E COME ERTÉ E ÉCHANGE

2

eaE COME ERTÉ E ÉCHANGE

          A disegnare i capilettera che vedete ai lati fu Erté 1_1_1626

(pseudonimo di Romain de Tirtoff), colui che fu definito lo specchio della moda” e “Monsieur Belle époque”. Snobbato dalla critica, a riscoprirlo fu Roland Barthes in un saggio del 1972 edito da Franco Maria Ricci, che ne elogiò «la profusione decorativa, l’esuberanza precisa e barocca, l’astratta trascendenza che trascina le linee».

La mano impeccabile di questo poliedrico artista, grafico, costumista, scenografo, interior design e disegnatore di gioielli, fu il luogo geometrico, il fulcro, il baricentro estetico dell’Art Déco dei Roaring Twenties dove arte, moda, teatro, cinema, arredamento, stampa, mass media si incontrarono, si equilibrarono, si fusero e si assestarono in sottili transazioni.

I costumi e le scene delle opere liriche rappresentate a Parigi o a New York, dei balletti delle Folies Bergères e delle Zielgfeld Follies, dei film prodotti dalla Metro Goldwyn Mayer, i disegni delle copertine di Vogue e Harper’s Baazar imposero un gusto dell’artificiale e dell’iperbolica ricercatezza che contibuì a fondare un’intera civiltà della rappresentazione e della visione.

Secondo la lettura di Baudrillard in L’Echange symbolique et la mort, (Gallimard, 1976) in un sistema in cui il valore d’uso degli oggetti è rimpiazzato dal valore di scambio, il valore dei segni è soggetto a una totale relatività al punto che il sistema dei significanti si è emancipato da ogni significato. I codici estetici, linguistici, artistici pertanto si sono fusi in un principio di equivalenza universale che è il valore monetario. Bisogna produrre, non importa cosa, (oggetti, libri, mobili, vestiti) pur di assicurare il costante reinvestimento del capitale. Nel sistema capitalistico maturo è il consumo il fulcro dell’economia, non più la produzione. È dunque la moneta e lo scambio di simulacri all’interno della società capitalistica che fonda il significato e il valore degli oggetti e non viceversa. Erté fu la sfavillante borsa dei valori di questo mercato proto-novecentesco dove anche la creatività diventò merce e i simulacri cominciarono a simulare nel mondo simbolico un senso smarrito o irreperibile in quello reale.

Le sue sinuose donne fatali, istoriate di tessuti e accessori, esibiscono la pura coincidenza tra la loro identità e il loro abito. Non sono altro che ciò che appaiono. Archeologia, etnografia, storia e geografia sono al mero servizio della superficie e della decorazione.

L’innaturale creatura di Erté, strizzata da linee impossibili, diventa il simbolo di quell’alienazione cui la moda costringe il corpo umano di cui parlava Leopardi. Ma, a dispetto di Leopardi, per Erté fu la moda che tenne lontano la morte. Morì quasi centenario dopo aver assistito al ritorno in auge dell’Art Déco che aveva contribuito a inventare più di sessan’anni prima.

0 commenti

Lascia un Commento

Vuoi partecipare alla discussione?
Fornisci il tuo contributo!

Rispondi