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CHINALAND: L’IMPERO IMMOBILE di G. Lopez

010e3c3a16366a954b692b2341c38cdeUn’altra malavoce suonava a vituperio della Cina: il suo immobilismo. Una civiltà eternamente identica a se stessa che non conosceva progresso o cambiamento, come quella che era la nazione del mondo più avversa a ogni novità.

Diderot aveva scritto che la scienza cinese si era arrestata a un certo stadio perché il continuo stato di bisogno e penuria non lasciava agio di dedicarsi ad attività che non fossero quelle strettamente legate alla quotidiana sussistenza. Hegel aveva sostenuto che era la mancanza di un serio interesse intellettuale ad aver arrestato il progredire delle scienze e delle arti.

Per Herder la Cina aveva vissuto per secoli in un sonno letargico, perché il carattere artificioso delle sue dottrine morali impediva un effettivo sviluppo dello spirito. Non che mancassero nei cinesi capacità di studio e vigore di ingegno. Quello che mancò, secondo i filosofi europei, fu ogni stimolo a innovare. E anche i contatti con gli occidentali non produssero grandi mutamenti, giacché i cinesi non presero delle conoscenze e della tecnologia straniera più di quel che avevano creduto fosse loro indispensabile.

Ma la Cina fu considerata immobile fin dai tempi dei primi viaggiatori, proprio quando la cultura, tra la fine dei Ming e l’avvento dei Qing, aveva invece cominciato a mettere in discussione le sue tradizioni e si rinnovava più radicalmente grazie ai pensatori della shixue (conoscenza pratica) e agli scienziati, discepoli dei missionari gesuiti.dbe7dac6c8e09b1528acdb26c8bfcff5

E non fu certo durante il regno dei Manciù, con la rigida censura di stato, che gli osservatori della Cina ebbero opportunità di mutare per questa parte opinione. I cinesi seguitarono un pezzo a portare pena del loro presunto misoneismo. Variava solo la maniera in cui gli stranieri se lo spiegavano.

Vi era chi, come il conte Ludovic de Beauvoir, l’apponeva alla venerazione per i defunti (cfr. Voyage autour du monde, in Voyage en Chine p. 1112) e chi, come Piccardi, chiamava in causa l’umiltà religiosa con cui si ponevano dinnanzi all’ordine universale della Natura, al quale, chi voleva ben vivere, conveniva si uniformasse, senza partirsene un filo (Leopoldo Piccardi, Viaggio in Cina, Firenze, 1960).

Ma l’abbaglio eurocentrico accecò persino le menti migliori del secolo XIX. Come potevano i viaggiatori meno provveduti guardarsi dai propri pregiudizi quando un pensatore della taglia di Max Weber, posto dinnanzi alla questione dell’arretratezza cinese, si chiese, a rovescio di ragione, “come mai le invenzioni, le arti e le strutture dell’Occidente si trovino solo in Occidente (sic!)” (Cfr. M. Weber, L’etica protestante e lo spirito del capitalismo, Osservazione preliminare, Firenze, 1983).

La tesi di Weber è d’altronde nota: se le civiltà orientali, come quella cinese, ebbero non più che qualche traccia e rudimento delle nostre scienze e dei nostri istituti civili, ciò avvenne appunto perché capitalismo e libera organizzazione del lavoro non furono conosciuti che in Occidente. Più tardi lo stesso Weber prese a schiarire, con indagini più distese e particolareggiate, i rapporti tra la cultura confuciana e le strutture sociali ed economiche dell’impero cinese, ricavandone poco diverse conclusioni (Si veda Confucianesimo e taoismo in Sociologia delle religioni. Parte prima, Torino, 1988).0

La Cina, secondo Weber, non avrebbe conosciuto innovazioni di cui mettesse conto parlare perché ogni mutamento, minacciando la stabilità dei loro proventi patrimoniali, era avversato dai mandarini e dai funzionari imperiali. Mancando un ceto borghese con interessi abbastanza forti da spingere lo Stato ad assecondare l’espansione economica, mancò anche ogni stimolo a modificare le condizioni esistenti. Il carattere di discrezionalità e arbitrarietà dell’amministrazione pubblica e della giustizia finì di svogliare il perseguimento di una razionalizzazione che le intraprese economiche ricercano per meglio fruttare. Persino l’unità dell’Impero e quella pace che era assicurata entro i suoi troppo stabili confini, togliendo opportunità alla concorrenza tra Stati di accendersi, alle guerre di scoppiare, al colonialismo predatorio di scatenarsi, cospirava all’immobilismo politico ed economico.passage_into_china_by_david_plus_1-d6s8i5j

Poco manca che l’analisi di Weber, defalcando via via i manchevoli presupposti che impedirono alla Cina confuciana di sviluppare un suo capitalismo autoctono e dunque, in ultima istanza, di conoscere il culmine del progresso, manca poco, torno a dire, che non le apponga a difetto di essere stata una nazione troppo pacifica, inibendo così, anche per questo conto, la comparsa di provvidi fenomeni di accumulazione capitalistica come sarebbero le forniture belliche, i bottini di guerra e i prestiti a usura; fattori notori e infallibili codesti di crescita economica e di avanzamento civile, come la storia delle nazioni cristiane, e protestanti in specie, era lì a dimostrare.61bb6195bf43af87bd8fb8098bb02655

Quanta differenza di mentalità corresse tra gli alacri protestanti europei, come Weber, e i confuciani cinesi lo attestano meglio le parole che lo statista Manciù Wen-Xiang, membro del Gran Consiglio sotto l’imperatore Xiafeng rivolse all’inglese Robert Hart, ispettore delle dogane: “Noi vi rimborseremmo volentieri dell’intero aumento di profitti che ci avete procurato se voi stranieri ve ne ritornaste nel vostro Paese e ci lasciaste in pace, come lo eravamo prima del vostro arrivo.” (Citato da di Jean Chesneaux – Marianne Bastid, La Cina, volume primo: dalle guerre dell’oppio al conflitto franco-cinese 1840-1885, Torino, 1974, p. 198)

 

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