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CHINALAND: LUSSI FOLLI E ASSENNATE VIRTÙ di G. Lopez

Desueta fino ai primi decenni dell’Ottocento, quando il fittizio arretramento nel tempo verso le antichità greco-romane prevalse sulla non meno fittizia dislocazione nello spazio esotico, la moda cinese ebbe un revival nell’Inghilterra vittoriana e nella Francia di Luigi Filippo e di Napoleone III, incapricciandosi però di marginali e più corrivi orpelli, come i papiers peints a cineserie, anche se continuavano ad essere sempre in voga, le porcellane e le sete, sia quelle autentiche d’importazione sia quelle mirabilmente emulate dai telai lionesi o dalle manifatture sassoni.9bb4d129082825fa41d4b8473c15869e

L’immagine della Cina vulgata presso gli europei del XIX secolo era dunque ancora poco diversa da quella recata dai primi, strenui viaggiatori medievali come Giovanni da Pian del Carpine, che avevano contato di una terra ricca “di vino, di oro, di seta” e abitata da un popolo dai costumi più delicati e sfarzosi che fossero al mondo. Ci si ricorda pur sempre di Marco Polo, che descrive il palazzo del Gran Cane non d’altro contesto che d’oro e d’argento, dove s’accoglievano diecimila cortigiani, rivestiti di abiti ricamati con perle e pietre preziose, tra migliaia di cavalli ed elefanti ingualdrappati d’oro e di seta.

Era la Cina tessile, mineraria e manifatturiera dei mercanti quella che veniva conosciuta in Occidente; la Cina del toscano Carletti e del portoghese Mendes Pinto. La seta, la porcellana erano arrivate quando ancora non si sapeva quasi nulla sul popolo che le produceva. Si erano conosciute le cineserie prima ancora che la Cina.chinaland lussi folli

Montesquieu, per nulla abbagliato dalle splendide superfluità dell’Impero di Mezzo, osservava nell’Ésprit des lois (l. VII, ch. VI-VII) che, essendo i cinesi un popolo così numeroso, il lusso non poteva che nuocerle, distornando quelle risorse che si sarebbero meglio impiegate nelle attività necessarie a nutrire tanta gente.

Il missionario gesuita Louis Lecomte nei suoi Nouveaux mémoires garantisce invece che il lusso era bandito dai costumi privati e lodava la sobrietà cinese come un’ottima disposizione per il mantenimento della potenza statale. E, additando i provvedimenti di quei sovrani celesti che bandirono come oziose e nocive le arti suntuarie, non ebbe esitazione nell’indicare proprio nel lusso la principale causa di decadenza delle dinastie, corrotte dagli agi e dalle delizie, e per questo facilmente detronizzate da più gagliardi e temprati pretendenti.

Già un altro missionario, padre Joseph-Henri Marie de Prémare, aveva deprecato che alle inaudite ricchezze dell’imperatore e dei mandarini stesse a riscontro una innumerevole poveraglia che campava stenta con una manciata di riso; ed era persino forzata a uccidere o a esporre i suoi nati per disperazione di non sapere come sostentarli (Lettres édifiantes et curieuses de Chine par des missionnaires jésuites 1702-1776, Garnier-Flammarion, Paris, 1979, pp 103-104)

Malgrado i ponderati giudizi dell’illuminista o la pietosa sollecitudine dei gesuiti, non furono certo considerazioni d’ordine politico o filantropico a sostanziare intimamente le idee che gli occidentali si fecero della Cina durante lo scorcio del Settecento. L’immaginosa credulità degli europei fu troppo abbagliata dalle magnificenze esteriori per accorgersi dei più sodi valori di quell’ostica cultura forestiera, pur se indagata dalle migliori menti di quel secolo, da Voltaire ai fisiocratici.

Proprio Voltaire, che nel 1755 aveva trasposto nel suo L’Orphélin de la Chine un antico dramma d’epoca Yuan dal titolo L’Orfano della famiglia Zhao di Ju Qunmiang, basandosi proprio sulla traduzione fatta dal padre de Prémare, si provò ad offrire all’ammirazione dei francesi le virtù dello spirito cinese e ad un tempo l’eccellenza della cultura confuciana.

