I TEMPI DEL DISUMANO di Giuliano Spagnul

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A PROPOSITO DELL’ARTICOLO Umano poco umano: corpi cyborg.

“I tempi del disumano sono già iniziati” chiosano Giorgia & Virginia, abbracciate da una congiunzione rafforzativa del loro comune sentire nell’ultimo dei 27 commenti  Commenti tutti in sintonia con un’allarmata preoccupazione che “il post-umano non finisca per essere semplicemente DISUMANO”.

Nonostante sei commenti rilevino un dato positivo dal punto di vista del progresso medico, tutti senza nessuna eccezione rilevano il lato negativo e più inquietante di questa presunta inarrestabile evoluzione umana. E il negativo del DISUMANO si caratterizza nella perdita o nella minaccia a ciò che è autenticamente umano, allo statuto dell’umano che è tale perché così è stato creato o perché così è originato (cioè fatto da Dio o da una cosiddetta natura, che poi è la stessa cosa).

“L’essere umano è già perfetto” dice Ravindu; cesseremmo di essere “la macchina più complessa della natura” ribadisce Jasco (dove la parola “macchina” fa già intravedere una sorta di oscillazione nel nostro modo di pensarci e di vederci);

si “potrebbe rompere quel delicato equilibrio evolutivo che la natura ha creato in migliaia di anni” teme Pietro;

“fino a che punto l’uomo possa modificare la sua natura” si chiede Filippo e senza mezzi termini Chiara parla del “seme del bruto che ha portato all’autodistruzione dell’umano trasformando tutto in macchine e robot” e per finire, per non tirarla alle lunghe, Rosso afferma che “oltre che pericoloso potrebbe anche non essere morale vivere, usando una parafrasi, contro natura verso una prospettiva sempre meno umana.”downloadNon so cosa avrebbe potuto pensare Pico della Mirandola informato a spanne dei progressi dell’umanità nel leggere questo genere di considerazioni, timori, angosce accomunate a un’idea di libertà che si paventa estrema e senza limiti. Probabilmente passato il primo momento di spaesamento, nel doversi immaginare un mondo siffatto, concentrerebbe la sua attenzione sul concetto di libertà, di libero arbitrio e sul pesante fardello di responsabilità che questo comporta. Ma qui abbandoniamo Pico; il discorso sulla libertà ci porterebbe lontano da ciò che qui è messo in discussione, da ciò che emerge da tutte queste considerazioni che si vorrebbe equilibrate, pro e contro, ma che in realtà dichiarano espressamente che il limite che non doveva essere superato è stato ampiamente oltrepassato. Ciò che qui si evince è che il problema, ciò di cui si fa problema, è l’equiparazione tra l’artificiale e l’umano, tra il metallo e la carne, tra l’uomo e le cose. “Per gli umanisti è l’uomo il centro del mondo, non gli oggetti creati dall’uomo” commenta Francesco (Feng Cheng) ritirando in ballo Pico.9bdbaac80cab22684dcbe1bb2bd58b8b

