,

LA FEROCIA di N. Lagioia

768675

71uipsmtqjlNicola Lagioia, La Ferocia, Einaudi, 2014

Una donna nuda e insanguinata in fuga lungo una strada statale, nel cuore della notte. Così si apre il romanzo. La vittima sacrificale del cinismo e dell’amoralismo familiare di un Sud rappresentato come uno squallido paesaggio sociale di notabili corrotti e di affaristi famelici, sullo sfondo non meno squallido di scempi edilizi, squallore urbano e consumismo senza sviluppo.1693-A-woman-walking-in-the-dark--by-nasos-zovoilis

Ma non è l’aspetto di documentazione sociologica, tutt’altro che inedito, a costituire l’interesse del romanzo. Il pregio dell’autore è tutto nell’immaginazione divergente con cui rifinisce certe analogie o similitudini (la sensazione che la gravità si arricchisse di qualcosa che non le apparteneva. Nello spazio circostante la pallavolo diventava un universo in miniatura il cui anfratto più profondo aveva qualcosa in comune con la botanica – la lenta crescita dei fili d’erba, il tropismo di certi fiori p78) la cui perspicuità non è sempre lampante, ma che lasciano un suggestivo alone semantico, una vaga vibrazione metaforica che aggiunge una profondità elegiaca a scene altrimenti piatte dal punto di vista narrativo (un disastrato pastrano verde che lo faceva somigliare al disertore di un esercito non interessato a reclamarlo…sembrava prigioniero di un futuro da cui cercava di tornare p 84)

Le parti migliori restano infatti certi interventi del narratore esterno, intessuti di metafore acute e immagini liriche (un dolore tuffatosi dentro una fossa scavata tanto tempo prima p 47) che possono culminare in clausole aforistiche a effetto (l’adulterio non partecipa forse di abnegazione? L’omicidio di umanità e la bestemmia di una fede sofferta? p 49il rumore di fondo della valle. Una musica che risaliva le gravine, entrava nei paesi e raccoglieva il dolore di ogni singolo per disperderlo di nuovo tra le rocce e gli uliveti, simile alle ceneri delle generazioni morte, in modo che su ognuno gravasse la stessa pace. In questo l’infelicità del Sud, il suo intoccato privilegio p 65).

Riescono convincenti certe osservazioni di taglio cinematografico, messe a fuoco di particolari a cui l’occhio nudo di solito non fa neppure caso, ma che la sensibilità fotografica della cinepresa amplifica nei film (vide delle auto di grossa cilindrata…le fronde del castagno riproposte in forme sempre nuove sullo smalto delle carrozzerie 67).1384618084000-Police-car---genericTuttavia l’analisi materiale delle circostanze e delle situazioni è volenterosa, persino arguta a tratti, ma quel che davvero manca è il guizzo sintetico, il lampo di quell’intuizione risolutrice che in un correlativo oggettivo, in un gesto, in un presagio, in una folgorazione icastica addensa tutto un significato. Si veda la rappresentazione dell’alienazione e dell’ipocrisia del nucleo familiare dei Salvemini riunito a tavola (Ruggero sollevò la brocca. Vittorio annunciò che la carne era dura…da sotto la tovaglia, Gioia digitò qualcosa sull’Iphone. Annamaria si alzò da tavola. Tornò reggendo la teglia con gli asparagi. Gioia parlò a sua madre di un abbonamento che bisognava rinnovare. Corsi di nuoto. Annamaria si indurì. Portò gli asparagi alla bocca. Masticava con rapidità, ferma e sileziosa. Gioia abbassò gli occhi. Anche Ruggero smise di parlare. Lo sguardo di Annamaria continuava ad asciurgarsi, suggerendo a tutti come ogni smorfia dovesser corrispondere al solo sforzo fisico che l’aveva generata. La morte di Clara aveva rotto i primi steccati e adesso ne ricostruivano degli altri. Michele strinse il coltello in pugno. L’avrebbe piantato nel fianco di uno di loro. Ruggero fece un cenno. Annamaria gli passò la bottiglia con l’olio d’oliva. Condì gli aspargai. Senza dire una parola, Vittorio infilzò un’altra fetta di maiale. Gioia fece per controllare qualcos’altro sul suo Iphone. Vittorio tossì. Ruggero tossicchiò. Michele smise di impugnare il coltello p 181) C’è l’estensione, manca la profondità. C’è la didascalia, manca il dramma. C’è l’accumulo, manca l’unità. C’è lo sguardo cinematografico, manca la solidità pittorica e la prospettiva.

