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LA MELA DI EVA VENIVA DA SODOMA

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Non associate più le succose mele Granny Smith, le profumate annurche, le croccanti Golden Delicious, le tenere renette con la mela addentata e offerta da Eva ad Adamo. 
John Milton nel Paradiso Perduto pensa invece a un frutto identificabile con un banyan (Ficus bengalensis) accuratamente descritto nei versi del poema, come spiega il libro Milton and the Natural World: Science and Poetry in Paradise Lost di Karen L. Edwards (Cambridge University Press, 2005).

Per contrappasso, Satana, che ha  indotto i nostri due incauti progenitori a cogliere il frutto proibito, sarà costretto a mangiare, assieme ai suoi demoni-serpenti, un pomo velenoso simile a una mela che cresce solo all’inferno, e che in realtà è spontaneo in Palestina. 

Infatti Giuseppe Flavio, storico ebreo del II secolo, descrive questo frutto, tipico della piana di Sodoma, come appetibile alla vista ma consistente di mera cenere all’interno. Si tratta della Calotropis procera o mela di Sodoma, da non confondere con il “pomo di Sodoma” che appartiene alla famiglia delle Solanacee e fu introdotta nel Mediterraneo solo nel XVIII secolo.

Dagli immaginifici erbari medievali si diffuse la leggenda che un grande albero fosse spuntato sul sito delle città maledette di Sodoma e Gomorra. In ricordo della loro distruzione decretata da Dio, gli invitanti frutti di quell’albero, appena colti, diventerebbero cenere e fumo. Milton immagina i demoni-serpenti che tentano di cibarsi di questo frutto incommestibile:

…greedy they pluck’d

The Frutage fair to sight, like that which grew
Neer that bituminous Lake where Sodom flam’d;
This more delusive, not the touch, but taste
Deceav’d; they fondly thinking to allay
Thir appetite with gust, instead of Fruit
Chewd bitter Ashes, which th’ offended taste
With spattering noise rejected: oft they assayd
Hunger and thirst constraining…(10, ll. 520–528)

Così traduce Lazzaro Papi:

                            A far più grave

La pena loro, ivi dappresso un bosco

(Così piacque all’Eterno) a un tratto surse

Tutto carco di poma appien simìli

A quelle che a Satán fur l’esca ond’egli

Nel paradiso Eva ingannò. Gli sguardi

Sopra il novo stranissimo portento

Essi a lungo fissâr, da tema presi

Che, per un arbor solo, ivi cresciuta

D’arbor vietati sì gran copia fosse

A raddoppiar la lor vergogna e ‘l danno.

Ma cruda fame e intollerabil sete

D’alto mandata sì gli assale e strugge

Che non san rattenersi: a torme, a mucchi

Tutti colà s’avvoltolaro, e sovra

Le piante inerpicandosi, dai rami

Così pendero attorcigliati e folti

Che fu men folto di Megera il crine.

Avidamente a dispiccar le frutta

Tosto si dier, vaghe e lucenti al guardo

Non men di quelle che un dì crebber poi

Appo il sulfureo lago, ove del cielo

Cadde la fiamma e Sodoma fe’ polve.

Ma non al tatto solo, al gusto ancora

Fean queste inganno: essi calmar pensando

Con dolci poma la rabbiosa fame,

Amarissime ceneri mordaci

Solo col dente stringono, che tosto

Sono con ira e sibilante scroscio

Costretti a rigettar: tornan più volte

Spinti da fame e sete all’aspro assaggio,

Ed altrettante il sozzo, orrido pasto

Di ceneri e fuliggine distorce

Loro e bocca e mascelle.

Johann Sebastian BachMarilyn Manson citano questa atroce pianta del castigo nelle loro composizioni; il compositore tedesco nella cantata BWV 54 (“L’aspetto dell’infame peccato/è certo meraviglioso esternamente…Dall’esterno sembra oro,/ ma, se si va fino in fondo,/ si mostra essere solo un’ombra vuota…/Esso è come le mele di Sodoma…” in tedesco: “Die Art verruchter Sünden/ Ist zwar von außen wunderschön…/Von außen ist sie Gold;/Doch, will man weiter gehn,/So zeigt sich nur ein leerer Schatten…/Sie ist den Sodomsäpfeln gleich“); il cantante americano invece intitola proprio Apple of Sodom un brano scritto appositamente per la colonna sonora del film di David Lynch Lost Highway (Strade perdute). Il ritornello della canzone dice: 

I’ve got something you can never eat.

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