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IL MIELE NEL CORPO DEL LEONE- Racconto

Jusepe de RiberaQuando incappò nel leone ferito, le sue meditazioni si intrattenevano ancora in uno stadio preliminare. Il motto “ABSTINE” inciso nella caverna in cui dimorava da quasi un mese era ancora lontano dal dominare la sua pratica di vita. Si potrebbe pensare che un eremita, circondato soltanto da un’opaca inerzia di sassi, abbia ben pochi stimoli illeciti da cui guardarsi. Togliete un uomo dalla vicinanza dei suoi simili ed egli non avrà più la possibilità di commettere il male. Eppure il male ha mille vie per insinuarsi nella mente di un uomo, fosse pure il più pio e inoffensivo di questo mondo.

Asceta di irreprensibile condotta e di carattere tranquillo, se altri ve ne furono, pure era tormentato dall’idea che la santità gli fosse contrastata dalle perniciose inclinazioni che, credendo di averle lasciate indietro assieme agli uomini e al secolo, si era recato appresso nel deserto in cui si era spinto per rifuggirle. Proprio perché il deserto azzerava il suo campo visivo, riducendolo a una distesa di vuoto, aveva il sospetto di commettere il male senza accorgersene. Rimasto con la sua coscienza per unico testimone, senza un prossimo a cui infliggere un torto o devolvere un’opera di misericordia, non aveva più una misura della sua rettitudine. Cadeva in terribili dubbi sempre che gli balenava il pensiero di stare peccando senza che un detrimento tangibile a un suo simile lo avvertisse del suo errore. Era in questi penosi frangenti, quando si imbatté nel leone e gli parve un segno di grazia. jan_van_eyck_13_saint_jerome_in_his_study                                                            Jan van Eyck, San Gerolamo e il leone

Neppure per un momento ebbe timore per la propria vita. Non considerò il repentaglio in cui si metteva quando si accostò alla fiera che, zoppicando e gemendo d’un ruggito fioco e arrantolato, gli veniva incontro. Lo sguardo dell’animale, anche nel dolore, non restava per questo d’essere minaccioso. L’anacoreta non si trovò pentito d’essersi lasciato consigliare dalla pietà, liberando con infinite cautele la zampa da una brutta spina che vi si era conficcata. Il leone, -bestia nobile, sdutte le membra, con una gran giubba di pelo fulvo attorno al capo anche più folta che nel resto degli esemplari della sua specie- divenne sodale unico e devoto del suo romitaggio. Di compagnia, sebbene non loquace, la belva ammansita si meritò l’affetto del sant’uomo, di cui distraeva le inquietudini assillanti, senza però distoglierlo troppo dal raccoglimento. Non era un anno passato da che il monaco si era ritirato nella Tebaide, tra gli acrocori e i muraglioni immutabili di quel deserto. Si distinguevano a decine le grotte, gli spechi e i covili scavati, a distanze diverse, nella roccia da generazioni di eremiti e ora per lo più evacuate o fatte tane di animali e uccellacci da preda. Vi era stato un tempo in cui quel distretto pelato era popoloso quasi come un’abbazia. Sembrava di sentire nel vento ancora l’eco delle voci disperse ma umanimi degli oranti. Sorprendendosi a fantasticare di quell’epoca d’oro gremita di santi in emulazione tra loro, l’eremita si distoglieva di colpo da quell’immagine, dubitando che anche quello potesse essere un cedimento a Satana.

I sobbalzi con cui l’eremita si sottraeva a quei pensieri provocavano un certo allarme nel leone accucciato ai suoi piedi. L’enorme capo zazzeruto si sollevava un poco e la coda oscillava perplessa, per poi tornare a posarsi rassicurata dopo un’occhiata al suo compagno umano. jerome1700                                                                                Antonello da Messina

