CORRERE A MOGADISCIO di A. Pecoretti

Oggi vi porto in Somalia, la mia seconda tappa, il Paese dalla stella a cinque punte, che rappresentano le cinque zone in cui è divisa, ormai cinque realtà molto diverse tra loro.

Somalialand e Puntland, a nord, sono in disputa per il controllo di un territorio a cavallo tra le due zone. Sono regioni libere dal dominio di al-Shabaab, composto da ex signori della guerra divenuti fondamentalisti più per convenienza che per fede, un tempo affiliati ad al-Qaeda.
Il mio viaggio in questo paese segue un’altra donna davvero coraggiosa, il suo nome è Samia Yusuf Omar.
Samia era una ragazzina di Mogadiscio, la più piccola di sei fratelli. Viveva con la sua famiglia in una capanna non lontana dalla casa del suo migliore amico Alì, con cui condivideva tutti i suoi sogni e le speranze.
Insieme, correvano.
Passeggiando per le strade di quella città, e sentendo l’aria calda che mi accarezza, immagino quella bambina allegra scappare veloce come il vento, evitando rifiuti sparsi ovunque, evitando pozze maleodoranti causate dalle fogne intasate o dalle bombe.

La immagino correre sempre più veloce sul suolo che scotta, non facendo caso agli anziani che la guardano male e non risparmiano commenti sul fatto che corre senza veli. È ancora una bambina. Senza pensare, chiudo gli occhi sotto quel sole cocente. La vedo, sorride.
Dopo la morte del padre Samia fu costretta a abbandonare la scuola per occuparsi dei fratelli al posto della madre, che dovette iniziare a lavorare. Proprio in quel periodo si diede come obiettivo quello di iniziare ad allenarsi seriamente nella corsa.
Ma in un paese dominato dalla guerra e dai fondamentalisti islamici, dove il governo non è in grado di offrire formazione e sostegno necessario agli atleti, dove quelle poche strutture sportive sono state danneggiate o completamente distrutte, tutto è molto più difficile. Costretta a correre per le strade, con le maniche lunghe, i pantaloni della tuta e una sciarpa sulla testa, spesso veniva fermata ai posti di blocco, ricevendo intimidazioni.
Fu arrestata e minacciata di morte se non avesse smesso di fare sport. D’altronde una donna atleta non era ben vista, perché tradizionalmente i somali considerano “rovinate” le ragazze che praticano sport o si dedicano alla musica, che indossano abiti trasparenti o pantaloncini. Non so come il suo desiderio e la sua determinazione non si esaurissero, ma nonostante tutto decise di continuare ad allenarsi nella corsa e all’età di 17 anni riuscì a partecipare ai campionati africani di atletica leggera nei 100 metri. Quello stesso anno fu chiamata a gareggiare nelle olimpiadi di Pechino in rappresentanza della Somalia.
Il 19 agosto del 2008 corse i 200 metri. In seconda corsia. In confronto agli altri atleti era magrissima, malnutrita. Gareggiò con le scarpe regalategli dalla squadra di atletica sudanese. Arrivò ultima, ma con gli applausi del pubblico finì la sua gara in 32,16 secondi. Corse quella gara senza burqa, e diventò presto un simbolo per le donne musulmane di tutto il mondo.
“Sono felice, le persone mi hanno incoraggiato ma mi sarebbe piaciuto essere applaudita per aver vinto, non perché avevo bisogno di incoraggiamento. Farò del mio meglio la prossima volta,” dichiarò alla fine della sua gara.
Era fermamente convinta che sarebbe riuscita a realizzare il suo sogno.
Mi ritrovo nel mercato di Bakaara, il luogo in cui fu ucciso il padre di Samia. Tra tutta quella gente, i profumi di spezie, i colori insoliti, quel giorno risuonò uno sparo.

Mi perdo un po’ nei miei pensieri e mi lascio trasportare dalla fiumana di gente. Non so esattamente come sono arrivata lì, ma mi trovo davanti ad una moschea. Dev’essere la Moschea della Solidarietà Islamica, la più grande di Mogadiscio e una delle più grandi del corno d’Africa. La popolazione somala è quasi interamente musulmana e sono presenti pochissime minoranze etniche.
Nel mio tour mi imbatto anche nella cattedrale di Mogadiscio, che un tempo era la chiesa principale, ma che è stata gravemente danneggiata durante la guerra civile ed è ora in stato di abbandono.
Qui, ripenso a Samia che, tornata da Pechino, ricevette molte minacce dal gruppo islamista Al Shaabab. Fu costretta a nascondere e a negare pubblicamente di essere un atleta. Ma lei voleva correre.
Mi sposto a Gezira Beach, una delle più famose spiagge. Vivo quel posto attraverso i suoi occhi, ricordando come lei e Alì corressero fino ad arrivare al mare e si rifugiassero nei dintorni ad ammirarlo, in silenzio, per paura di essere scoperti.