Sorprendiamo l’autore che gioca con un certo compiacimento a manovrare il racconto avanti e indietro, lungo gli assi diacronici, con insistite allusioni a sbalzi temporali che ammiccano a un back to the future, però in chiave puramente metaforica. (Io e lui sprigionavamo l’energia dei morti. In un futuro inaccessibile ma certo quanto la spiga di un seme già interrato…si ricordava di essere un fantasma… o …come se la sua morte fosse stato il colpo capace di sospingere la realtà dentro se stessa, ricacciandola nella dimensione dove avrebbe dovuto stare dal principio. Un passato alternativo, a cui bisognava dare tempo perché li raggiungesse p 342)

Ma sono solo giochi metaforici, appunto; indizi della dimensione immaginaria in cui è immersa la coscienza degli uomini. (Una Clara diversa rispetto alla ragazza evocata dall’ordine dell’appartamento. Una creatura che non tornasse dallo shopping ma dalla tomba per fare scempio di quell’altra…Continuava a far leva sull’appartamento, il posto che Clara aveva condiviso con lui, non con il fratellastro, in modo che l’interferenza svanisse com’era apparsap 344 …in modo che non uno ma due morti parlassero dentro la sua bocca. Fratellino e sorellina. Questo era sconcertante. Vederli avanzare sulla curva del tempo. Scaraventati in un futuro che non avevano previsto 379  capiva a sufficienza…sua sorella, fosse un fantasma o la perisistenza della sua traccia, la viva impronta che le persone che abbiamo amato lasciano in noi per continuare a condizionarci, ci guidano, ci ossessionano con la loro voce inesausta, questa la loro eredità…p 386). Viene in mente Bambini nel tempo di Ian McEwan, che però al concetto di fluidità reversibile del tempo affida soluzioni tematiche e non solo formulazioni metaforiche.

Bisogna ammettere che lo scrittore ha la giusta intuizione della natura fantasmatica della coscienza umana, che avvolge e dà senso soggettivo alle cose materiali e alle relazioni sociali di cui ci sembra fatta la nostra vita, mentre la vera realtà è quella dei nostri spettri mentali (La splendida quiete dei momenti in cui Michele la osservava…aveva la conferma che il mondo non era fatto di nudi oggetti materiali. Non era fatto neanche di persone, ma di presenze pp 310-311).

Despair

Questa è senza dubbio la robusta intuizione poetica che Lagioia possiede, ma, va subito aggiunto, non domina del tutto, lasciando che persino nelle metafore e nelle similitudini legate a questa consapevolezza si affacci un sospetto di ingegnosità esibita, di cavilloso barocco. Tanto è vero che talora si fa fatica a capire se ci troviamo davanti alla descrizione di un evento vero e proprio o a una semplice analogia, tanto obliqua è la formulazione e ambiguo il referente (l’asfalto si increspò su entrambi i  lati della strada, si tese curvando verso l’alto finché un mare d’inchiostro ricadde sui due errori, il se stesso di allora e quello attuale che attraversava in solitudine la sera primaverile p 90).

Come a bilanciare questa tendenza all’espressione figurata, allo svolazzo metonimico, troviamo uno scialo di secchi particolari referenziali, volutamente aridi, pesantemente didascalici da sceneggiatura di fiction televisiva e tutto sommato inessenziali, che però stridono con il dettato stilisticamente ricercato dei passi lirici. Dubito che un lettore avverta la necessità di veder descrivere nei dettagli le operazioni di trasbordo di un cadavere (Caricarono il cadavere. Chiusero il coperchio e il corpo scomparve. Infilarono la barella nel carro funebre in modo che le scanalature aderissero ai binari. Uno chiuse il portellone. L’altro andò alla guida…p 120) azioni la cui ovvietà non meriterebbe una riga, non che un intero paragrafo. Quel che si può lasciare sottinteso non merita di essere espresso, a meno che non si voglia sottolineare un’anomalia o un particolare rivelatore. L’effetto realtà non può essere affidato a una mera didascalia, neppure se la pedestre minuziosità assume un incongruo tono oracolare. Ma va ancora peggio al lettore quando, dopo essersi sorbito trite descrizioni da cui potrebbe essere benissimo dispensato, si trova poi ad affondare in inutili virtuosismi, cambi improvvisi di focalizzazione, analessi a cascata ed espedienti narratologici di decostruzione e smontaggio diegetico che fanno perdere aderenza al racconto, senza ricevere nulla in cambio se non un’ostentazione di bravura tecnica.

