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CHINALAND: L’ALLEGRA ANARCHIA di G. Lopez

1-the-last-emperor1Durante i peggiori anni della sua crisi, seguita alla deposizione dell’ultimo imperatore, la Cina caotica ed eslege è visitata da un gran numero di indiscreti europei. Scrittori, giornalisti, gazzettieri, inviati speciali, dilettanti, esteti, dal più al meno versati nell’esotismo e nella cronaca colorita, ma digiuni di sode cognizioni sulla civiltà millenaria di cui erano venuti a constatare l’agonia.

Sala del trono di Shenyang Gugong, l'antico palazzo imperiale Qing, a Shenyang, in Manciuria.

Sala del trono di Shenyang Gugong, l’antico palazzo imperiale Qing, a Shenyang, in Manciuria.

E, ancorché poco intendenti di politica, tutti erano pur decisi a scrutinare i torti e le ragioni di quegli aggrovigliatissimi avvenimenti. Non capacitandosi delle contraddizioni sociali e politiche, gli osservatori occidentali si provarono a raccapezzare qualche ragione di quel cafarnao.

E, come privi d’ogni lume d’esempio che venisse dalla moderna storia, se già non si fosse voluto rimontare alla caduta dell’Impero romano, si ridussero ad ascrivere quelle tumultuose vicissitudini di rivolte, secessioni, deposizioni, nuove intronizzazioni, accordi e scontri, cricche militari, invasioni giapponesi e lunghe marce alla particolarità delle cose cinesi; fatalmente soggette a periodiche sovversioni e rovesciamenti di dinastia, senza per anche che i più volte secolari istituti di quella civiltà avessero mai a risentirne in maniera sostanziale.

Yuan Shikai, secondo presidente della Repubblica cinese

Yuan Shikai, secondo presidente della Repubblica cinese

Non mancò chi fu mosso a credere che l’impero potesse presto o tardi risorgere, come spesse volte era avvenuto dopo interregni dal più al meno lunghi e turbolenti, in cui la Cina si era disgregata in tanti principati quante aveva province. E fidando ancora una volta sul provato luogo comune dell’immobilità cinese, si insinuò pure che tutto quel subbuglio non fosse che rimescolio momentaneo. Si riteneva probabile che ogni cosa sarebbe di bel nuovo ritornata all’antico ordine.Truppe al tempo dei Qing

Molti occidentali, da Sitwell a Cipolla, da Ségalen ad Appelius, fino a Renato Simoni (autore di ben due libri sulla Cina: Vicino e lontano del 1920, e Cina e Giappone, 1942, pubblicato dall’Istituto per gli studi di politica internazionale) condividevano la persuasione che i conati di rinnovellamento non avrebbero sortito altro effetto che di meglio confermare e ristabilire su più solidi fondamenti le antiche tradizioni. Ottimo romanziere ma cattivo profeta, Ségalen aveva scritto nel ‘22: “non ci può essere una rivoluzione in Cina: appena una ribellione” (René Leys o Il mistero del Palazzo imperiale, Torino, 1973, p.164).

Fu vittima di questo abbaglio persino un serio cultore della sinologia come il giornalista triestino Luciano Magrini, fondatore dell’Istituto culturale italo-cinese, che negli anni ‘20 visitò l’Estremo Oriente come inviato del “Corriere della sera”, e fu autore di monografie e relazioni di viaggio come La Cina d’oggi (Milano, 1925) e In Cina e in Giappone (Milano, 1927).

Regno sovrano della bizzarria e del paradosso, la Cina offre le più incoerenti antinomie anche sotto il rispetto politico. La sua sfrenata anarchia esercita una scandalizzata attrattiva tra gli osservatori europei, molti dei quali provengono dall’Italia fascista.

Pu Yi, l'ultimo imperatore

Pu Yi, l’ultimo imperatore

Fu facile per loro dileggiare un Paese che, proclamato repubblica per editto imperiale, non aveva un presidente riconosciuto né un governo centrale che esercitasse un vero potere fuori dalla capitale; ma che in compenso, come notava Appelius, aveva un imperatore detronizzato che se ne viveva tuttavia rinchiuso nella sua reggia, assieme a migliaia di cortigiani, eunuchi e concubine. Tutti tennero per singolare ridicolaggine che l’immenso territorio cinese fosse conteso da una dozzina di generali grassatori a capo di altrettanti eserciti. I quali poi, per tradizionale aborrimento dalle armi, erano di tutto desiderosi fuorché di battersi e perciò andavano in giro muniti di fucili scarichi.