La paura non poteva togliere loro la meraviglia dagli occhi, il rumore piacevole e confortante delle onde dalle orecchie, il sapore di salsedine, l’odore del vento. Gli integralisti fanatici non sarebbero riusciti a rubare tutto questo. Erano riusciti a rubare le loro casa, l’avevano trasformata in una terra sbagliata, piena di conflitti.
La corsa la portava via da tutto ciò che è sbagliato.
Sempre in fuga da un mondo che non le appartiene.
Correva attraverso gli anni. Correva nonostante tutto, anche quando sua sorella decide di fuggire con il marito e la loro bambina attraverso il Sahara e poi il Mediterraneo.

Decidono di lasciare tutto, perché quella non è vita. Perché per il futuro della loro creatura vogliono il meglio. Il meglio non era lì. Non dentro una guerra che persiste dal 1991. Non dove il governo controlla il territorio somalo tramite strutture governative periferiche, che per la maggior parte sono controllate dagli islamisti.

In Somalia ci sono gravi disparità sociali all’interno delle comunità. Questo è uno dei paesi più poveri del mondo, con bambini malnutriti, insicurezza alimentare per una gran parte della popolazione. Il clima arido, desertico non aiuta, ma ciò che davvero divora questa terra è l’ avidità dell’uomo. Quell’uomo che alimenta faide e fanatismi, compie brutalità, sottomette, usa ogni mezzo per vincere. Vincere cosa? mi chiedo. La più grande vittoria è vedere il sorriso di un bambino, la più grande vittoria è rendere felice qualcuno e gioire della felicità altrui.

Ci uccidiamo a vicenda invece di coltivare insieme le bellissime cose che abbiamo a disposizione. Questo mondo sembra girare all’incontrario e non possiamo far finta di niente.
Quindi che resta da fare? Andare via è l’unico modo per alcuni.
Il Mar Mediterraneo, è quell’abisso che separa due mondi completamente differenti.
Samia tentò in tutti i modi di rimanere nel suo paese, con i suoi fratelli. ma non fu più possibile e non riuscendo ad allenarsi si trasferì in Etiopia nella speranza di trovare un allenatore pronto a prepararla per i giochi olimpici di Londra.
Ma nemmeno lì trova qualcuno che la segue per migliorarla.
Così decide di andare via, di raggiungere la sorella e di percorrere 8000 chilometri dall’Etiopia al Sudan, attraverso il Sahara e la Libia per poter arrivare finalmente via mare in Italia.

Corre ancora, corre verso la libertà, inseguendo i suoi sogni. in un viaggio dove gli uomini vengono trattati come oggetti, in una rete di commerci, dove nulla ha più valore, la vita ha un costo e una vita vale l’altra.

I migranti son trattati come schiavi, in balia della fortuna. Schiacciati in furgoni di latta che bruciano, senz’aria, senz’acqua. Se non lotti sei morto. Le donne soprattutto non hanno più alcun valore, vengono discriminate, spesso violentate.

In un’odissea che dura quasi nove mesi, Samia riesce ad arrivare a Tripoli, dove salirà su un barcone per arrivare in Italia. È troppa la gente che ci sale su quella barca mal ridotta. La traversata sembra interminabile. Rimangono nelle mani del mare, donano la loro anima alle onde. Muoiono inseguendo la libertà. Decidono che è meglio morire, fare un viaggio terribile piuttosto che rimanere nel proprio paese.

Samia è una di queste persone. Tutto il suo talento, i suoi sogni, la sua forza sono nascosti nella schiuma del Mar Mediterraneo che porterà sempre il ricordo della sua corsa contro le disuguaglianze.

Vorrei vedere cosa faremmo noi del Nord del mondo al posto di chi vive come Samia.
Come è possibile che questa donna sia morta così, svanendo in mare con tutti i suoi sogni e la sua grinta?
Come è possibile che nonostante fosse un’atleta olimpica a nessuno è mai venuto a mente di portarla via, salvarla, proteggerla?
Quasi nessuno conosce la sua storia e anch’io l’ho saputa per caso. credo che dovremmo prendere tutti spunto dal suo coraggio e che la sua storia ci aiuti a capire le vere ragioni delle migrazioni, ci aiuti a comprendere quante differenze ci sono nel mondo.

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