Il grosso limite di quest’opera, infatti, è che la sostanza degli eventi narrati, a dispetto dell’apparente complicazione di piani, è in realtà piuttosto monocorde. Sembra quasi che le sfaccettature di scorci temporali e di punti di vista servano a rendere più interessante e vario un nucleo drammatico ossessivo che non conosce un vero sviluppo, ma si avvolge su se stesso a spirale. In certi punti, gli improvvisi cambi di focalizzazione e le concomitanti prolessi danno l’impressione di essere mere prodezze, tripli salti mortali da primo del corso di scrittura creativa. Pezzi di bravura, smontaggi cubisti praticati da un pittore accademico che vuol darsi un’aria up to date, armeggiando con pezzi di paesaggi naturalistici ritagliati e appiccicati arbitrariamente. Tutto un incastro di ellissi, sommari, dialoghi che tentano di aggirare la monotonia tematica e dare profondità e scorcio a una visione unidimensionale.

(Dice di chiamarsi Alberto. Tre settimane dopo saranno fidanzati. Clara rivedrà Michele tre mesi dopo…Lei però se la faceva con quel tizio della palestra e io in realtà stavo da cani, pensò Michele fumando alla finestra pp 260-1)

L’espediente è più scoperto laddove si introducono punti di vista provvisori adottati in particolari momenti (il sacerdote al funerale di Clara, gli addetti alle onoranze funebri) per poi essere abbandonati, appena l’autore non sa più che farsene: focalizzazioni usa-e-getta. Ma l’aspetto artistico più debole non è neppure l’esibizione di un ipertecnicismo narrativo. La cosa più falsa che scredita come mera trovata la scelta tecnica di cedere di volta in volta il punto di vista a vari personaggi è che la loro voce è sempre la stessa; non è che la voce del narratore, a mala pena camuffata. E ogni tentativo di variarla è offuscato dall’ombra pesante del medesimo giudizio autoriale che cala pesante, univoco e inappellabile sull’intera vicenda. I personaggi secondari non hanno in realtà né un punto di vista proprio né un tono peculiare. L’unica libertà che è loro lasciata è quella di aggiungere particolari e tasselli al puzzle della ricostruzione dei fatti. Per di più, un puzzle smontato apposta perché la narrazione lo ricomponga laboriosamente.

Le rivelazioni e le agnizioni sono spesso solo estrinseche. L’indagine sulla morte di Clara sfocia nel giallo psicologico, ma il fondo oscuro dei personaggi e le loro reciproche e morbose relazioni sono già stati lumeggiati a sazietà. E nulla aggiunge alla loro definizione l’accumulo di nuove spiegazioni e nuove scene. L’attrazione incestuosa, il conflitto familiare, la malattia esistenziale, la contrapposizione tra i folli innocenti e i feroci corrotti sono i cardini dell’intuizione di partenza e non ci si schioda di lì. L’azione torna spesso su se stessa, avviticchiandosi intorno al suo perno tematico, con un effetto di sostanziale staticità, malgrado l’apparente andirivieni dei personaggi e delle situazioni, che, girando spesso a vuoto, finiscono per arenarsi nella ridondanza del già detto.

Ogni libro nasconde una frase o un inciso che rivelano o denunciano la sua essenza artistica, la cifra intima del suo stile o talora la sua inconfessabile tara estetica. La ferocia contiene un passo che è una vera mise en abîme stilistica: “Ma se guardando le immagini non facesse l’incredibile esperienza di passare dalla realtà sensibile al suo ripensamento, la natura resterebbe per lui una bruta forza senza scopo.”  p 206.

Ebbene, non è forse implicita nella sua definizione che l’arte non possa appiattirsi sulla realtà “bruta e senza scopo” ma che debba trasformarla in oggetto di contemplazione e di giudizio intuitivo? Che non possa essere una riproduzione sgangherata, la quale non è mimesi ma simulacro senza spessore e eco senza timbro; rumore non musica?

