L COME LINGUA di Matteo Michelotti

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Gli umanisti volevano far rivivere il latino classico, abbandonando l’inelegante latino medievale. Per questo si parla di “umanesimo latino”. Il volgare non scomparve, e alcuni umanisti continuarono a scrivere sia in latino che in volgare. Fu l’Alberti a scrivere prevalentemente in volgare perché questa lingua avrebbe raggiunto un pubblico più vasto di lettori.

Per incoraggiare l’uso letterario del volgare fiorentino, quasi del tutto soppiantato nelle opere umanistiche dalla lingua di Cicerone e di Virgilio, nel 1441 Alberti indisse una gara, il Certame Coronario, mettendo in palio una corona d’argento alla migliore poesia in volgare sul tema dell’amicizia. Il premio non fu assegnato a nessuno; e questo la dice lunga sulla strada che c’era ancora da fare perché gli scrittori in volgare potessero ambire a emulare la qualità dei latinisti.

Tuttavia, a partire da questa data, in Italia iniziò un lento processo di unificazione linguistica della scrittura letteraria nel segno del volgare. Era un italiano diverso da quello usato quotidianamente nella vita pratica, più elegante e forbito, perché aveva assimilato termini del latino classico. Nei primi decenni del ‘500 Pietro Bembo sostenne che anche il volgare, al pari del latino, aveva avuto un periodo aureo e additò come modello della lingua volgare il fiorentino trecentesco di Petrarca e Boccaccio.

Tiziano, Ritratto di Pietro Bembo

Tiziano, Ritratto di Pietro Bembo

Soluzioni differenti furono escogitate da altri scrittori. Gian Giorgio Trissino non voleva privilegiare la lingua parlata in Toscana, bensì integrare la lingua comune con apporti da tutte le regioni, escludendo espressioni popolari e soprattutto attingendo alle lingue parlate nelle corti (lingua cortigiana). Anche Machiavelli entrò in questo dibattito proponendo come lingua di riferimento il fiorentino parlato. Alla fine del dibattito prevale la proposta classicista di Bembo.

V. Catena, Ritratto di G. G. Trissino

V. Catena, Ritratto di G. G. Trissino

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