   Ma pure immobile, l’eremita continuava a rimuginare e ad almanaccare. Si diceva che bisognava essere incredibilmente vigili anche senza palesi tentazioni ad adescarlo. Altrimenti era inutile essersi privato d’ogni cosa che poteva arrecargli diletto, se si eccettuava lo studio delle Scritture, cui attendeva giorno e notte nella minuscola biblioteca che aveva apprestato alla meno peggio nel suo grotto. Ma non rilevava dunque un’acca essersi stillato il cervello sui testi sacri, dal momento che, pur essendo deliberato di praticare il bene, non riusciva a discriminare neppure ciò che, in quelle condizioni di isolamento, doveva considerarsi male. Non procurando piaceri a se stesso e non infliggendo dolori ad altri, gli erano tolti i soli certi e positivi indizi della bontà dei suoi atti. Qualunque screziatura meno limpida dell’animo, uno scatto d’insofferenza, il minimo scadimento di umore, un’apatia morale, una sensazione di noia, un moto d’orgoglio, potevano comportare un’imputazione di peccato, tanto più pericoloso in quanto inavvertito e dunque privo della possibilità di pentirsi o di emendarlo. Non essendo lasciate al potere del Demonio altre insidie esterne, era ridotto a diffidare di se stesso. Solo, si sentiva più insidiato che nel cuore di una città. La sua persona gettava un’ombra dovunque si rifugiasse. La belva che accudiva cercava ogni tanto di riscuoterlo dalla sua scontentezza a suon di ruggiti di incoraggiamento, ma non riusciva, povera bestia, a distrarlo dall’idea fissa che la dannazione era non poter separarsi da se stessi. Eppure, quando il leone veniva all’improvviso a leccargli i piedi, e lo fissava con uno sguardo serio e intento, il monaco provava conforto al pensiero che o si ingannava o anche nei bruti era il sentimento del bene, anche negli animali dotati di zanne e artigli micidiali il cuore provava la dolcezza dell’amore. Tutto ciò che era aggiunto all’amore non era, presto o tardi, aggiunto all’umanità? Ma non godeva a lungo di quel sollievo. Il suo scrupolo lo spingeva a chiedersi se nella modica gioia delle sue letture non entrasse un vellichìo di frivolezza peccaminosa. Le pagine fruscianti degli in-quarto dai capoversi miniati dove veniva appuntando le sue glosse ai Salmi erano le esche di cui il Tentatore si serviva, conoscendo troppo bene il punto debole del suo uomo. Escluse dai loro sfoghi consueti, le tendenze peccaminose dovevano tenere via diversa di corrompere la mente. E poco l’eremita si rassicurava all’idea che, ridotti a rifugiarsi in così cavillosi pretesti, i peccati estorti dal Diavolo alla sua anima in modo così subdolo e sottile, sarebbero stati tenuti per lievi dall’infinita misericordia di Dio. Se era venuto a sostenere l’esilio del deserto solamente per fare conto sulla divina clemenza, come un peccatore qualsiasi, non c’era ragione di rimanersene in un luogo così ingrato, dove aveva da reputarsi contento se non si dannava persino leggendo i passi della Parola di Dio.

Dicendosi questo, il suo sguardo cadde sul leone che rincasava, portando tra le fauci un quarto sanguinolento di qualche erbivoro. È in un passo di Daniele la notizia che fu un angelo a proibire ai leoni di sbranare e di nuocere il alcun modo al profeta gettato nella loro fossa. Daniel_and_the_lions_by_RaipunLa modestia consigliava il monaco di non adagiarsi nell’opinione che il Cielo si fosse mosso nel suo caso per preservalo dalle fauci della belva, tuttavia gli riusciva difficile impedirsi di pensare in un intervento divino quando rammentava le circostanze avevano fatto nascere quella curiosa specie di sodalizio tra un uomo mite e una bestia feroce. Qualcosa somigliante al sentimento della gratitudine può nascere anche nelle viscere di una fiera, un affetto da considerarsi raro anche tra gli uomini, non che tra le bestie.

Da allora sembrava tacitamente essere stato da ambedue convenuto che da allora innanzi avrebbero condiviso dimora e vicissitudini, per quel che di comune possono avere usanze così difformi come il decifrare versetti ebraici per meditarli e azzannare prede per divorarle. Eppure in tale discordia di indole e costumi, quanta può entrare tra una creatura dotata di anima immortale e una seguace del solo istinto naturale, vi erano dolci consentimenti e misteriose intese. Come quando ammutolivano ad un tratto e si facevano alla soglia della spelonca a guardare il tramonto che avvampava sul deserto divenuto come di bragia. Ma ancora non sapeva se la vicinanza di quell’animale fosse voluta dalla Provvidenza per alleviare la sua pena o da Satana per farlo inciampare sulla via dell’edificazione.

Albrecht_Altdorfer_003                                                                    Albrecht Altdorfer

Mentre la bestia si accostumava a gentilezze umane, l’uomo si lasciava andare a guizzi di insofferenza e a smanie così feroci che avrebbe battuto la testa contro le pareti della grotta, se non lo avesse trattenuto un po’ il pudore di farsi vedere dal leone in tale esasperazione e un po’ il timore di innervosirlo. Leggeri dissensi cominciarono a nascere tra il monaco e la belva. L’eremita faceva lunga dimora nella sua spelonca, mentre il leone, insofferente della strettezza del luogo, si dava alla volte della belva in gabbia, mostrando desiderio di uscire e non ardire per l’ossequio a cui si teneva obbligato. Il santo compativa l’irrequitezza della belva e non poteva certo persuadere con argomentazioni una creatura senza raziocinio, non che senza vocazione all’astinenza e alla reclusione; e così si riduceva a contraggenio ad assecondare l’amico, accompagnandosi con lui al crepuscolo per quei trarotti dirupi, procedendo di buon passo fino alle soglie di una savana. Allora il leone, con un balzo, se ne andava per i suoi casi, mentre l’eremita si intratteneva in preghiera, incrudelendo contro se stesso sotto il sole a picco o la pioggia (che quando cadeva era torrenziale) a sconto delle sue colpe e di quelle inconsapevoli che il leone stava forse per commettere intanto, menando strage tra creature innocenti o accoppiandosi con più femmine, come nella sua specie si costumava. Una volta il monaco vide una leonessa che s’era appena sconciata di tre cuccioli, facendo al leone, come al suo proprio maschio, le belle accoglienze a suon di ruggiti.

