono stanzoni sostanzialmente vuoti ma con le pareti che parlano; ci sono stufe edificate in piastrelle di ceramica ma che erano lì solo per alimentare il beffardo gioco dell’illusione, poiché non esisteva alcun riscaldamento all’interno del campo, eccetto nel blocco undici. Partiamo dal numero 15.

Qui si narra l’arrivo dei deportati. Illustrazioni enormi appese ai muri raccontano di gente che sta scendendo da quei vagoni piombati. Provengono dall’Ungheria. Un modellino di uno di questi vagoni è stato fabbricato volutamente con uno squarcio: al suo interno si può notare quanto e come erano stipate queste persone. Gli unici arredamenti in queste stanze sono dei tavolini tutto intorno, sui quali sono sdraiati documenti, tanti documenti, protetti dalla trasparenza del vetro. Liste e telegrammi. Elenchi fitti di persone che altro non erano che oggetti, manodopera gratuita per lo sfruttamento e poi oggetti di sterminio. Mi colpisce una lista in particolare: battuta con una macchina da scrivere, ci sono delle piccole spunte a fianco di ogni nome. Fatte con una penna rossa. Come quando si va a fare la spesa, no? Un elenco di cose da acquistare, una volta fatto, via. Spuntiamolo. Non mi serve più sapere che sia in quell’elenco. Michele usa spesso due parole: “Nuova vita”. Verso una nuova vita. Per la loro nuova vita. A questo erano stati indottrinati quegli innocenti, illusi di poter fare armi e bagagli e partire alla volta di un Eldorado.

auschwitz-birkenauAlla volta di nuove speranze, ignari che una volta chiuso il portello di quel vagone scrauso, non avrebbero mai più rivisto casa se non in rarissimi eventi miracolosi di sopravvivenza. Comincio a rendermi conto fortemente che questo è il luogo dei paradossi. Come quest’altra immagine, davanti alla quale ci fermiamo tutti e alziamo gli occhi. Un gruppo di prigionieri ordinatamente in fila, giù dai consueti vagoni. Tra loro, c’è una donna, indossa un lungo cappotto scuro, ha la testa leggermente inclinata a destra e gli occhi rivolti verso l’obbiettivo. E sorride. Non accenna un sorriso, sorride. La forza d’animo di questa persona consapevole di essere perduta ha avuto comunque un sopravvento tale da guardare negli occhi l’orrore che la attende e sorridergli in faccia? O è pura e semplice ingenuità? La signora sta sul serio pensando alla nuova vita che la attende credendoci con tutta sé stessa?

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