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CHINALAND: SARABANDE DI SHANGHAI E ROVINE DI PECHINO di G. Lopez

Strada di Canton, 1870 circa

Strada di Canton, 1870 circa

Il Grand tour orientale faceva volentieri tappa a Canton e Shanghai, considerate metropoli di irresistibile deboscia e di perversione raffinata, di lussi bislacchi e di depravate squisitezze.

Harold Acton, che definisce Shanghai “la più crudele e spietata delle città” osserva che lo straordinario vi era divenuto ordinario ed il bizzarro, banale (Memoirs of an aesthete, London, Hamish Hamilton, 1984, [prima edizione 1948] p.290). E aggiunge che quella folla di cercatori di piaceri esalava una vero e propria “franzy of enjoyment”, quella frenesia di godimento che sbalordisce anche lo strapaesano Mario Appelius:

“Case di ritrovo, case da tè, fumerie di oppio, spaccio di droghe, ‘music hall’, teatri, cinematografi, caffè-concerti, bische, bettole d’Estremo Oriente ed internazionali, innumerevoli altri ambienti indefinibili e imprecisabili, offrono agli asiatici ed agli occidentali di Scianghai (sic) una carnevalesca sarabanda di  gozzoviglie” (op. cit. p. 202).

“Metropoli babelica e corrotta. Circola intorno un’aria di follia, di insidia, di aggressione imminente, di epidemia, di corsa al piacere” (E. Patti, 1934, p 138)

Vecchia cartolina del Bund di Shanghai

Vecchia cartolina del Bund di Shanghai

Arnaldo Cipolla, viaggiatore adulato ai suoi tempi come il Kipling italiano, raro esemplare nostrano di romanziere del genere coloniale, vedeva incarnata questa “imbelle, viziosa, libidinosa e stravagante civiltà nell’attore cinese Mei Lan Fang, celebre travestito specializzato in parti di donna e interprete esemplare di questa Cina “corrotta, decrepita, raffinata, equivoca, misteriosa” (Per la Siberia in Cina e Giappone, Torino, 1924)

Mei Lanfang

Ritratto fotografico di Mei Lan Fang

Curioso osservare come proprio Mei Lan Fang diventerà, dopo la rivoluzione comunista, incensatissimo artista di regime e membro del Congresso nazionale del popolo. La Cina corrotta di ieri si rigenerò (o magari riciclò) piuttosto disinvoltamente in quella maoista.

Osbert Sitwell si chiedeva, senza sul bel principio raccapezzarsi, a cosa mai gli facesse pensare l’atmosfera di Pechino, capitale di un impero disfattosi in sabbia. Forse a Vienna? No, la reminiscenza doveva venire da molto più lontano. Ed ecco affacciarsi all’improvviso la similitudine finora reticente; non una cosa che aveva veduto, ma che aveva letto: la Roma di Gibbon e di Gregorovius, la Roma “à la fin de la décadence”. Che la Cina corrotta e decadente somigliasse all’impero di Eliogablao era venuto a mente anche a Cipolla. Ma era questa la vera Cina?

Lo stesso Cipolla osservò che l’altra Cina, quel novantanove per cento dei cinesi che lavoravano la terra e trasportavano letame non interessava granché al mondo. “Chi non ha visto Pechino non sa cos’è la decadenza”, scrive.

Già il conte francese Ludovic de Beauvoir, che viaggiò intorno al mondo tra il 1865 e il 1867 e ne ricavò coscienziosamente i suoi bravi resoconti (Voyages autour du monde : Australie, Java, Siam, Canton, Pékin, Paris, 1872) infarciti di curiosa aneddotica, osservava con scoramento che Pechino si andava disfacendo lentamente, trasformandosi in un deserto di detriti. Deplorava che la capitale celeste si apprestasse a diventare, nel giro di un secolo, una Pompei sepolta sotto la propria polvere.