Il monaco cercava di abituare il leone a nutrirsi del cibo di cui lui stesso si teneva pago: legumi, radici, uova, latte e varie sorte d’erbe, a cui aggiungeva una parca porzione di selvaggina, ogni giorno un po’ meno, a fine di svagarlo dall’amore per la carne. A capo di qualche mese constatò che il leone aveva appreso a gradire la sua mensa, né più, se non di rado, cercava altra pietanza che quella che l’eremita gli apparecchiava. Con le oculate sottrazioni che aveva praticato, la proporzione di carne che entrava nella vivanda, di considerevole era divenuta minima. Ogni giorno l’animale remissivo trovava nella sua ciotola, ricavata da una enorme zucca colocasia, di che saziarsi. L’anacoreta procurava di fargliela trovare piena anche a costo di imbandire d’aria il suo proprio desco. Ma il Signore, che provvede agli uccelli del cielo e riveste i gigli del campo, aveva riguardo ancora per il suo servo, pur nel cuore desolato d’un deserto. Da quando il leone condivideva il suo tetto, certe malinconie era diventate più rare o meno acute. Era strano come la presenza di quel bruto che ronfava il più del tempo accucciato sulla soglia bastasse a rimediare agli infortuni estremi della solitudine volontaria. Alzare gli occhi dal libro chiuso sul nome di Isaia e incontrare quella massa di pelo forse anche pulciosa un pochetto gli allargava il cuore. Ormai attendeva con gioia quelle dolci passeggiate serotine per rupi e tavolati che costituivano l’unico e abituale loro diporto. Le rare carovane che passavano per quelle zone fuori dal mondo rallentavano sempre, imbattendosi in quell’ometto rifinito, avvolto in cenci, e quell’enorme bestia che putiva di selvatico lontano trenta passi, che andavano di conserva sul terreno bibulo e riarso.Francesco Hayez, Samson and the Lion                                                                                         Francesco Hayez

Tornato nella spelonca, l’eremita si immergeva di nuovo nei suoi studi al lume di un cero. Fino a poco tempo prima si era andato chiedendo se era lecito dilettarsi con i sottili piaceri della speculazione, ma in un momento di indulgenza aveva concluso che non era vanità futile affaticarsi nella conoscenza delle cose divine. È vero che bastava aspettare la morte perché la verità apparisse di colpo nella sua fulgida esattezza, ma era giusto che la mente non restasse, finché era in questa valle di specchi e di enigmi, di affinarsi per accogliere sempre meglio gli adombramenti e gli emblemi dei misteri celesti, prima di perfezionarsi, abbeverandosi alla fonte degli Angeli. Gli era quindi entrato per il capo di terminare, anzi la morte, un suo libro di commenti ai passi controversi dei Profeti. Assorto in quest’ufficio, non ebbe più tempo di sollevare una sola volta il naso che sosteneva le lenti dalle sue carte, neppure per fare caso allo stillatizio che pioveva a goccia a goccia dal soffito umido e ingrommato sopra il suo scrittoio. Sola compagna rimase la sua penna. Il leone, per discrezione, azzittiva, muovendosi su e giù, con ambiatura sfiaccolata e aspettava, aspettava invano le attenzioni del compagno, guardando ogni tanto pietosamente la sua ciotola vuota.naked-hermit

Aspettò sei giorni. Il sant’uomo era così sprofondato nella scrittura che manco s’accorse che la belva gli si stava per avventare contro. E non di spalle, con viltà, ma di fronte e con ferocia risoluta e irata. E intanto che le risme e i volumi crollavano in terra imbrattati di sangue e inchiostri, il leone affamato si tolse una buona satolla con l’uomo che era stato il suo compagno.

Poco tempo dovette essere lasciato ai suoi voti estremi, ma di quegli scarsi e pur terribili istanti, si può credere che il buon eremita facesse profitto, perdonando la creatura di Dio che lo stava sbranando; e che dicesse addio al carnefice che si cibava delle sue carni come l’unico vero amico che mai sulla terra avesse avuto.

 

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