CIOTOLA, MASCHERINA E BASTONE di Orlando Romanelli

Oggi ho deciso di partire per un viaggio molto particolare: ho deciso infatti di andare in India per provare cosa significa essere uno jainista. Voglio cercare di capire a fondo cosa è realmente lo jainismo e come lo si può praticare nel modo più corretto.

Lo jainismo prese vita nel 550 a.C. circa, quando Vardhamana, anche chiamato Jina, “il vittorioso”, decise di diventare un mendicante per poter riflettere ed elaborare la sua dottrina. Dopo dodici anni di riflessione, Vardhamana ebbe un’illuminazione che decise di trasmettere ai suoi discepoli. Quale era questo insegnamento? Andiamo in India a scoprirlo!

 Atterrato in India, decido di recarmi subito nel Tempio delle 4 facce. Questo tempio, anche chiamato “Chaumukha Temple”, è dedicato ad Ajinath.
Ajinath non è un Dio, viene chiamato Tirthankar, ovvero un’anima come tutte le altre, che diventa totalmente pura grazie ad una vita dedicata a meditazione e penitenza.
All’interno di questo tempio mozzafiato parlo con Ajar, un monaco jainista. Da lui mi faccio spiegare come è strutturata la religione jainista.

Ajar mi spiega che Vardhamana, fondatore dello Jainismo, capì che le anime percorrono un ciclo di esistenza, ovvero di continue incarnazioni in esseri umani, finché non si purificano attraverso un’illuminazione, raggiungibile appunto grazie allo jainismo. Ajar mi ha anche parlato del Karma: secondo lo jainismo, quando un’anima non è pura (ed è quindi costretta a vagare all’interno del ciclo di esistenza), questa è mossa dal karma, che trasporta con sé da una materia all’altra, per esempio, parola e mente.

Ajar mi ha spiegato che lui è un Sadhu, ovvero un monaco. Esistono però anche le monache, i laici e le laiche a comporre la religione jainista. E’ importante ricordare che, a differenza delle religioni più praticate come Cristianesimo o Ebraismo, lo Jainismo permette alle donne di ricoprire le stesse funzioni religiose degli uomini, senza alcun tipo di differenza.

Io mi sono fatto insegnare da Ajar come essere un Sadhu. Per prima cosa mi sono stati dati diversi oggetti: una ciotola di legno, un bastone, una mascherina di stoffa, una piccola scopa e la veste tipica dei monaci jainisti. Successivamente Ajar mi ha spiegato come si comporta un vero Sadhu: questo utilizza la ciotola per mangiare, il pezzo di stoffa per coprirsi la bocca e la scopa per pulire dove si siede o si sdraia. Per un monaco jainista infatti è importante non rischiare di ingerire piccoli esseri viventi, perciò il piccolo pezzo di stoffa posto davanti la bocca è fondamentale per filtrare l’aria e l’acqua che verranno introdotti nel corpo.

E’ inoltre regola di un monaco non sporcare nessuno dei luoghi che visita (qui spiegata la scopetta), ma ci sono anche molte regole severe sulla dieta, che conistono per esempio nel non mangiare vari tipi di cibi. Durante la sua vita, un Sadhu non deve curare il suo aspetto fisico, e si ferma in vari luoghi per meditare alla ricerca dell’illuminazione. L’errore di un monaco richiede un pentimento, una confessione e una penitenza affinché possa essere purificato dal suo errore.

Non conoscendo i luoghi, ho deciso di seguire Ajar nel suo viaggio, ed insieme ci siamo fermati in una zona di campagna lì nei pressi del tempio per riflettere. Logicamente non speravo di ricevere l’illuminazione in un solo giorno quando ci sono persone che non la trovano in una vita intera, però questa esperienza mi è servita molto perché ho potuto osservare come Ajar, dopo ore ed ore di meditazione, non accennava minimamente a distrarsi e continuava a meditare senza porsi alcun problema, mentre io dopo circa mezz’ora ho iniziato a provare noia e stanchezza e mi sono distratto ripetutamente.

Per mangiare ci siamo affrettati al tempio prima che tramontasse il Sole, dato che i monaci non possono mangiare dopo che il Sole è tramontato. Dopo cena ci siamo rilassati un po’ discutendo sul Cristianesimo e sullo Jainismo, dato che entrambi eravamo molto interessati alla religione dell’altro.

Abbiamo poi dormito su un piccolo materassino che, al risveglio, abbiamo pulito con la nostra piccola scopa. In aereo, sulla strada per tornare a casa, ho riflettuto molto sulle differenze tra cristiani e monaci jainisti: è davvero incredibile pensare a quanto la meditazione, se praticata nel modo corretto, porti ad un temperamento dell’animo che non avrei mai immaginato.

Vardhamana Mahavira, il fondatore del jainismo

Tornato a casa, mi porto con me un bel ricordo dell’India e dello Jainismo, ma soprattutto un insegnamento molto profondo che mi ha rivelato Ajar: a volte chiudersi in sé stessi per meditare è il miglior modo per potersi aprire al mondo con un’anima pura.

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