La decrepitezza e lo sfacelo di Pechino erano l’emblema di una civiltà intera che scompariva anche per il nostro Giovanni Comisso, il quale in Cina-Giappone, (Milano-Roma, 1932) constatava che la vera Cina non interessava per nulla i forestieri.pechino

Del Paese dove ficcanasava volubilmente, Denton Welch notava soltanto che “everything in China is dirty” e la sola cosa che lo attirava era la “wonderful art of the Chinese”. Le sue scappatelle adolescenziali nei locali equivoci delle metropoli cinesi si concludono nelle botteghe, a mercanteggiare sul prezzo delle porcellane antiche. Il suo interesse per la Cina si limita agli ambienti del vizio e ai luoghi d’arte, ma almeno non va ad accattare incongeniali pretesti, come fanno altri, meno di lui sinceri, viaggiatori.

 

In ogni caso, il viaggio in Cina già principiava a profilarsi come itinerario a ritroso nel tempo, in quell’epoca di edonismo pagano, di incontaminato e spregiudicato amoralismo, di esasperazione cirenaica che l’Occidente puritano o cattolico si era lasciato alle spalle e precluso con l’avvento del cristianesimo; religione che Nietzsche però aveva ormai insegnato a considerare un’ideologia assurda, basata sui sensi di colpa e sulla negazione della gioia di vivere.

Occorreva rivolgere lo sguardo all’indietro, verso la Cina degli ultimi Manciù, ad un tempo raffinatissima e truculenta, perché gli europei, nati nell’ingrata e ritegnosa epoca vittoriana, potessero provare il brivido della licenza e della bizzaria, ipocritamente deprecata nella Roma imperiale, che invece tanto attrasse l’estetismo inglese, da Pater a Bulwer-Lytton.

Una fumeria da oppio

Una fumeria da oppio

Era una sorta di specioso ricominciamento della Storia, che cercava nello spazio geografico le tracce di un’epoca perenta, un mondo di coloriti abusi e neroniane sfrenatezza, a cui la società borghese delle duplici rivoluzioni industriali aveva ormai rinunciato per votarsi a più solidi interessi e meglio ordinate procedure di vita, celandone magari un qualche frammento o anelito in certi suoi interstizi segreti, donde un eccentrico, un dissoluto o, peggio, un artista, era sempre pronto a trarli, per virtù di ispirazione o per mero capriccio o capricciosa nostalgia.

Quel che l’Occidente si era ormai interdetto dopo il trionfo del Nazareno, la Cina idolatra lo offriva senza lesinare. Gli amanti dell’illecito e dei voluttuosi eccessi, svogliati dall’insipida morigeratezza dell’Europa puritana, ma ancora poco inclini ad avventurarsi nel selvaggio e nel primitivo, non avevano che avvolgersi nei lembi sgargianti dell’Impero celeste caduto in pezzi per ridestarsi a violente sensazioni, senza dover per questo rinunciare alle squisitezze di una civiltà evoluta.

Negli anni ’20 e ’30, epoca dell’anarchia militare e dei Signori della guerra, delle lotte tra Chiang Kai-shek e i comunisti, dell’invasione giapponese e delle lotte sindacali, la Shanghai insanguinata delle repressioni del Guomindang viene ancora rappresentata come la crassa metropoli dei piaceri, una bella Babilonia, compendio fittivo di Sodoma e Gomorra e della Roma tacitiana, dove “cuncta undique atrocia aut pudenda confluunt celebranturque” (da ogni parte confluisce e viene tenuto in onore tutto ciò che vi è di turpe e di vergognoso”). Dove gli splendori non sono separati dalla crudeltà che da un sottile paravento in carta di riso e dove il godimento convive con l’orrore.

Lucien Bodard, rievocando la vecchia Shanghai, definì questa mescolanza di delicato e di disgustoso “estetismo del ripugnante che attira” (“Esthétisme du repoussant qui attire” Bodard, 1987, p.150) includendovi gli alberi nanificati, i cagnolini deformati a forza di incroci e le torture tanto sopraffine quanto crudeli.