Ora vorrei provare a dare non tanto delle risposte ma altre domande, un altro modo di problematizzare, d’interrogare. Ovviamente per chi crede in Dio e in una verità rivelata una volta per tutte, il discorso può finire qui, spero nel massimo rispetto reciproco. Probabilmente anche con gli atei duri e puri! Comunque per prima cosa mi si permetta una citazione dall’opera di Thomas Browne, filosofo inglese del XVII secolo, Religio medici: “L’arte è il perfezionamento della natura: se il mondo fosse ora come lo era al sesto giorno, ci sarebbe ancora caos: la natura ha fatto un mondo e l’arte ne ha fatto un altro. In breve, le cose sono tutte artificiali, poiché la natura è l’arte di Dio”. Allora poniamoci questa domanda: è possibile uscire dall’ordine della natura, può qualcosa, uomo compreso, chiamarsi fuori? Ancora di più, si può venire estromessi dalla natura, dall’ordine naturale delle cose? Il maggior peccato di hybris è voler essere altro da ciò che si crede di essere o pensare di sapere cosa in effetti siamo? Qualcuno ha deciso una volta per tutte di cosa è costituita l’essenza umana per non poter più aver il diritto di essere considerata tale? Tutto il dibattito sul post-umano che sta emergendo con forza soprattutto dall’inizio del nuovo secolo, in ambiente accademico ma non solo, come testimonia appunto l’interesse suscitato dall’articolo di questo sito, ci racconta dell’esigenza ormai imprescindibile di dover fare i conti con un’identità umana sempre più lacerata, incerta e bisognosa più che di una nuova ridefinizione di una vera e propria ricostituzione su basi nuove, meno precarie (che però confermino l’essenza ultima, quella indistruttibile dell’umano). L’umano è morto, viva l’umano. Ma come avvertono gli antropologi più attenti: “da discorsi fondati sull’essenzialismo scaturiscono sempre azioni escludenti”1 e questo monito rivolto alle presunte identità, culture o tradizioni che si vogliono “autentiche” si può ancor più rivolgere all’idea fondante di essenza umana, laddove questa escluda, separi ciò che è autenticamente umano da ciò che non lo è. L’ebreo (e non solo lui) nei campi di sterminio subiva tutta un’operazione di disumanizzazione prima di venir eliminato; e questo non per pura crudeltà ma perché era necessario per i suoi aguzzini poterlo sopprimere senza dover incorrere nel rischio del possibile riconoscimento, di sé nell’altro. Quest’ultima sì, caratteristica dell’umano, ma in quanto capacità, cioè come qualcosa che si acquisisce e che pertanto è possibile anche perdere.264f4770e000fda9d5e901ad8fdc7152

Dentro il grande cambiamento del mondo che stiamo vivendo, cambiamento che ha origini fin dalla fine del XIX secolo, con l’apoteosi della società industriale capitalistica, ma che vede ora il suo avverarsi in tutti gli spazi possibili e immaginabili della nostra vita quotidiana, il primo e più importante oggetto di cui il potere (cioè chi ci governa nel bene e nel male) ha bisogno di appropriarsi è la nostra specificità umana, che si determina, si certifica in prima istanza nel nostro corpo. Questo e non altro è il pericolo, l’insidia di cui dobbiamo aver sacro timore, di cui non dobbiamo temere di aver paura di aver paura, per dirla con Gunther Anders2.b47ec8b64d9f3f8a707a7e76e8089d2e

Il corpo è il campo di battaglia del nostro presente e del nostro futuro; se perdiamo allora sì non avremo più futuro3. L’incapacità di riconoscerci nell’altro, sia esso un handicappato, un cyborg, un mutante, cioè un essere che comunque al di là di ogni stigma se punto sanguina, se solleticato ride, se avvelenato muore e se offeso sente l’esigenza di vendicarsi, come l’ebreo Shylock4, è la più alta posta in gioco per poterci dire ancora umani. Per non perdere (che vincere non è solo impossibile ma neanche auspicabile, vincere cosa?) occorre molto lavoro; occorre non solo decostruire i nostri pensieri, metterne in dubbio la proprietà, quell’essere pensieri “nostri”, ma anche disarticolarli, vedere come sono stati costruiti e ci sono stati imposti con il nostro beneplacito consenso.0

Nel romanzo di Philip K. Dick da cui è stato tratto il noto film Blade Runner5, un presunto androide prima di essere ritirato (ucciso) chiede al protagonista, il cacciatore di androidi Rick Deckard: “Cosa fa nella vita? Va in giro a sparare alle persone dicendo loro che sono androidi?” e aggiunge “Forse l’androide è lei (…) con una falsa memoria , di quelle che vi costruiscono apposta. Ci ha mai pensato?”bell-tearsinrain-splsh

E noi abbiamo mai pensato seriamente cosa significhi umano? A quali garanzie e certezze possiamo mai affidarci?

  1. Giovanni Pizza, Il tarantismo oggi ,Carocci editore, Roma 2015 p. 79
  2. Gunther Anders, filosofo e scrittore tedesco, 1902-1992, autore di L’uomo è antiquato. E’ sostenitore del Principio di disperazione in contrapposizione al Principio speranza del filosofo Ernst Bloch.
  3. sulla fine del futuro si veda: Franco Berardi (Bifo), Dopo il futuro, DeriveApprodi editore, Roma 2013
  4. W. Shakespeare, Il mercante di Venezia
  5. Philip K. Dick, Ma gli androidi  sognano le pecore elettriche?
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