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CHINALAND: QUEL SORRISO ENIGMATICO…di G. Lopez

Un'opera di Yue Minjun

Un’opera di Yue Minjun

Quanto più erronei o malcerti erano i fondamenti su cui posavano le notizie e viete e spurie le fonti da cui si attingevano, tanto più misterioso doveva apparire il popolo cinese, che celava dietro un sorriso, non si sapeva se servile o beffardo, l’abisso di una mentalità difforme e insondabile.

L’enigmatico sorriso del cinese è l’ossessione del viaggiatore occidentale, che lo interpreta in senso malevolo.yue-minjun-a-pyramid-2001

“Da questo sorriso io sento discendere, come dal profondo dei secoli, l’infinito disprezzo dell’uomo giallo per il bianco”, scrive il razzista Paolo Zappa (L’orchidea rossa. Sui mari della Cina, cit. p. 40).

Quel sorriso sembrò a taluni persino un ghigno. Ad altri una smorfia sinistra o un tic nervoso. A tutti “un’arma subdola per mascherare il pensiero” (Fraccaroli, cit., p. 125).yue_minjun_great_solidarity

Forse è a questo stereotipo che si ispirano le opere dell’artista cinese contemporaneo Yue Minjun, autore di centinaia di opere pop dove ricorrono ossessivamente volti che ridono in ogni possibile contesto. Un ironico sberleffo alla maschera sociale indossata dai suoi concittadini o alla visione che l’Occidente ne conserva? the-tree-mag_yue-minjun-paintings-2000-2011_10

10-Yue-Minjun-“Blue-Sky-and-White-Clouds-No.2”-oil-on-canvas-200-x-240-cm-2013Ma i nostri scrittori, ignari al tutto della lingua e poco edotti per solito anche della cultura cinese, dovettero restringersi ad osservare dall’esterno la vita di questa popolazione, integrando al più quei superficiali ragguagli carpiti sul posto con non meno superficiali soccorsi libreschi, grazie ai quali avevano accattato alla meno peggio un’infarinatura di sinologia.

Non potendo, per carestia dei più elementari strumenti di comunicazione, penetrare nello spirito dei cinesi, gli occidentali di passaggio si contentarono di ritrarne le apparenze, dando maggiore enfasi a quell’amore per le forme esteriori e delle cerimonie praticate dagli abitanti e già diffusamente rivelate da Matteo Ricci:

“estrema politia di belle parole senza la verità dell’amicizia […] un senso così meticoloso della cortesia che il più del tempo si consuma nelle cerimonie esteriori” (Commentarj, cit. p. 49 e p. 79).Noah's-Arc

Quasi che quelle forme fossero precipua e intima peculiarità della razza, laddove non erano che la più vistosa, tra le poche a loro parventi, dal momento che gli occidentali non potevano accedere alle profondità del costume e della vita intima dei cinesi. La loro esistenza fu intesa come una perpetua e lambiccatissima recitazione, in adempimento dell’etichetta confuciana, incline a pervertire i rapporti umani in ipocrisia compita e in studiata simulazione di benevolenza.interview-yue-minjun_8

Il “salvare la faccia”, famigerato imperativo dell’etica celeste, era argomento della doppiezza infida dei cinesi, la cui ostentata modestia celava una vanità esasperata, una paura di ricevere e arrecare umiliazione. Scrupolo questo in cui si mostravano tanto suscettibili che la loro intera civiltà ne era dominata.46

“La loro sensibilità è morbosa,” scriveva Henri Michaux, osservando per giunta che “non hanno coscienza di se stessi ma della loro apparenza, come se fossero essi stessi all’esterno e da lì si osservassero” (Un barbare en Asie, Paris, 1986, p. 192. La prima edizione del libro è del 1933).hrzgal.yue3

L’esteriorità del punto di vista occidentale contagia l’oggetto stesso dell’osservazione e lo pervade come fosse una qualità intrinseca e non una deformazione dell’imperfetta messa a fuoco dell’osservatore.

Paul Claudel ne adduceva una spiegazione antropologica: non essendo mai isolato, ma sempre immerso nella collettività, il cinese sviluppava una circospezione, un amor proprio, un’ipocrisia che gli derivavano dal fatto di non potersi muovere in modo spontaneo e libero, ma di essere costretto a rappresentare continuamente un ruolo davanti al prossimo, come un attore sempre in scena. La distorsione ottica si completava con il rilievo che il cinese mancava di devozione a un ideale superiore e pertanto era vile ed avido, quanto deferente e cortese (cfr. P. Claudel, Sous le signe du dragon, 1947, in Le Voyage en Chine : anthologie des voyageurs occidentaux du Moyen Age à la chute de l’empire chinois, Paris, 1992).dejenenet

Dove il pregiudizio europeo venne però elevato a sistema e dialetticamente giustificato fu nell’ottocentesca filosofia della storia. Hegel, come già Fénelon e Vico, aveva contestato la presunta supremazia delle arti e dell’etica cinese, ripigliando questa materia secondo i consueti principi del suo filosofare. La svalutazione della civiltà confuciana che Hegel perseguì con acribia nelle sue Vorlesungen über die Philosophie der Geschichte (Lezioni sulla filosofia della storia) verteva su due capi principali.

