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DIETRO LE SBARRE (D’INCHIOSTRO) PERSONE

INCONTRO PER IL PROGETTO LETTERARIO SBARRE D’INCHIOSTRO TRA STUDENTI E DETENUTE

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Sono persone. Sono storie. Non detenute con un pigiama a righe, ma la vostra simpatica vicina di casa, la commessa che vi fa il conto alla cassa, la signora seduta in autobus accanto a voi. Questa l’impressione che hanno fatto le detenute della casa circondariale di Pozzale. Nell’accogliente cornice dell’auditorium del Liceo Scientifico Il Pontormo, a dir poco assalito da spettatori incuriositi (si contano più di 150 copie del libro Sbarre d’inchiostro vendute) c’è stato un dibattito costruttivo tra studenti, professori, genitori, istituzioni (l’assessore alla cultura di Empoli, la signora Caponi) e detenute. Chi ha partecipato è uscito sicuramente soddisfatto.

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Non è stato un monologo dei professori, non è stato un’inutile predica. Si sono susseguiti momenti di conversazione rilassante, attimi di riflessione profonda. Tutto questo grazie a delle detenute (termine che loro preferiscono al posto di “ospiti”). Gli studenti hanno riportato i passi più belli contenuti nel libro, specificando se si erano ispirati a qualche detenuta in particolare. La dottoressa Risolo della casa editrice ha invece sottolineato che l’iniziativa odierna era solo l’ultima delle tante che l’hanno coinvolta direttamente con il mondo dietro le sbarre e ha ribadito l’importanza della scrittura in un ambiente così sterile di stimoli, l’unico modo di comunicazione con l’esterno.

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Leggi anche: UN INCONTRO OLTRE LE SBARRE di Elisa Mariani. Un mondo sconosciuto, lontano. Entrano in contatto con abitanti che credevano di un altro pianeta e che scoprono essere semplicemente umani.

Ovviamente si sono sprecati complimenti sulla maturità dei ragazzi e sull’abilità e la sensibilità dimostrata sull’affrontare dei temi così lontani dalla loro percezione quotidiana. Ma la parte più intensa dell’evento è arrivata quando la parola è toccata alle carcerate. Alcune hanno preso poco la parola, troppa l’emozione e la tensione di un ambiente così diverso dal loro quotidiano, altre ci hanno dato la loro testimonianza della vita reclusa e del progetto con i ragazzi. La cosa che più le ha colpite è come i ragazzi siano riusciti a comprendere cose che gli adulti spesso non concepiscono. Loro sono in carcere perché hanno sbagliato e ne sono molto consapevoli. Hanno sbagliato sapendo quello che stavano facendo e della punizione che rischiavano. Per il resto sono persone come noi. Non vogliono del buonismo, non vogliono pietà. Vogliono pagare la loro pena, ma vogliono farlo nella dignità che ogni persona merita. Questo i ragazzi l’hanno capito e hanno loro trasmesso rispetto. Il mondo degli adulti, in particolare le istituzioni, voltano le spalle alle persone nelle loro condizioni. Un’ospite dell’incontro (non scriverò il nome per privacy) ha fatto una dolorosa e toccante confessione. Il marito la picchiava (è finita 14 volte all’ospedale) e quando si è rivolta ai carabinieri ha ricevuto come risposta: – chissà cosa gli combini te! – Nonostante questo sia successo quasi due decadi fa, ancora oggi casi di femminicidio ricorrono continuamente. Le istituzioni ti voltano le spalle prima, durante e dopo.

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Il dibattito si è concluso con le domande di un arguto membro di Rossopontormo (lo scrivente) che ha cercato di capire se, una volta uscite, avessero idea di cosa le aspettava, e se le istituzioni prevedessero un reinserimento nella società e nel mondo produttivo. La risposta è stata spiazzante. Il loro futuro si basa su ipotesi di attività (alcune molto nobili, di solidarietà) aperte con familiari o conoscenti, ma la maggior parte spera nell’aiuto di associazioni di volontariato (molto attive a detta loro in questo campo). Perché AAA cercasi Stato.

Articolo a cura di Gabriele Tretola

Foto a cura di Eleonora Chiarugi

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