Shanghai nel 1930

Shanghai nel 1930

Ma certamente non vi era città meno cinese di Shanghai. Come notava Jacques Gernet: “La crescita di Shanghai con i grattacieli di stile americano, le banche e le fabbriche…è come lo sviluppo  di un tumore canceroso. Non è la prova del progresso del mondo cinese, ma il simbolo evidente della sua alienazione” (Il mondo cinese, Torino, Einaudi, 1978, p. 573)

Ne dava dimostrazione lo stesso “panorama edilizio e bancario” del Bund,  come Ercole Patti (Ragazze di Tokio. Viaggio da Tokio a Bombay, Milano, Ceschina, 1934) definisce la strada principale della metropoli a specchio del fiume Huangpu, dove ancora oggi si allineano in prosopopea gli edifici di rappresentanza, gli alberghi internazionali, la Borsa, i negozi, i palazzi, le dogane, pasticciati in tutti gli stili mai concepiti in Occidente.

Una delle più brillanti descrizioni del Bund e di Shanghai è stata offerta proprio da Bodard, il reporter francese che ha dedicato molte opere, anche narrative, a quella Cina dove, figlio di un console, nacque nel 1914 e dove ha trascorso la prima infanzia, tornandovi poi da viaggiatore solo nel 1956.

Luogo di tutte le lussurie, vi si trovano tutte le bagatelle, tutte le inezie, tutti i tesori, tutti i gioielli, i profumi le essenze e le sostanze. (“Lieu de toutes les convoitises, on y trouve toutes les bagatelles, toutes les babioles, tous les trésors…tous les joyaux et tous les nards, les essences et les substances…” Bodard, 1987, p.150)

Rivedendola trent’anni più tardi, non fa che esprimere rimpianto per quegli aspetti efferati e fastosi che il regime maoista aveva spazzato via. Non può proprio perdonare al nuovo regime di aver privato la Cina di quei supplizi, quelle lussurie, quegli spaventi, quegli eccidi, tutti insomma quegli eccessi sopraffini e quell’orrore mescolati alla voluttà che ne facevano un paesaggio degno di Mirbeau e di Barrès.

Stampa con una vecchia strada di Canton

Stampa con una vecchia strada di Canton

Il suo viaggio nella Cina di Deng Xiaoping non è che un’inchiesta costellata di “ubi sunt”, nostalgica, corriva e amante dell’esagerazione e della stravaganza, quali solo tra gli antichi abitatori del Celeste Impero potevano rinvenirsi. Fin dai tempi di Matteo Ricci si erano descritti minutamente i lussi e le depravazioni di questa “gente effeminata, delitiosa et abondante de tutte le cose necessarie al vitto” (I Commentarj della Cina, in Opere storiche del P. Matteo Ricci, a cura di P. Pietro Tacchi Venturi, Macerata, 1911-1913, p. 75); si erano numerate le prostitute di Pechino, additate con riprovazione le libidini naturali e quelle contronatura.

La superfetazione mirifica proliferata dall’immagine deformata di un Paese gaudente e spietato, le presunte atrocità avvistate dai viaggiatori del XVIII secolo ai quali prestò fede persino Montesquieu, si erano già abbastanza radicate nell’immaginazione occidentale da fornire, fin dal secolo precedente, lauto materiale a Mirbeau per il suo Jardin des supplices e a Villiers de L’Isle-Adam per i suoi Contes Cruelles di ambientazione cinese.canton

Ma la Cina, che un tempo eccitava i nervi degli europei, era diventata un sedativo, afferma Bodard. La morale maoista ne aveva fatto un educandato di specchiata continenza, una noiosa palestra di sobrietà spartana e di indottrinamento politico, defraudando i novelli barresiani della loro epitome prediletta di “sangue, voluttà e morte”. Una Cina artatamente nebulizzata in simbolo, essenziale, inverosimile e vago come tutti i miti.

 

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