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CHINALAND: Le tribolazioni di un missionario in Cina di G.Lopez

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Non ci è difficile immaginare la smorfia di disgusto con cui gli stranieri entravano nelle città cinesi, sudicie e maleodoranti da doversi turare il naso; formicolanti come nidi di insetti, colme di rivoltanti cibarie, incommestibili forse per tutto il rimanente genere umano e di certo per i delicati stomaci europei.

E quel che era peggio, la visita nelle contrade cinesi era un itinerario disseminato di agguati che dimostrava fino a che punto poteva svilupparsi l’istinto del male congenito nella razza gialla, almeno a detta del sacerdote Évariste Huc, missionario in Cina dal 1839 al 1852 (si veda l’antologia Voyage en Chine, cit. p. 924).

Uno sguardo particolarmente rancoroso e arcigno lo aveva gettato sulla Cina l’abate Armand David, anche lui come padre Huc membro della Congregazione della Missione, che, accanto ai pii esercizi, coltivò la botanica, la geologia e la zoologia, scienze per vero non nuove ad abbinarsi alla tonaca e al breviario, come si era visto nel gesuita secentista Giovanni Laureati, versato nelle scienze naturali, che aveva descritto in una celebre lettera la flora e la fauna dei territori cinesi; e come si vedrà poi in Teilhard de Chardin, gesuita e paleontologo, l’ultimo grande sacerdote-scienziato a dimorare in Cina.

Ritratto fotografico di p. Armand David

Ritratto fotografico di p. Armand David

Inviato dal suo ordine a Pechino una prima volta nel 1862, allo scopo di por mano all’organizzazione di un collegio, padre David mise a profitto l’eccezionale opportunità che gli si offriva in quelle terre remotissime di scoprire incogniti animali, tra cui il panda, e raccogliere piante rare e campioni di rocce singolari.

Si pose così linneanamente a rinvenire, imbalsamare, erborizzare e classificare i suoi reperti e pervenne infine a radunare una importante collezione di storia naturale, spedita poi al Muséum d’histoire naturelle di Parigi. Una volta riuscì a penetrare nel parco imperiale di Nanhaizi per osservare un branco di cervi d’aspetto inedito (Elaphurus davidianus) e ottenere persino, mercanteggiando con le guardie tartare, la pelle scuoiata di un esemplare da trasformare in animale imbalsamato.

Esemplari di Cervo di padre David (Elaphurus davidianus)

Esemplari di Cervo di padre David (Elaphurus davidianus)

E si può ben credere che, col capo immerso negli arcani dell’ornitologia cinese, indaffarato e ottenere la pelle di un esemplare; o a raccogliere sconosciute varietà di rododendri e cotonastri, non gli avanzasse troppo tempo per edificare le anime dei neofiti pechinesi o tentare di convertire i pagani dagli occhi a mandorla. Tant’è che, posta ormai da canto la missione evangelizzatrice, l’abate savant fu incaricato ufficialmente dal Jardin des Plantes di esplorare la Cina in lungo e largo con scopo ormai prettamente scientifico; compito che l’abate David intraprese con quell’abnegazione meticolosa che è solo dei missionari e dei tassidermisti.

Un terzo viaggio lo portò nello Zhijiang attraverso l’Hubei, lo Jiangxi e il Fujian. E di quest’ultima impresa egli stese un libro in due volumi: Journal de mon troisième voyage d’exploration dans l’Empire chinois (Paris, 1875) il quale, salvi i meriti scientifici, che lascio agli intendenti di valutare, appare ispirato da una stridula, circospetta e supponente ottusità nei riguardi della civiltà e della popolazione cinese.

Nutrendo gli stessi preconcetti di un altro abate, il nostro Parini, anche David fa stima che i cinesi siano inetti a elevarsi dal più infimo grado nelle arti belle. La loro musica è giudicata cacofonica, la loro scultura semplicemente grottesca. Sono biasimi che si ritroveranno spesso tra i viaggiatori.

