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Libri Review – COMMA 22 di Joseph Heller Ovvero: follia & guerra che brindano assieme…

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…al festeggiamento sono invitati anche tanto black humor e la migliore logica assurda da troll.

"C’era un solo comma, ed era il comma 22. Chi è pazzo può chiedere di essere esentato dalle missioni di volo, ma chi chiede di essere esentato non può essere pazzo.”

LA STORIA

Seconda guerra mondiale. Yossarian è il capitano di un aereo bombardiere nella base americana di Pianosa, vicino Roma, durante la conquista dell’Italia. Più che ai tedeschi, che si limitano a sparargli, cerca di sopravvivere alla follia dei suoi commilitoni e dei suoi superiori. Primo fra tutti, il colonnello Cathart, che giudica ogni persona dal grado militare e dall’età a cui l’ha conseguito. Per farsi bello, spazia dall’inviare lettere di condoglianza preimpostate all’imporre un numero sempre maggiore di missioni necessarie per tornare a casa. E per gli sventurati che tentano di uscire dal sistema, c’è sempre il comma 22.

Ma non è l’unico. Intorno a Yossarian si muovono tanti personaggi dalla follia strisciante ed esuberante, mostrata con compiacimento, quasi con entusiasmo.


Abbiamo Aarfy, lo sbadato navigatore del bombardiere, con la testa tra le nuvole anche una volta sceso dall’aereo; Orr, che viene abbattuto e si salva dopo ogni singolo raid; Nately, innamorato di una prostituta romana; Hungry Joe, che diventa subito nervoso non appena finisce le missioni; il caporale infrattato nei boschi, che per tornare aspetta la morte di Hungry Joe per pleurite; Appebly, imbattibile sia in volo sia al ping pong, tanto da essersi guadagnato l’odio di tutti; il medico Doc Daneeka, sempre a lamentarsi di inezie pur di mantenere la sua quota di missioni, e con la brutta abitudine di segnarsi su voli dove non è; il colonnello Scheisskopf (chi sa il tedesco ha già capito), così ossessionato dalle parate militari da lasciarsi cornificare la moglie; il cappellano Tappman, pavido, dominato dalla nostalgia di casa, un giocattolo per la sfiga cosmica; il maggiore Maggiore Maggiore Maggiore, incapace di cambiare di grado per via della congiunzione dei suoi nomi; Milo Minderbinder, ufficiale mensa capace di rivendere all’esercito il cotone a un prezzo più basso di quello d’acquisto, un affarista compulsivo in grado di farsi eleggere sindaco di tutte le città, un ragno nella sua tela e un troll di prima categoria; il soldato Wintergreen, messo per punizione allo smistamento lettere, e da lì capace praticamente di controllare le carriere e le operazioni militari dell’intero esercito; il generale Peckem, la cui priorità è che i crateri delle bombe formino una coreografia artistica; il colonnello Korn, erudito e freddo, forse il più folle di tutti nelle sue lucide manovre di potere; e tanti altri.

In mezzo a loro, Yossarian si chiede se il vero pazzo non sia lui, l’unico che tenta di smontare logiche assurde con logiche altrettanto assurde, l’unico a vedere qualcosa che non va nel vento di follia che si è concentrato a Pianosa, ma che prima è soffiato in tutta Europa.

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E mentre tenta di sopravvivere e trovare una scappatoia ai numerosi comma 22 e paradossi labirintici che lo circondano, Yossarian prova a non cedere alla quieta disperazione che lo attanaglia da quando ha iniziato a vedere i suoi commilitoni morire uno dopo l’altro e ha scoperto il segreto fatale di Snowden…

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LE OPINIONI

Comma 22 è un romanzo incentrato sui personaggi. Non a caso ho riassunto la trama con una loro presentazione: la storia vive in loro, è una scusa per mostrarli in movimento e non statici in un fermo immagine, dove magari fanno dei sorrisi finti. Il resto è sfondo, su cui ogni tanto scivola l’ombra di un cadavere che cade a terra.

