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Il PRETE BELLO DI G. PARISE

the handsome priest

Come le Sorelle Materassi di Palazzeschi giusto vent’anni prima, ma senza la coerenza irripetibile di quella intuizione, Il Prete bello sembra oggi più che altro una prova di virtuosismo, dove la giovanile spavalderia iconosclasta di uno scrittore sperimentale si cimenta col vieto repertorio del racconto realista di ambiente provinciale, non per adempierne gli scopi, ma per giocare con i materiali, ricomponendone una forma lievememte stravolta, ora nei modi del picaresco, ora in una deformazione grottesca e satirica che a volte s’incanta in preziose incastonature allucinatorie e fantastiche.

L’humus dove lo scrittore inserisce il nocciolo della vicenda è quello noto della provincia veneta cattolica, bacchettona e sensuale, abbondantemente arata da Fogazzaro e da Piovene. La figura del prete bello, avuto per santo dalle sue ammiratrici, ha un’ovvia aria di famiglia col Piero Maironi del Fogazzaro, detratti però tutti gli scrupoli di coscienza e il misticismo decadente. Men che mai Don Gastone ha l’abito riflessivo del curato di Bernanos. Non è che un bel ragazzone, forse un po’ ottuso, il cui principale interesse narrativo consiste nel contrasto tra il suo ruolo sociale e il suo aspetto fisico, tra la sua dimensione pubblica e i desideri inconfessati che ispira in privato.

Resta il grottesco della tonaca su un corpo di complessione atletica, e il piccante della vicenda, stemperato nel racconto privo di malizie di un testimone. Il boccaccesco è nella storia, non nel trattamento. Scoperto l’amore profano tra le braccia di una donna, il prete vi si getta con tale passione da morirne consunto, quasi per ironico contrappasso. Il racconto, cui la focalizzazione interna s’ingegna di dare unità, si svia però non solo con una ramificazione di aneddoti e di novelle accessorie, raccontate dal narratore interno che deve sormontare l’affollato vocìo dei commenti corali, echeggiati dal casamento e dai cortili, ma in una episodica varietà di attitudini e di intenzioni che spezzettano la narrazione invece di integrarne il significato.

Per non riuscire troppo scopertamente populista (la descrizione dei miserabili, dei vinti, incarnazione della vera umanità assente negli altri ceti, perfino il tema  plurimillenario della prostituta dal cuore d’oro) lo scrittore allestisce come intermezzo una brillante “opera degli straccioni”, una specie di Campiello italianizzato; ma quando gli pare che l’inclinazione alla caricatura, attraverso la connotazione iperbolica della miseria gli stia prendendo la mano (“pidocchi…cimici pellagra…fame, soprattutto della fame perché essa gli scorreva nelle vene insieme al sangue”; la famiglia Napoli che “non possedeva non dico mobili, letti, armadi, tende, tavoli, ma nemmeno una sedia su cui appoggiarsi”; le Walenska che, per carestia di legna, per riscaldarsi adoperavano una lente enorme per ingrandire un tisico raggio di sole), allora corregge le intemperanze comiche con inserzioni elegiache, con riflessioni sociali e persino parentesi metanarrative. Per poi di nuovo cascare in iperboli e inverosimiglianze, dispensate con la doviziosa irresponsabilità del narratore picaresco (“battevano le mani al punto da far saltar via gli anelli”), in facilonere caricaturali (tutte le similitudini attinte al mondo animale: scimmie, gatti, topi, pollastri ecc.), nel grottesco, come unione imprevista di cose mal conciliabili, (i due grandi valori del cav. Esposito, il duce e il gabinetto, quel gabinetto aggettante dal terrazzo che crollerà proprio mentre il Duce è in visita alla città, la zitellona tutta beneficenza e sensualità repressa, malavitosi galantuomini). Ma entro questa stessa rischiosa categoria può materiarsi sia un’intenzione di satira sociale e politica, sia un gratuito capriccio fantastico, introdotto per alleviare una sequenza di prosaico realismo; il ragazzo narratore se ne esce con fantasticherie del tipo:“ se quel tuo Dio ti gonfiasse con una pompa da bicicletta e ti lasciasse andare come un dirigibile tu butteresti giù quattrini per levarti zavorra e noi si mangerebbe”; o supposizioni immaginifiche, come quella del vescovo che scende nel suo giardino per scegliere tra i cristalli di ghiaccio che pendono dagli alberi le pietre che adorneranno i suoi anelli; la bicicletta che sembra muoversi, animarsi e tenere discorsi consolatori; le stelle cadenti che fanno pensare a commendatori, i quali, salendo al cielo dopo morti, si sbarazzino dei brillanti che appesantiscono le loro dita, timororosi che lassù ne chiedano conto; la luna che appare all’improvviso come un varco luminoso nell’oscurità di questo mondo, da dove evadere un giorno. Belle e poetiche fantasie che smaltano qua e là, come pietre dure, un muro scabro di opera grezza.

Allo stesso modo è avvertibile, come qualcosa di poco fuso, il tentativo di temperare il loquace abbandono al ritmo picaresco con commenti sociologici stringati ma troppo espliciti; di elevare, appena prima che scada in farsa, la commedia semidialettale, di ascendenza vagamente goldoniana e fogazzariana, con il moderato patetismo dei casi e col far precipitare d’un botto gli eventi in altrettanti drammi (morti, evasioni, incidenti, agonie, con tutto il corredo di ospedali, carceri e sanatori).

Le mende strutturali ed estetiche rimangono, nonostante e proprio a causa della soverchia compensazione di istanze stilistiche. Tante compensazioni parziali non possono infatti che produrre scompensi complessivi all’unità dell’opera. Non mi sembra una soluzione letterariamente felice quella di bilanciare il patetismo da libro Cuore con trovate alla Lazzarillo de Tormes, di supplire all’aridità del documentarismo verista con improvvise aperture liriche, di far star ritte sui puntelli di precisi assi storico-geografici (l’era fascista, subito prima dell’entrata in guerra) certe maschere senza tempo e senza originalità (zitelle pruriginose, monelli di strada ma in fondo bravi ragazzi, puttane dal gran cuore, tartufi baciapile) che cascano ad ogni poco, mobilissimi e senz’anima, come burattini fatti di cenci. Riconosco allo scrittore un’abilità sbarazzina nel dosare lacrime e sorrisi. E si apprezza la felice intuizione di tradurre sociologia e  psicologia in una sintesi olfattiva (l’ammuffito, l’acidulo, il selvatico, il dolciastro) che aleggia su tutto il romanzo, caratterizzato appunto da questa fenomenologia odorosa, dove il tanfo di certe case rivela peccati, abitudini e tendenze degli abitanti in maniera più viva, sottile e verosimile di tutte le descrizioni troppo insistite e degli episodi soverchiamente particolareggiati.

Finita la lettura, del romanzo ci resta l’odore di castità vedovile del cav. Esposito, le emanazioni concupiscenti delle figlie, l’evaporazione di sensualità collettiva da cui il troppo avvenente sacerdote si sente oppresso. Un’invenzione marginale, se si vuole, ma più vivida di tanti abili ma superficiali innesti a basso tasso di creatività, sperimentati, per saggio di bravura, da un precoce autore troppo sicuro delle sue doti.

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