Ma il “ripensamento” simbolico della realtà non deve però schiacciarla e comprimerla al punto da farla diventare irrilevante. Il dettato stilistico di Lagioia è quasi sempre in tensione tra questi due estremi: da un lato, la pedestre descrizione letterale e dall’altro, l’alato librarsi dei traslati, da cui, di colpo, può sprizzare un’intuizione semplice fatta di precisione e aderenza impressionistica (La scatola dell’autobus compare traballando nel nero della sera p 213 simile a chi cerchi una via d’uscita dall’incubo che il proprio stesso corpo ha generato); ma purtroppo anche fittizie similitudini, messe lì come puro esercizio di inventività verbale, senza alcuna necessità drammaturgica (il crepuscolo si presentava come un bicchiere d’acqua in cui venga versata qualche goccia di vino p 238) o metafore più oscure dell’oggetto che dovrebbero schiarire (mio fratello aveva il sorriso indecifrabile del piombo su carta di giornale p 239)

A frenare l’adesione del lettore è altre volte il filtro eccessivo della voce narrante. La sequenza narrativa è spesso preceduta o seguita dal suo riassunto oppure dal suo commento e questo raffredda e rallenta la scena, allontana e deconcentra emotivamente il lettore che cerca di intravedere qualcosa dell’azione e invece, a un certo punto, non vede che parole stampate o astrazioni. Vuol sentire la voce dei personaggi e invece sente quella del narratore, che copre ogni scena della sua patina sonora. L’autore impone il suo giudizio insindacabile prima che il lettore si sia potuto fare la propria opinione. (Clara prova a parlarne anche con sua madre. Ma la distanza che si è creata con lei fa sì che la donna si sbarazzi delle obiezioni con più facilità p 246). “Distanza, obiezioni, facilità”: tre sostantivi astratti accumulati in un solo rigo. In quale soffitta certi autori italiani hanno smarrito o relegato l’aureo precetto “show, don’t tell”?

Ecco il racconto che cola a picco quando si affida allo psicologismo o a un andamento saggistico. (un assurdo atteggiamento remissivo difficile da contrastare p 190…ferita e sovraesposta, distruggeva in modo irreversibile i tentativi di imbrigliarla. Non c’era magnanimità che potesse ricucire uno strappo del genere p 339) Ma questo è esaminare, compendiare, valutare. Tutto fuorchè raccontare. Prima della rappresentazione dell’adulterio, Lagioia ci dà la critica, l’autopsia antropologica dell’adulterio (ma questa disposizione d’animo poteva risultare in certi casi peggiore dell’ipocrisia. Rotto il guscio della quotidianità, quando a Clara succedeva di sprofondare nell’epicentro della sua vita, non funzionava più…Ma in un uomo che sopportava i tradimenti come faceva Alberto, poteva esserci una prepotenza anche più grande, nell’apparente inversione dei ruoli un tentativo di prevaricazione che puntava all’assoluto. Il politicamente corretto dell’abiezione. Il volto presentabile della violenza. Ecco cosa vedeva Clara…) E appioppare a freddo e all’ultimo momento questi sociologismi al personaggio è un colpo ancora più letale.

Ma questi difetti estetici sono ancora minori rispetto alla pecca sostanziale del romanzo, che è quella di una voce narrante che si sforza in ogni modo di farci provare empatia per la povera Clara e l’inquieto Michele, ma non fa altro che farceli venire a noia con la sua petulante apologia. Il loro legame semincestuoso ricorda da lontano i protagonisti del Dio delle piccole cose di Arundhati Roy, ma con quanta leggerezza di tocco e sottigliezza di stile la scrittrice indiana insegue l’evoluzione di quegli spiriti infelici lungo le variegate peripezie della sua tragicommedia, rispettando gli spazi del lettore, senza incalzarlo con perorazioni insistite su quanto eccezionali e tragici sono i suoi personaggi.

Mentre i gemelli del Dio delle piccole cose continuano a lungo ad abitare nella nostra immaginazione, quando chiudiamo l’ultima delle quattrocento e rotte pagine di La ferocia, respiriamo di sollievo per esserci lasciati per sempre alle spalle i morbosi fratelli Salvemini.

                                                                                                                                             recensione di Giovanni Lopez

0 commenti

Lascia un Commento

Vuoi partecipare alla discussione?
Fornisci il tuo contributo!

Rispondi