Uniformi dell'esercito cinese tra il 1911 e 1912

Uniformi dell’esercito cinese tra il 1911 e 1912

Sulla viltà e venalità dei militari cinesi si ripetevano le parole di Matteo Ricci. Queste truppe raccogliticce, codarde e venderecce, gagliarde solo nel saccheggio degli inermi civili, armati con gli sbratti degli arsenali europei e americani, male organizzate e peggio guidate da cricche di generali corrottissimi, passarono in favola e furono tenute specchio della condizione degradata della Cina moderna, ormai volentieri assomigliata a un fatuo paese d’operetta, dove fin le battaglie, come sempre incruente, così passavano per messinscene recitate da un esercito di parata.

Ufficiale dell'esercito imperiale cinese, circa 1900

Ufficiale dell’esercito imperiale cinese, circa 1900

Andavano attorno in Europa e si incastonarono fin nei più posati resoconti, burleschi aneddoti e amenità sulla guerra combattuta tra le peritose fazioni dei signori della guerra rivali. Scaramucce dove gli eserciti facevano solo le viste di combattere, preste ritirate e capitolazioni rese senza colpo ferire; ufficiali che facevano compravendita di armi con i loro stessi nemici e altrettali buffonerie che si amplificarono e circolarono sul conto di questo popolo, tenuto per imbelle e fingitore.

Zhang Zuolin, signore della guerra che spadroneggiava in Manciuria con l’appoggio dei Giapponesi, aveva sconfitto, unitamente a Wu Peifu, governatore dello Zhili, e alleato dell’Inghilterra, la cosiddetta cricca dell’Anfur, capeggiata da Duan Quirui e Xu Shuzeng. In seguito, Zhang Zuolin e Wu Peifu erano venuti a contesa tra loro, per poi nuovamente riaccordarsi poco dopo.

Il generale Zhang Zuolin

Il generale Zhang Zuolin

Teilhard de Chardin, che ebbe modo di assistere al loro abboccamento del 1922, lo descrive come pomposamente officiato a suon di fanfare militari, con ufficiali in alta uniforme, e mandarini in vesti di seta, in un sentore di commedia e di cospirazione.

Esercito cinese, 1900

Esercito cinese, 1900

L’etichetta e il cerimonioso infingimento vengono divulgati come i tratti meglio caratteristici e durabili di questa assurda civiltà al tramonto. Infiorettate di cosiffatte indiscrezioni da burla, le drammatiche vicende del periodo dell’anarchia cinese, tra la fine dell’impero e la vittoria di Mao, si stemperano in facezie e novelle da ridere. L’umorismo esorcizza la storia, il pittoresco massacra la sociologia e la scienza politica. I maneggi degli infidi politicanti cinesi diventano il grottesco rovescio degli istituti civili dei governi occidentali, vuoi democratici che totalitari.

Esilarato dai buffi avviluppamenti in cui si imbrogliano le cose delle antipodi cinesi, e insieme riconfortato dalla bontà incomparabile del proprio sistema, il viaggiatore occidentale affetta la più cinica derisione per questo impero già immenso e altero, ora tralignato in una caricatura di repubblica, senza autorità, senza ordine legale e quasi senza indipendenza. Ludibrio del mondo, era parte zimbello dei Giappone, parte dell’Inghilterra; e per il rimanente preda del primo avventuriero che volesse espugnare la mal vietata Pechino. Ma non era proprio l’Occidente a fomentare con cabale diplomatiche segrete o con aperti assegnamenti le fazioni in lotta, per valersene ai suoi fini?

Imbevuto del suo sogno di una Cina putativa e fiabesca come quella del nostro Gozzi, Victor Ségalen, introducendo come sfondo del suo romanzo René Leys le vicende politiche che precedettero immediatamente la caduta dell’ultimo imperatore, mostra altrettanto disprezzo per il liberale Sun Yat Sen che per l’ambizioso Yuan Shikai. La Cina di Ségalen non poteva essere governata che da un Figlio del Cielo.

 

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