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I BUDDENBROOK IN TEXAS

6038823_358107Il libro definitivo sull’America? Il figlio di Philpp Meyer. La saga familiare dei Buddenbrook trapiantata in Texas, con tutta l’analisi impietosa dell’immoralismo, dell’ambivalenza emotiva, dell’avidità, dell’inettitudine e della decadenza borghese, non sullo sfondo di una città anseatica ma in un tipico scenario da Far West. Chi legge questo libro capirà l’America e le leggi profonde che la governano meglio di quanto abbia mai potuto capirla, anche dopo aver letto una biblioteca di saggi sociologici o storici. La violenza allegorica di Faulkner e la precisione fotografica di Dos Passos sono sorpassate dalla lucidità intollerabile con cui lo sguardo da  naturalista di Meyer contempla le carneficine, gli strazi, le insaziabili ambizioni, le avversità catastrofiche, le grottesche contaminazioni di efferatezza e tenerezza che compongono la vita di frontiera. Una storia di cowboy solitari, pellerossa umanissimi e barbarici, messicani ambigui, dinastie di petrolieri insaziabili e aridi, allevatori idealisti e inetti, ereditiere inquiete, che a dirla così potrebbe parere un mix di western e di Dallas; e che invece è un’analisi potente della fascinazione di morte che nasconde l’iperattivismo americano fin dalle sue origini. Come il corrosivo Jonathan Franzen, Meyer smaschera gli alibi, i compromessi impossibili e le fragili sovrastrutture che tengono in piedi le famiglie. Come Cormac McCarthy, spalanca una visione antropologica della condizione umana originaria su un continente dove, non che la vita, la sopravvivenza stessa è difficile. Le descrizioni e la resa degli eventi posseggono una tale precisione e profondità che le nozioni più scontate vengono rimesse in discussione e ci sembra di capire solo mentre leggiamo le sue pagine fino a che punto un essere umano possa essere crudele, fino a che punto tenace nel suo desiderio di salvare la pelle, fino a che punto ingegnoso per cavarsela su un pianeta inospitale; e quanto i sentimenti più delicati possano albergare in un animo che in altre circostanze non si fa scrupolo di torturare, squartare e togliere lo scalpo al nemico. Nessuno più potente, nessuno più impassibile, nessuno più compassionevole, nessuno più perspicace e acuto di Meyer nel sondare i limiti fino a cui l’umanità può spingersi nella sua lotta darwiniana, senza peraltro mai rinunciare a un radicamento storico delle vicende; che non hanno mai nulla di improvvisato, di generico o di vago, ma sono sempre accuratamente ancorate all’epoca in cui si svolgono, dalla metà del XIX secolo fino ai giorni nostri, in un montaggio e smontaggio magistrale di tempi e di analessi. Un libro che a volte non si ha il coraggio di continuare, per la sua crudezza, ma che è impossibile chiudere prima di essere arrivati all’ultima pagina.

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