Ma merita rilievo un’altra considerazione che scappa al buon abate. Notando infatti come i giovani cinesi, una volta istruiti nei rudimenti della musica europea, finiscano poi per apprezzarla, ne deduce che non già una differenza di organi, bensì solo il caparbio pregiudizio dei cinesi su cosa sia da considerarsi bello impedisce di riconoscere per tale la nostra musica. E non si avvede che codesto avvertimento di relativismo gli si ritorce contro e, involontariamente, accusa in lui medesimo proprio quella sordità estetica che è pronto a censurare nei cinesi.

Illustrazione di strumenti musicali cinesi, (tratta dalla traduzione francese del volume di J. Barrow-Voyage en Chine)

Illustrazione di strumenti musicali cinesi, (tratta dalla traduzione francese del volume di J. Barrow-Voyage en Chine)

Ma quel che è peggio si è che nessun benigno ecumenismo cattolico, nessun ardore di carità cristiana, da buon seguace di San Vincenzo de’ Paoli, interviene ad emendare o mitigare il supercilioso e distratto malanimo di questo sacerdote lazzarista. Non affetta pietà ma insofferenza per la laida miseria dei villaggi in cui è costretto a far dimora e si riconforta solo alla vista delle linde e decenti concessioni franco-britanniche strappate all’Impero cinese dopo la seconda guerra dell’oppio. Diffidente contro tutti: mandarini, guide e portatori, cade alla fine in veri eccessi di disperazione paranoica, vedendosi solo in mezzo a una teppa gialla che non sa se più teme o disprezza.china_by_duongquocdinh-d4hgguy

Il suo interesse, d’altra parte, solo incidentalmente si volge ai costumi e ai luoghi, quando gli avviene di levare lo sguardo intorno, distogliendolo da un raro passeriforme o dalle foglie di qualche strano frutice da assegnare alla famiglia delle Nyssaceae. La sua Cina, classificata con una linneana e insieme certosina minuzia, finisce per assomigliare più a un cabinet all’aperto di storia naturale, pullulante di quadrupedi, insetti, uccelli e bizzarri bipedi col codino, che non allo sbalorditivo e caotico impero descritto da tanti suoi connazionali e confratelli.

Questa Cina disseccata, etichettata, epurata dalla sua specificità etnologica, il cui popolazzo appare sullo sfondo come molesto inconveniente da fronteggiare con astuzia e intransigenza, si adatta a queste dimensioni di gabinetto scientifico anche nelle pagine di altri naturalisti, come Arthur Adams, specialista in molluschi e ragni; e Robert Fortune, un plant hunter sguinzagliato dalla British East India Company per trafugare piante del tè da trapiantare in India e avviare colà piantagioni, in barba al monopolio cinese delle preziose foglioline. Sia l’inglese Adams, nei suoi Travels of a naturalist in Japan and Manchuria (London, 1870), sia lo scozzese Fortune in A Residence Among the Chinese (London: 1857) si mostrano divertiti dalle ridevoli stranezze distrattamente notate lungo l’affaccendato cammino costellato di scoperte naturalistiche.

Si avverte in entrambi gli scienziati britannici lo sguardo freddo e condiscendente dell’entomologo che osserva un termitaio (“gli autoctoni appartengono con tutta evidenza a una razza industriosa” “The natives, evidently an industrious race…” scriveva Adams, cit. p. 87) che ha letto e condiviso le tesi di un saggio, di recente apparso in Francia, intorno all’ineguaglianza delle razze umane.

Quel saggio era di Joseph Arthur de Gobineau. L’Essai sur l’inégalité des races humaines era stato pubblicato per la prima volta nel 1853-54; e verrà letto con particolare interesse nella Germania nazista.

Per tornare all’abate David, si direbbe che anche lui abbia recata con sé dalla Francia una copia di quel famigerato libro; insieme a una prosopopea gallicana che nulla più serba della lungimiranza dei gesuiti francesi dei due secoli precedenti. Il pregiudizio razziale nel sacerdote-scienziato si era  sostituito a quello culturale dei sinofobi. È il sintomo di un nuovo e pericoloso atteggiamento. Alla sinofobia di Montesquieu si è aggiunta ormai l’ideologia razzista di Gobineau.

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