 Hélas! Grands et petits, et sujets, et monarques,

Vainement distingués par de frivoles marques,

Égaux par nature, égaux par le malheur ;

Tout mortel est chargé de sa propre douleur ;

Sa peine lui suffit…

La nature et l’hymen, voilà les lois premières ;

Les devoirs, les liens des nations entières :

Ces lois viennent des dieux, le reste est des humains.

Il cosmopolitismo dell’Età dei lumi brilla in questi versi, che ribadiscono l’universalità dei principi etici basati sulla ragionevolezza umana, che si ritrova costante ad ogni latitudine. La pubblica lettura che del testo teatrale di Voltaire l’attore Lekain fece nel salon di Madame Geoffrin, alla presenza di Diderot, Montesquieu, Fontenelle, e Marmontel, venne mitizzato dal pittore normanno Anicet Lemonnier, che nel 1812 realizzò la tela su richiesta dall’imperatrice Giuseppina Bonaparte, un quadro destinato a essere in seguito la più celebre e ragguardevole espressione iconografica del movimento illuminista, che nei salotti parigini aveva attecchito e prosperato.

Anicet Lemonnier, Lettura dell'Orfano della Cina di Voltaire nel salotto di Madame Geoffrin

Anicet Lemonnier, Lettura dell’Orfano della Cina di Voltaire nel salotto di Madame Geoffrin

Nella lettera dedicatoria al maresciallo Richelieu, Voltaire spiega di aver ambientato la pièce nell’anno in cui Gengis Khan si impadronisce di Pechino, al principale scopo di sottolineare come i tartari vincitori abbiano finito per rispettare e adottare i costumi del popolo vinto, (così come un secolo prima i Manciù, impadronitisi dell’Impero, ne avevano mantenute scrupolosamente leggi e usanze) a dimostrazione che una civilità superiore è in grado di ammansire anche i barbari.

Tre anni prima di Voltaire, Metastasio aveva già messo in scena il suo L’eroe cinese, una versione addomesticata dell’opera di Qunmiang, in cui un devoto funzionario salva il figlio dell’imperatore dalle mani dei ribelli che già hanno ammazzato il padre, e ne cela l’identità, aspettando il momento propizio per rimetterlo sul trono. Ne era venuto fuori un melodramma in musica di esotici battibecchi e smancerie amorose, ridotto a un complicato intrigo di palazzo, illeggiadrito di calligrafiche didascalie simili alle figure sulle terraglie di Meissen, del tipo: “Appartamenti nel palazzo imperiale destinati alle tartare prigioniere, distinti di strane pitture, di vasi trasparenti, di ricchi panni, di vivaci tappeti e di tutto ciò che serve al lusso ed alla delizia cinese.”

Una stampa del 1780 che illustra L’eroe_cinese di Metastasio

Una stampa del 1780 che illustra L’eroe_cinese di Metastasio

In realtà l’ambientazione cinese è così diluita e assottigliata da dar luogo a improbabili circostanze e nomenclature, tipo chiamare “senato” l’assemblea dei notabili e far pregare “il gran nume” come se in Cina vigesse una religione monoteistica; forse nel tentativo di attenuare quel che di difforme aveva una civiltà remota e integrare l’esotico con elementi più noti ed usuali. Ma perché mai andare a cercare ispirazione fino nell’Impero dei Khan per ridursi a ripetere le solite formule meliche, strizzate in quartine a rima baciata?

Non so se mia tu sei:

Non so se re son io:

Parmi, bell’idol mio,

Parmi di delirar.

Scrive Sala Di Felice (in Geometrie della grammatica nelle arie di Metastasio, Roma, 1993) «per Metastasio il viaggio in Cina non significò la messa in discussione della civiltà dell’Europa; al contrario il confronto con un mondo lontano e diverso doveva riuscire a confermare le idee e i principi sui quali si reggeva il mondo in cui viveva il poeta; idee e principi che venivano assolutizzati verificandone il fondamento naturale e perciò universale».

