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CHINALAND: A SPASSO NEL CHUNG-KUO di G. Lopez

Leggendo i reportage giornalistici di Luigi Barzini o di Comisso ci affacciamo sulla vita brulicante delle folle cinesi, la cui descrizione subisce inevitabilmente un trattamento orizzontale di accumulo per asidento. In Barzini, viaggiatore in Cina nei primi anni del secolo XX, troviamo “la folla stracciata e affaccendata, il va e vieni dei cappelli a cono, l’agitarsi dei ventagli e il dondolare dei codini…” (Nell’Estremo oriente, 1904, ristampata da Casa Editrice Apuana, 1935, p. 37).468038625f5afaaebc8a7d370f35968e

“Vetturini, seterie, erbivendole, iscrizioni dorate, padoge, giardini, canali, laghetti, padiglioni, ciliegi in fiore…” elenca Comisso (Cina-Giappone, cit., p. 92). L’etnografia si restringe qui a coreografica sfilata di personaggi.

Funerale a Shanghai

Funerale a Shanghai intorno ai primi del XX secolo

Il corteo, la processione, la mascherata è l’espediente teatrale per rendere il colore locale. Immancabili in ogni elzeviro, spacciato per relazione “dal vero”, fanno la loro comparsa il mandarino trasportato in portantina, il corteggio di nozze, un trasporto funebre, con tutte le magnificenze d’apparato: baldacchini, nappe dorate, orifiamme, ombrelli, lanterne, drappi scarlatti.CHUNG-KUO

Con un fregio mobile di figuranti si aprono molti libri di viaggio. Ad esempio On a chinese screen di Maugham. È come un adempimento sintagmatico di aspettative testuali che nessuno scrittore osa sfatare. Quel che si propone al lettore è un’escursione non già in località geografiche reali ma bene in luoghi comuni, sequestrati in un noto giro semiologico entro il quale ogni possibile scarto, varietà o scostamento viene imbrigliato in quel letto di Procuste semantico, che è uno degli esiti della rassicurante competenza testuale.

Le descrizioni delle “cose viste” si attengono, in Cina, a un repertorio onomasiologico fisso: l’agghindato, il capriccioso, il biscornuto, il frastagliato, lo sgargiante, il cincischiato, l’accidentato, lo sbilenco, il tortuoso, il contorto, il rabescato, il “bariolé” per i francesi, il “flourished” degli inglesi, il “verschnörkelten” dei tedeschi; queste le categorie estetico-semantiche a cui più attingono i viaggiatori e gli elzeviristi novecenteschi.

Rotolo che illustra un corteo nuziale cinese

Rotolo che illustra un corteo nuziale cinese

Sartre, per ridicolizzare gli annosi pregiudizi occidentali sul cinese, osservava ironicamente nella prefazione al reportage fotografico di Cartier Bresson: “non avete notato come abbia orrore del movimento rettilineo? È felice solo allorché tutto va di traverso.” (Da una Cina all’altra. Prefazione di Jean-Paul Sartre, fotografie di Henri Cartier Bresson, Milano, 1954, p.1)

La parata orizzontale e unidimensionale di queste macchiette ricalcate sulle più viete cineserie aveva raggiunto la saturazione già col Mandarino del portoghese José Maria Eça de Queirós, dove infatti il trattamento narrativo appare oramai prevalentemente umoristico, al limite della parodia. E si riduce a inventariare, legandole con la pretestuosa continuità d’una tenue affabulazione, le figure preferite del più prevedibile esotismo estremo-orientale, attingendo a man salva dal catalogo dei ponticelli di marmo, dei padiglioni nei giardini, degli aquiloni, del popolazzo ostile, dei dignitari impenetrabili, ma anche di cadaveri galleggianti e teste decollate appese in mostra; quella coniugazione sconcertante di grazia ed efferatezza già notata in altri luoghi.

Mura dell'antica città di Xi'an

Mura dell’antica città di Xi’an

Anche Les tribulations d’un chinois en Chine di Jules Verne, cui lo stesso de Queirós sembra debitore per molti particolari (il romanzo di Verne è del 1878, un anno avanti del Mandarino di Eça de Queirós) proponeva un compendio non meno esauriente e ritrito dei luoghi comuni sulla Cina, cavati, oltre che dai soliti missionari, dal recente Voyage di Ludovic de Beauvoir. Ma, con la curiosità per i moderni o avveniristici trovati della tecnologia, di cui dette prova negli altri più famosi romanzi, Verne non solo riesce più aggiornato sulla situazione politica del tempo, dopo le guerre dell’oppio e i trattati di Tiensin e di Pechino, che avevano aperto la Cina alla penetrazione occidentale, ma documenta con puntualità la contaminazione patita dai tradizionali costumi, a contatto con le incongrue novità europee.

Strada di Canton, 1870

Strada di Canton, 1870

Verne descrive di gusto Kin Fo come un ricco cinese cosmopolita ed europizzato la sua parte; che vive in una casa attrezzata di telefoni, campanelli elettrici e persino di un fonogrado di Edison. Senza che per questo gli avori, i bronzi, le lacche, le giade e le porcellane arretrino dinnanzi ai moderni comfort. L’avidità del pubblico per le bizzarrie cinesi era, a quanto pare, così insaziabile che anche le opere di narrativa dovevano sacrificare qualcosa dell’intreccio per dare più largo spazio a sequenze di mera didascalica geo-storica, fornendo ragguagli su usi e costumi dei cinesi.

Persino l’immaginifico Verne si acconcia in assai punti a cedere l’affabulazione per dar luogo alla cronaca giornalistica da inviato speciale e, a tratti, a un diligente e piuttosto piatto Baedeker a uso di chi ama evadere senza muoversi di casa.

 

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