Tutti i personaggi siano stravaganti e particolari, e sotto quel punto di vista il romanzo è da leggere anche solo per la ventata di aria fresca che ispira nel far vedere tutti i casi umani. Alcuni però meritano menzioni speciali in tutta la loro gloria.

  • Yossarian: per i primi capitoli mi era sembrato anche lui 100% paglia. Ma poi è decollato, e non solo con il bombardiere. Depositario di un terribile segreto, è un po’ matto di per sé ma proprio per questo estremamente lucido nel vedere la follia che gli sta intorno. Si dedica a forme di ribellione candide e infantili, tipo presentarsi nudo alla consegna di una medaglia o mettersi a camminare all’indietro, ma è anche romantico nel trattare e ricordare i commilitoni. Non abbandona mai il suo abito di idiot savant, però in alcuni punti sembra elevarsi a una sorta di Ulisse, che per vie traverse e con astuzia malcelata, prova a infinocchiare il sistema e poi magari glielo sbandiera pure in faccia. Se non fosse per il sangue versato e che non vedremo mai, non si discosta troppo dai racconti di mio padre sulla vita di leva: anche lì i motivi più comuni per le punizioni recitavano “piscia dalla finestra simulando pioggia”; “si sveglia a ritroso simulando sonno” ed “esce all’indietro simulando entrata”.
  • La puttana di Nately, rimasta senza nome per tutto il romanzo. È più implacabile di un terminator. Non importa dove la molli, riuscirà sempre a tornare a Pianosa. Ormai la ritengo capace di piegare le leggi della fisica.
  • Il furbo maximo Orr. In un momento di malsana ispirazione, mi è venuto da sostituirlo a Silente in Harry Potter. La mia idea è che la saga sarebbe durata tre libri. E lui non avrebbe nemmeno avuto bisogno dei calzini di lana nel primo episodio perché sa pure costruire stufe niente male.
  • Milo Minderbinder, detto Accalappiamenti, è sicuramente uno uscito da ragioneria perché gli basta una partita doppia per trollare una nazione intera. Non ho lo spazio per spiegarvi come riesce a diventare ricco sfondato vendendo a meno del prezzo d’acquisto, o come convince l’esercito dell’utilità del cotone idrofilo ricoperto di cioccolato.
  • Anche la sorellina della puttana di Nately guadagna numerosi punti. Pare appartenere a una famiglia di supereroi, di quelle dove ogni pargolo ottiene un potere diverso. Se la sorellona è capace di piegare lo spazio-tempo, lei trasforma l’inquietante in farsesco. Appare in tre momenti ma fa un figurone. In uno in particolare, armata di tettine e della venerabile età di dodici anni, cerca di entrare con tempismo in un letto altrui per infilarsi nel mezzo a un coito. Più di una volta. Non sapevo se ridere o piangere.

E queste sono solo le menzioni speciali.

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Ma ora ricomponiamoci, come un militare sull’attenti. Come romanzo, Comma 22 è contro la follia della guerra e l’attacca di petto con un’irresistibile logica da troll, molto prima che i forum, 4chan e facebook fossero anche solo stati pensati. Ha praticamente inventato un modo di dire, se non molto famoso qui da noi, onnipresente nel parlare inglese.

E qui tre appunti.

  1. Il rischio della satira su cose atroci come la guerra è che potrebbe finire per renderle effettivamente divertenti. Ciò equivale a un fallimento epico. A volte invece riesce a tenere i due piani separati, o meglio ancora a mescolarli in modo assolutamente naturale, e il risultato è il tipico cazzotto nello stomaco mentre ridi a crepapelle. Fidatevi, è doloroso. Però ti dà una scusa per scompisciarti dalle risate mentre sei a terra.

Sotto questo aspetto, Comma 22 è del tutto neutro. La sua satira fa ridere, ma non rende la guerra divertente alla Sturmtruppen. Alla fine dei giochi, non si vede nemmeno un tedesco. D’altro canto però, proprio per questo l’ho trovata più incentrata sulla follia umana che sulla follia della guerra.