Ma tra le due visioni della Cina, quella morale di Voltaire e quella galante di Metastasio, fu quest’ultima a divulgarsi più durevolmente, tramandandosi come incoscio ed erroneo retaggio di cultura che neppure una più obiettiva e approfondita conoscenza valse poi a dissipare.

Malgrado i dotti sussidi che apprestava, la più perita sinologia non ha avuto mai buon gioco nel distogliere dai fraintendimenti e dai pregiudizi inconsapevolmente ricevuti, quanti, letterati o viaggiatori, si interessarono alla Cina, senza avere peraltro obiettivi strettamente scientifici.

Il teatro d’opera settecentesco contribuì a consacrare questa fallace stilizzazione di una Cina miniaturizzata sui palcoscenici rococò, addobbati dagli scenografi allievi dei Bibbiena. Il libretto di Metastasio, musicato per la prima volta da Giuseppe Bonno, compositore di corte a Vienna, debuttò a Schönbrunn davanti all’imperatrice Maria Teresa d’Austria e, come molti libretti di Metastasio, fu musicato nel corso del XVIII secolo da uno stuolo di operisti tra cui Hasse per Dresda, Cimarosa e Galuppi per Napoli. L’idolo cinese è l’opera che Paisiello fece rappresentare alla corte di Napoli dinnanzi al re Ferdinando. 

Specchio del gusto, anche il teatro musicale accoglie euforico i camuffamenti cinesi, a partire dalla Vienna absburgica, porta ma anche baluardo contro l’Oriente, che esorcizza la minaccia esotica spingendosi nell’immaginario Estremo Oriente, dove il poeta cesareo ha l’incarico di trasportare la corte imperiale grazie a Le cinesi, una festa teatrale scritta nel 1735 su “ordine dell’imperatrice Elisabetta, per servirvi d’introduzione ad un ballo” e allestita con i brandelli variopinti della Cina immaginaria ricamata su seta o impressa sulla porcellana.29dbbaecffc21dc4ad4ffa0ce809cf1e

Nella prima versione del 1735, lo scenario cinese si restringe a qualche ritocco alle gonne a paniere e in una camera di gusto cinese, dove tre damine sorbiscono il tè, facendo progetti per una festa da ballo. Da Vienna la festa mobile cinese trasmigrò di corte in corte a Madrid, a Parigi a San Pietroburgo e infine a Napoli, giusto nell’anno che mise fine all’Ancien Régime. Le metastasiane Cinesi furono rimesse in musica ancora una volta nel 1754 da un Gluck pre-riformista su commissione del principe Joseph-Friedrich von Saxe-Hildburghausen che in onore di  Maria Teresa organizzò nel suo castello di Hof a Engelhartstetten quella che fu definita l’ultima grande festa barocca in Austria. 

Nel remake del 1749 destinato a Madrid, Metastasio aveva aggiunto un personaggio che non soltanto conferisce un po’ di brio drammatico alla statica rappresentazione scenica, ma, reduce dall’Europa, offre uno sguardo comicamente straniato sulle stesse usanze europee, biasimate come stravaganti dalle dame cinesi, in un ammiccante gioco di riflessi e rifrazioni di punti di vista.

Ma tu più saggio intanto

Pensa che qui non siamo

Su la Senna o sul Po; che un’altra volta

Ti può la tua franchezza

Costar più cara; e che non v’è soggetto

Più comico di te, quando t’assumi

L’autorità di riformar costumi. 

Come osserva Chiara Cristiani (La moda delle cineserie nelle corti europee: Le cinesi di Metastasio‛ Between, I.2 (2011), http://www.Between-journal.it/)

“Nelle Cinesi le vesti orientali forniscono un geniale pretesto per osservare e punzecchiare a rovescio l’arte teatrale e i costumi contemporanei, stravolgendoli attraverso uno sguardo distante, quello cinese, che mantiene paradossalmente gli occhi dell’europeo su un mondo che rimane tutto, esclusivamente europeo.”

 

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