Essendo la morale in stretto rapporto con la coscienza della libertà e stando notoriamente i cinesi soggetti al dispotismo imperiale, ne conseguiva che ad essi mancava quella libertà la quale sola conduce la ragione a trasformarsi in spirito etico. La loro morale, insomma, era un affare di Stato e si traduceva in obbedienza a comandi positivi esteriori, a diritti e doveri imposti dalla legge. Lo Stato rimaneva un’astrazione. Così come un’astrazione era l’etica confuciana, semplice serie di precetti formali cui il cinese adempiva non per libera e intima adesione, ma sotto una coercizione estrinseca (il “bastone” di Montesquieu).

La seconda imputazione che discendeva dalla disamina hegeliana era che lo spirito del popolo cinese non si sostanziava nell’unione dialetica tra individuo e Stato, ma nella riduzione dell’individuo, privo di personalità morale, a suddito di uno Stato incarnato dall’imperatore, solo depositario della volontà universale e dunque unico soggetto dotato di vero riconoscimento etico. Poiché nell’Impero cinese la legge morale e la legge giuridica non erano separate, cadeva la responsabilità morale dell’individuo col cadere della fonte stessa della moralità, la quale o è interiore o non è affatto.c6c4a014-21b3-499f-bdb6-81a6951f5a56

L’esteriorità dei rapporti sociali, il formalismo osservato entro i rigidi ruoli familiari erano prove di questa mancanza di moralità intima e autonoma. Da queste argomentazioni sistematiche Hegel trapassava poi a più spicciole recriminazioni, prestando orecchio alle solite lagnanze dei viaggiatori consultati a suo tempo anche da Montesquieu. I cinesi erano “cerimoniosi, inclini al furto, astuti, abili nei trucchi, mancanti di rettitudine interiore e di senso dell’onore” tanto da dover essere puniti corporalmente, come bambini che erano, almeno moralmente parlando (Lezioni sulla filosofia della storia, Firenze, 1967, vol I, pp. 56-57).The Execution, 1995, oil on canvas

E il filosofo di Stoccarda, il quale, non che in Cina, non era neppure mai stato in un posto più lontano di Parigi, concludeva questo capo con la raccomandazione agli europei di stare oltremodo cauti nel trattare con i cinesi.

Gli studenti che disseminarono in Europa le dottrine hegeliane non sparsero anche un po’ della sua implacabile e puntigliosa sinofobia?

Non minori percosse l’Impero cinese ebbe a patire alla fine del Settecento da Herder, che ascrisse l’ipocrisia e la simulazione, vizi conclamati dei sudditi celesti, all’isolamento millenario in cui vissero, causa del loro immobilismo e della loro rigidità. Questa infausta condizione storica spense a tal segno ogni varietà e spontaneità nel popolo da partorire quell’esteriore conformismo di artefatte buone maniere da tutti deplorato (cfr. Johann Gottfried Herder, Ideen zur Philosophie der Geschichte der Menschheit, trad. it. Idee per la filosofia della storia dell’umanità, P. III, 1.XI, cap. I, Bari, 1992).1448386460-norfpktmmntonondzpqx-xl

Ma bisogna rimontare ancora più addietro per rinvenire l’origine di certe idee ricevute da fonti sospette o poco attendibili; e poi ruminate nelle sedentarie elucubrazioni dei filosofi teutonici al chiuso delle loro biblioteche. Con l’equanime criterio induttivista che lo contraddistingueva, Diderot aveva disteso un duplice quadro dei giudizi che l’Occidente portava sulla Cina: “selon ses panégiristes” e “selon ses détracteurs” (Nell’ambito dell’opera dell’abbè Raynal, Histoire philosophique et politique des deux Indes, III ediz., 1781).

L’entusiasmo controverso per l’Impero cinese e i suoi saggi istituti di vita andava scemando nell’ultimo scorcio del secolo dei Lumi ed era ormai tempo di un bilancio. Gli apporti della sinofilia francese non avevano per avventura menato a effetto di rafforzare le monarchie assolute europee, presentando il dispotismo più o meno illuminato, che così felici effetti aveva sortito nell’impero dei Ming e dei Manciù, come il più universale e conveniente dei sistemi politici?

Prestando la sua penna ai sinofobi, Diderot intese innanzi tutto mostrare che il governo cinese non era da stimarsi che una tirannia bella e buona, accogliendo per questa parte il netto giudizio di Montesquieu; e che dunque poco frutto si poteva cavare in Europa da quell’esempio. Il dispotismo aveva inoltre partorito l’effetto che ogni spirito di franchezza venisse soffocato da una pedagogia coercitiva e da un’etichetta cerimoniosa.45029-1415736334-45029-1415645804-Screen Shot 2014-11-06 at 12-xl

La falsità dei cinesi non era che il frutto di una educazione che per esercizio abituale imponeva silenzio, meditata dissimulazione e riverenza all’autorità. “Il n’y a aucune contée sur la terre où on se soucie moins de la vertu, et où l’on en ait plus les apparences” (Diderot, Tableau de la Chine selon ses détracteurs in L’Orient au miroir de la philosophie. la Chine et l’Inde, de la philosophie des Lumières au romantisme allemand, a cura di Marc Crépon, Paris, 1993).06858f8f-1539-4800-84c2-77d65be3b1e2

Nessun paese al mondo si occuperebbe meno della virtù e più dell’apparenza. Anche in questo caso, l’iperbole e l’enfasi suppliscono a esperienze e verifiche degne di fede. Ma non si sbaglia mai a esagerare quando si tratta della più vasta e antica nazione del pianeta.

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