  1. Comma 22 è un romanzo condannato all’oscurità dalla sua fama. Mi spiego meglio: tutti citano il famoso comma, molti conoscono a grandi linee le tematiche e come sono espresse, qualcuno conosce la storia… ma al giorno d’oggi, man a mano che la vecchia guardia di lettori si sta affievolendo, nessuno l’ha letto. Un po’ come i Promessi Sposi da noi: un classico che nessuno degnerà di una lettura da cima a fondo.
  2. E lo credo bene. Per gran parte, il romanzo è un mattone. E io non riesco proprio a spiegarmi il perché. Lo stile è pulito. Parte dell’ironia deriva dal frammischiare avvenimenti del tutto normali a dettagli orribili o semplicemente assurdi, con l’assoluta nonchalance di chi va in spiaggia con tre occhiali da sole in testa. E sui personaggi non c’è proprio niente da dire. Ma allora perché ho letto l’80% del libro con una botta da sonno che neanche dopo il cenone di Natale?

Ho iniziato a farmi qualche domanda. Vedete, io mi atteggio tanto a esperto, ma alla fine le mie letture rimangono molto terra terra. Il fatto che mi sia trovato in difficoltà a leggere libri che per molti altri non hanno dato problemi mi fa accendere qualche spia. Davvero, voi vi aspettate un recensore deciso, con un’opinione netta e forte, sedie che volano e insulti infuocati alla Sgarbi, invece vi trovate uno che non sa nemmeno se il libro era lento oppure no.

Sì, a volte la percentuale di laterizi presenti in un libro potrebbe non dipendere dalla sua qualità, ma dalle capacità del lettore. E allora si trasforma in una sfida. Come in un allenamento sportivo: stai sicuro che se vuoi ottenere risultati, a meno di non fare ping pong, da qualche parte dovrai lasciare un polmone. Perché ce ne sono di grandi classici là fuori, almeno mi dicono, che sanno essere pesanti. E al tempo stesso offrire pagine di così vibrante bellezza da far piangere come bambini.

Quindi tutti in palestra a farsi i tricipiti.

Ma il dunque? Il libro fa schifo? Mattone è e mattone tornerà?

Per farla breve, c’è un comma anche qui. Questo è stato il primo libro che ho pensato seriamente di abbandonare. Però, peggio di un coatto con la bandana in testa, sono andato avanti a leggere. E non me ne sono pentito.

A volte i libri si riprendono. Spesso non ci se ne accorge neppure. Qui non è così. C’è un punto preciso dove la qualità del libro s’impenna. È dalla scritta “capitolo 30” in poi. Gli eventi, le situazioni, le battute, la vita che si muove dentro ai personaggi, nell’ultimo quinto del libro diventano stellari, di un’arguzia e brillantezza di cui capitoli prima sembravano solo un’ombra, un bruco in attesa di crisalide.

Certo 30 capitoli non si possono saltare in blocco. Sono loro i responsabili della creazione dell’atmosfera e dei personaggi. Praticamente di tutto il libro, dunque, ma non dovrebbe stupire visto che ne rappresentano l’80%.

Per fare una metafora, è come una serata in cui disfarsi di alcol: magari all’inizio lo apprezzi, ma sai che il tuo scopo ultimo è spaccarti allammerda per abbassare le tue inibizioni. Quindi continui a bere anche quando ti fa schifo. Di solito finisce tutto con del vomito sul pavimento e una sbornia da bomba atomica nella scatola cranica. Con Comma 22, oltre a questo, la mattina dopo trovi nel letto un* stangon*, che vorrebbe fare il secondo giro da sobri*.

Sì, lo so, sto facendo discorsi strani, ma probabilmente è la logica di Comma 22 che mi ha contagiato.

Dunque verdetto: il libro è redento dalla parte finale. Valorizza quel che c’era prima, se non altro come schiavo presenta-ambientazione, roba da rendere fieri i romani e i sudisti.

Oppure i primi 30 capitoli non sono niente male, e i miei gusti letterari sono l’equivalente di un bimbominkia che ricompra il videogioco di Fifa ogni anno.

In quel caso, vi godrete una buona satira e dei personaggi eccezionali senza passare per il fantastico mondo dell’edilizia e delle corde insaponate.

Articolo a cura di Davide Toccafondi

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