,

CHINALAND: LORDUME E PERLE di G. Lopez

Botteghe del tè a Shanghai

Botteghe del tè a Shanghai

Fra quelli che recarono maggior danno alla reputazione della Cina, e concitarono la più perentoria avversione contro i suoi esorbitanti costumi, vi furono quei viaggiatori che dell’immenso Paese non videro che Shanghai ed Hong Kong; vale a dire gli insediamenti urbani meno cinesi che potessero esservi, come quelli in cui maggiormente alle indigene usanze erano sottentrati modi di vita occidentali e cosmopoliti.

Shanghai 1920

Shanghai 1920

Passò in opinione che il carattere della Cina risiedesse in quell’equivoco sentore di vizio e di avidità che faceva accapricciare di gustosi brividi i turisti europei. Nulla li colpì della Cina quanto questo sconcertante connubio di ricchezza e di pitoccheria, losca l’una non manco dell’altra, in un’accozzaglia inaudita di “lordume e perle”, come scrisse il missionario Giovanni Lantrua.

San Giovanni Lantrua da Triora, martire in Cina

San Giovanni Lantrua da Triora, martire in Cina

Persino un santo come il francescano Giovanni, al secolo Francesco Maria Lantrua, martirizzato nel 1816 durante il suo apostolato nello Hunan e proclamato beato da Leone XIII, aveva definito Shanghai “la sintesi più caratteristica di tutte le fusioni, di tutte le ricchezze, di tutto il marciume e di tutti i detriti umani d’ogni sorte e d’ogni provenienza”(da  Fou-Hi. Viaggio In Cina, raccolta di lettere, Genova, 1935, p. 193) assomigliando biblicamente la metropoli sul delta del Chang Jiang a una matrona ricoperta di seta, di giada e di brillanti a specchio di una cloaca massima, pullulante dei germi della lebbra e del colera.

L’iperbole era la figura irrinunciabile dei descrittori di Shanghai. La voltavano ora a esaltazione ma, più spesso, a stomacato biasimo per quegli spettacoli di tanta corruzione, non soltanto morale ma ben ancora biologica.

Strada di Shanghai

Strada di Shanghai

Comisso ricorda con disgusto compiaciuto la sporcizia dei quartieri cinesi: “un formicolio umano orrido, cencioso, lurido e accanito” (Comisso, 1932, p. 47). Ercole Patti elenca le brutture che si osservano ad ogni passo per le strade “verminaio, brulicame, piaghe, croste giallastre su crani pallidi…” (Patti, 1934, p. 146).

Il già citato fra’ Giovanni Lantrua discende nei particolari con golosa ripugnanza e nota “sputi, salamoia, cloache, marciumi, sudori…la sporcizia tradizionale del popolo che vanta nientedimeno che origini celesti” (Lantrua, 1935, p. 200).perle

Questa piaga sociale, che è un portato universale della miseria e dell’arretratezza e non già un abito eterno e peculiare dell’indole cinese, come gli europei amavano ritenere, era invece giudicata come un segno di conclamata inferiorità razziale; e conveniva che ancora per quella si deprimesse la boria dei “musi gialli”, che si ostinavano a non ammettere, per i loro vieti preconcetti, la primazia della cultura occidentale.

Quartiere della vecchia Shanghai

Quartiere della vecchia Shanghai

“Non dobbiamo quindi meravigliarci se queste persone, che ricostruiscono così i loro simili come un mosaico di irriducibili differenze, finiscono col chiedersi come sia possibile essere cinesi”, osserva sarcastico Sartre (cit. 1954).

