GANGE: PURIFICARSI O CONTAMINARSI? di M. Bertolaccini

Atterrato all’aeroporto Indira Ghandi nella capitale indiana Nuova Dehli, ho cercato immediatamente un taxi fuori dell’aeroporto. Era notte e la strada non era ben illuminata. Di taxi nemmeno l’ombra. Fortunatamente dopo dieci minuti ne passa di lì uno, ma era totalmente diverso da un taxi europeo. Pur essendo giallo e nero, non era una macchina, bensì un veicolo a tre ruote. Era strano e non sapevo se potevo fidarmi, ma poi, incuriosito, ho deciso di salire.

Il viaggio verso Benares è stato molto lungo e scomodo, ma ho fatto conoscenza con il tassista. Il ragazzo ventenne, alto e sorridente, era anche una guida turistica, così mi ha illustrato alcuni nomi dei luoghi indiani più caratteristici.

Giunto a Varanasi, detta anche Benares, ho sentito una dolce melodia provenire dal fiume. Così, avvicinandomi a quella zona, ho incontrato diverse persone, per lo più anziani di un incarnato molto scuro e con lunghi vestiti di colori accesi, che si avvicinavano verso una sponda del fiume.

Poi, proseguendo nella loro stessa direzione, mi sono ritrovato dietro a una folla di donne vestite di rosso, arancione, rosa e giallo che avevano i piedi nell’acqua.

Nell’aria la solita dolce melodia, che avevo percepito qualche minuto prima, si diffondeva stavolta insieme ad un forte e pungente odore di incenso. Avvolto in una tale atmosfera, non riuscivo a capire cosa stesse succedendo intorno a me. Allora, ho domandato ad un ragazzo accanto a me, che aveva più o meno la mia stessa età.

Usciti da quella calca, mi ha fatto cenno di seguirlo. Siamo entrati in una stretta strada sterrata e polverosa che costeggiava il fiume: così, ha iniziato a raccontarmi la storia di quel posto.

Egli, di nome Mohammed, mi ha spiegato che a Varanasi scorre il Gange, che è il fiume più sacro e venerato dell’India e che è citato in una favola mitologica molto antica.

Infatti, la mitologia hindu racconta che all’inizio dei tempi, Ganga, l’altro nome del Gange, era un fiume celeste che scorreva nel mondo degli Dei. Inoltre, essa narra che il dio Vishnu misurò con tre passi il Cosmo, fece un foro sulla volta celeste con l’alluce del piede e così tanta acqua cominciò a cadere sulla terra con una grandissima forza.

Il dio Shiva, per diminuire l’immensa forza dell’acqua, decise di accogliere il fiume su di lui prima di lasciarlo cadere sulla Terra. Infatti, quando si osserva l’immagine di Shiva, si può notare che sopra i capelli raccolti c’è una striscia azzurra, che simboleggia proprio l’acqua del Gange che cade dal cielo.

Questo è il significato del gesto che compiono i devoti ogni giorno a Venares: bere un sorso d’acqua per purificarsi e versare il resto nel fiume per rievocare la discesa del Gange sulla Terra.

Il ragazzo, in seguito, mi ha fatto presente che nessuno di coloro che stavamo vedendo immergersi si preoccupava che l’acqua del fiume fosse inquinata, soprattutto a valle.
Purtroppo nel Gange si riversano gli scarichi di alcune città oltre alle ceneri e i resti di moltissimi cadaveri che, per tradizione, vengono prima bruciati in riva al fiume, accompagnati dal mantra (formula che viene ripetuta molte volte come pratica meditativa), e canti dei parenti che invocano una buona reincarnazione per il proprio caro.

Poi Mohammed, continuando a camminare al mio fianco, mi ha riferito dei fatti più recenti circa l’inquinamento del fiume.

Infatti, già durante il precedente raduno religioso, nel 2007, alcune sette di Sadhu avevano protestato contro l’inquinamento rifiutando di bagnarsi nel fiume sacro. Tra i promotori di tale protesta c’erano politici del Bharatiya Janata Party, il Partito del Popolo indiano, per non parlare di scienziati e attivisti ambientali.

