,

DIALOGO TRA CESARE BECCARIA E PIETRO VERRI di Zerra&Bastianoni

Accademia dei Pugni

In un pomeriggio di primavera, Pietro Verri si trovava all’Accademia dei Pugni a Milano, come era solito fare, per discutere con gli accademici e mettere a punto i prossimi opuscoli da pubblicare. Nel corridoio incontra Cesare Beccaria.

Ritratto di Pietro Verri

Verri:Marchese Beccaria!

Beccaria:Buon pomeriggio, conte Verri.

Verri:Proprio ella stavo cercando.

Beccaria: Perché, di grazia?

Verri:Non capisco per quale motivo ella doveva riprendere di peso frasi delle mie “Osservazioni sulla tortura” per copiarle nel suo trattato…

Beccaria:Non so di cosa ella vada parlando, conte.

Verri:Invece sa benissimo che la sua opera “Dei delitti e delle pene” riprende periodi e concetti che io ho esposto nel mio opuscolo diversi anni or sono.

Beccaria:Io non mi sono mai appropriato dei suoi concetti, per sua norma, e se la mia opera sta riscontrando successo, non mi sembra che alla sua la sorte abbia tributato la medesima fortuna. Sarà per avventura a cagione del suo stile antiquato e indigesto?

Ritratto di Cesare Beccaria

Verri:Se alla mia opera non ha arriso il successo della sua, è solo ed esclusivamente per i complessi e minuziosi argomenti che tratta. Inoltre il poco successo proviene anche dal fatto che la mia opera è stata pubblicata dopo la sua, anche se conclusa molti anni prima. Dunque è il suo plagio, pubblicato prima, che ha impedito la diffusione delle mie “Osservazioni”, che meritavano invero migliore accoglienza. Ella può anche non ammetterlo, signor marchese, ma la mia opera è migliore della sua e almanco non è scopiazzata!

Beccaria: Se qualcosa di simigliante è tra i nostri scritti è forse la critica contro la tortura, che, a quanto pare, condividiamo. Ma essendo il mio argomentare espresso in stile più comprensibile e semplice, la mia opera ha avuto più successo della sua e su questo almeno non cade dubbio! Inoltre la mia opera non tratta solamente della tortura, ma bene anche dell’abolizione della pena di morte, la quale pena è una violazione dei diritti dell’uomo, che ella neppure nomina, mentre si diffonde prolissamente sui processi degli untori, figli di un’epoca buia, decadente e senza lumi.

Verri:Ora ella mi viene a dire che la sua opera sia addirittura migliore della mia, cosa che non penso. La mia critica sulla tortura sarà anche scritta in uno stile difficile e poco comprensibile, ma è molto più argomentata e ricca della sua, tanto che ella ne ha cavato più di uno spunto, senza farsi scrupolo veruno. E avrò anche dedicato un’intera opera su un’epoca buia e senza lumi, come dice ella, ma il merito di aver creato un’innovativa rivista di divulgazione dei lumi come “Il caffè”, resta mio. E sono proprio gli articoli del “Caffè” a diffondere l’ideale che si ritrova anche nella sua opera, quindi dovrebbe soltanto ringraziarmi.

Beccaria: È evidente che ella ed io abbiamo opinioni diverse riguardo all’importanza delle nostre opere e sarebbe inutile polemizzare ancora, ma l’importante è che siamo d’accordo sul fatto che la tortura è una barbarie e una manifestazione di arretratezza giuridica. O sbaglio? Per quanto riguarda “il Caffè”, concordo che le devo riconoscenza e la ammiro per aver creato un mezzo di diffusione culturale così efficace.

Verri: Me ne compiaccio, marchese. Sulla barbarie della tortura non cade dubbio, almanco. Sono troppo indaffarato per polemizzare dell’altro. La ringrazio per avermi dedicato un po’ del suo tempo e la riverisco, marchese.

Beccaria: Le sono schiavo, conte.

0 commenti

Lascia un Commento

Vuoi partecipare alla discussione?
Fornisci il tuo contributo!

Rispondi