Ma anche più accanita riprensione che per la sua sordidezza la Cina ricevette per la corruttela spirituale, che aprì campo alle più sperticate denigrazioni. Questa nazione sempre più acquistò sinistra fama d’essere sentina d’ongi vizio e d’ogni turpezza. A suo tempo, già Montesquieu, mettendo a riscontro le benevole descrizioni dei missionari con quelle piene di acerba animosità dei viaggiatori e degli avventurieri laici, elesse di starsene alla sentenza di questi ultimi, dandosi a intendere che la disonestà e la sfrenata cupidigia fossero, non che tollerate, lecite nella società cinese. Il popolo cinese, a motivo delle difficili condizioni di vita, si accomodava a tutti  i mezzi e gli espedienti buoni alla sopravvivenza, anche agli inonesti o delittuosi.101284fd49047574a85ea1b11a6543db

Costretti ad aguzzare l’ingegno per sostentarsi, non peritandosi alla bisogna di ricorrere al ladroneccio e alla frode, i cinesi passarono in fama del più furbo popolo che fosse al mondo. È vero che Montesquieu, dopo averli così severamente giudicati, li mandò assolti, avvertendo non essere giovevole comparare la morale dei cinesi con quella degli europei. Se paragoni volevano esser fatti, ammoniva l’autore dello Spirito delle leggi, conveniva ricordarsi piuttosto delle società dell’era classica: a Sparta era permesso rubare, in Cina truffare (“A Lacédémone, il était permis de voler; à la Chine, il est permis de tromper”, De l’ésprit des loi, 1, XIX, c. XX)

I gesuiti missionari nell’impero Qing avevano già lasciato fama che la lentezza con cui camminavano le conversioni al cristianesimo andavano principalmente ascritte alla depravazione dell’animo cinese e alla sua inestirpabile inclinazione al guadagno illecito (si vedano le lettere del p. de Chauvagnac del 1703 e quella del p. de Prémare del 1700 in Lettres édifiantes et curieuses des jésuites de Chine : 1702-1776).

H. Zuber, Mercanti cinesi di bare,1867, acquerello

H. Zuber, Mercanti cinesi di bare,1867, acquerello

A detrarre plausibilità all’accusa resta la circostanza che missionari e viaggiatori spesso non avevano toccato che alcune città portuali e nulla avevano conosciuto delle restanti parti di un paese più grande dell’Europa. Voltaire aveva invano ammonito, nell’Essais sur les moeurs, di non giudicare una grande nazione in base ai costumi del popolazzo di frontiera. Se Voltaire era anche disposto ad ammettere che i vizi non mancassero in Cina, come altrove, era però convinto che vi erano repressi più che altrove dal freno di una legge uniforme e sensata.

Eppure due secoli appresso, i viaggiatori europei di passaggio nelle grandi città cinesi, prendono ancora grossolano abbaglio con l’estendere a tutti i cinesi le pessime inclinazioni frettolosamente osservate negli abitanti delle metropoli costiere. Metropoli che, giova avvertire, erano divenute ormai semicolonie, alienate e disformate dai decennali commerci con gli stranieri e dai trattati ineguali imposti all’Impero cinese dalle potenze occidentali dopo le guerre dell’oppio. Ci si persuase facilmente che tutto il popolo cinese fosse infido e non si lasciasse scappare occasione per ingannare il prossimo, sotto le sembianze complimentose della loro ipocrita etichetta.

“…si sorride e ci si inchina con complimentose adesioni: voi vi fidate e poi vi accorgete che non c’era niente di sicuro. La cortesia dolciastra copre ogni sorta di mancamenti” si lagnava Arnaldo Fraccaroli, scrittore e autorevole firma del “Corriere della sera”, (La Cina che se ne va, Milano, 1938, p. 172).

Ma vi è un luogo d’oro in Carlo Bernari, che fu nella Cina di Mao negli anni ’50, dove si dice che il cinese accolse gli stranieri, armati e vincitori, da servo che si industria di ingannare come può il padrone, come avviene dappertutto da che mondo è mondo, unica vendetta che l’oppresso può prendersi sull’oppressore (C. Bernari, Il gigante Cina, Milano, 1957, p. 14)

.

0 commenti

Lascia un Commento

Vuoi partecipare alla discussione?
Fornisci il tuo contributo!

Rispondi