Successivamente, avendo fallito con il Ganga Action Plan (Gap) nel 1986 per ripulire il fiume, nel 2008 il primo ministro Manmohan Singh ha dichiarato il Gange “fiume nazionale” e l’anno successivo è nato il National Ganga River Basin Authority (NGRBA), un ente che finanzia e monitora le politiche contro l’inquinamento, non solo del Gange ma dell’intero bacino gangetico.

Anche la falda acquifera, intensamente sfruttata, risente dell’inquinamento.

Lungo le rive del Gange sorgono grossi agglomerati urbani e industriali, fra cui la stessa Benares. Concerie, distillerie e fabbriche di carta e zucchero che scaricano nel fiume i loro liquami o contaminano i fiumi con metalli pesanti, agenti chimici e sostanze tossiche non smaltibili. Infatti, molte delle città indiane non hanno un’adeguata rete fognaria o mancano del tutto gli allacci agli impianti di depurazione.

Ma il problema è a monte, spiega Mohammed, laddove dighe, tunnel e centrali idroelettriche deviano il corso dei fiumi e ne riducono il flusso naturale, aumentando così l’impatto degli scarichi urbani e industriali a valle.

Inoltre, nell’ultimo ventennio, il boom economico e demografico, l’industrializzazione selvaggia ed il crescente bisogno di energia elettrica hanno spinto tutta l’India ad abusare dell’ambiente e del suo vulnerabile ecosistema.

Tra le conseguenze più visibili notiamo che nel periodo di magra, il fiume è torbido e  oleoso. I rifiuti solidi galleggiano trascinati dalla corrente a pochi metri dai fedeli.

Altre conseguenze sono manifestate dalle contaminazioni di livelli di colibatteri e virus migliaia di volte superiori ai limiti, dalle malattie gastrointestinali, dalle epatiti, dalle parassitosi, dal colera e diarrea, che in India uccidono migliaia di bambini ogni anno.

Eppure gli induisti credono nelle proprietà divine del Gange: una sola goccia è in grado di purificare il corpo e lo spirito, lavare i peccati e liberare dal Samsara, il ciclo di morte e rinascita.

I rimedi per questa situazione

Colpito dai fatti che Mohammed mi ha raccontato, ho deciso di approfondire questo argomento spendendo a Benares anche il mio ultimo giorno in India.

Passando tra le grandi strade e attraverso strette viuzze del centro della capitale, ho scoperto che pochi anni fa Eco-baba, un uomo indiano che si dedica da anni alla salvaguardia dell’ambiente, ha messo a punto un modello di sistema fognario, sotterraneo e a basso costo per convogliare le acque sporche, trattarle con metodi naturali e usarle per l’irrigazione dei campi del fiume Guru Nanak Kali Bein.

Così, in quel luogo ben 50 villaggi sono stati salvati per le ritrovate risorse idriche, recuperate da questo sistema ecologico.

Ormai questo modello di bonifica è talmente soddisfacente che si pensa di attivarlo, quindi, anche per le acque del Gange.

Un’altra soluzione a questa circostanza è stata ideata per tutti quegli indù che non possono svolgere il pellegrinaggio sul fiume sacro.

Infatti essi possono lavarsi i piedi nel Gange grazie a bagni virtuali su Internet.  

La tecnologia, dunque, viene in aiuto a una tradizione antica.

Oltre ai circa 70 milioni di Sadhus, gli uomini santi indù, e ai pellegrini che sono stati contati durante i 42 giorni di durata della manifestazione sacra, tenuta pochi anni fa, anche altri milioni di persone hanno potuto salvare la loro anima grazie al mouse del loro computer e ad una bacinella d’acqua.
Connettendosi al sito ufficiale del Kumbh Mela, i pellegrini virtuali hanno seguito gli Shlokas, le tradizionali preghiere indù, cantando al momento del bagno purificatore.

Perciò i creatori hanno voluto aiutare le persone che non potevano venire, quindi anche gli indiani che vivono all’estero ma che sono molto rispettosi delle tradizioni. Svolgere tali funzioni da sé e lontano dalla patria non è la stessa cosa che fare il bagno sul Gange, ma questo ha avuto quanto meno effetto e ha permesso di partecipare anche a chi non avrebbe potuto farlo.

Come si poteva immaginare i tradizionalisti non hanno approvato il bagno virtuale, obbiettando che non ha lo stesso valore di un’immersione nelle acque del Gange. Tuttavia molti fedeli hanno provato e approvato l’iniziativa.

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