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CHINALAND: I FIGLI DEL CIELO di G. Lopez

Ritratto dell'imperatore Guangxu

Ritratto dell’imperatore Guangxu

Il crollante Impero Cinese, investito della sensibilità decadentistica europea, aveva offerto una sponda esotica alle finzioni poetiche dei letterati, viaggiatori o sedentari, che si erano avventurati in quei paraggi. Si può essere sorpresi di ritrovare la sontuosa Cina imperiale postumamente convitata come incongruo leitmotiv in un romanzo del 1990 per altri versi francesissimo, borghesissimo e tutto psicologico come L’empereur Ming vous attend di Diane de Margerie.

Come il giornalista e romanziere Lucien Bodard, la protagonista, Clara Savelli ha trascorsa la prima infanzia in Cina, dove è rimasta orfana. Tornata in Francia, il ricordo della terra natale e della morte misteriosa del padre continua ad assillarla, a tal segno che le crudeli e fastose cronache cinesi diventano per lei oggetto di culto. Con le vicende a metà favolose dei Figli del Cielo e degli intrighi dinastici nella Città proibita, Clara si è foggiata una specie di mondo parallelo; al tempo stesso un rifugio mentale ed un serbatoio di illuminanti similitudini, una dotta revêrie sinofila ed un mito ossessivo.  

Elusa la Cina moderna, l’immaginazione della narratrice riabilita l’impero cadente e voluttuoso di Ségalen, di Voisins e di Bodard e ne fa l’allegoria di una condizione umana:

“Mais cette Chine hiératique, sombrant de manière grandieuse comme la barque de marbre qui, dans le lac artificiel…au palais d’Eté, année après année s’enfonce davantage parmi les lotus…N’était-il pas l’incarnation suprème de tout ce qui survit dans le fait même de n’être plus?”.

La barca di marmo nel Palazzo d'Estate di Pechino

La barca di marmo nel Palazzo d’Estate di Pechino

L’immagine della barca di marmo voluta dall’imperatrice Cixi per il palazzo d’Estate che, anno dopo anno, affonda sempre un po’ di più tra i fiori di loto del bacino artificiale diventa simbolo di funerea sopravvivenza di ciò che è cessato.

Ritratto di Cixi

Ritratto di Cixi

La figura di Cixi, la dispotica imperatrice vedova, reggente dell’Impero Manciù, si sovrappone a quella del padre, morto in oscure circostanze o forse ancora vivo. Bisogna riconoscere che Diane de Margerie ci ha dato forse il più icastico tra i tanti ritratti della famigerata Cixi, dipinta attingendo parecchio all’inchiostro di Huysmans, tanto da avere un’aria di famiglia con le varie femme fatale per cui va in estasi Des Esseintes: “La tiranna…assisa sul suo trono, livida sotto i capelli tirati in uno chignon, irta di spilloni sufficientemente aguzzi da trafiggere gli occhi degli indocili, le unghie celate da artigli acuminati come pinze di costracei, rassomiglia in modo inquietanto al Grande Eunuco in piedi presso di lei, suo complice annoso, oberato di addobbi, la testa coperta di bande sotto una tiara gigantesca” (traduzione nostra).

Ritratto fotografico di Cixi

Ritratto fotografico di Cixi

Sia le efferatezze leggendarie dell’imperatrice vedova Cixi  (Tseu-hi in francese) che il motivo dell’imperatore recluso nella reggia e spossessato d’esistenza personale, fino ad assumere un’identità meramente rituale e astratta, ostaggio esangue delle sue prerogative celesti e del dominio deferente e subdolo, esercitato su di lui dagli eunuchi e dal gineceo, imprestano stavolta le loro virtualità metaforiche al tema, centrale nel romanzo, della lotta tra i sessi e del gioco dei ruoli in cui Clara resta irretita, proiettando i suoi intimi assilli sui simulacri cinesi offerti dalla provvida intercessione di Victor Ségalen.

Sia nelle poesie di Peintures, sia nel romanzo Le fils du ciel, Ségalen aveva infatti evocato gli spettri di imperatori Ming e Manciù che, deboli e rinunciatari, accolsero la morte come liberazione dal peso di vivere regnando sull’improbo trono di giada.

Ritratto dell'imperatore Qianlong

Ritratto dell’imperatore Qianlong

Resi congeniali, per amore o per forza, agli assilli di una donna francese del XX secolo, i remoti personaggi storici del passato imperiale cinese vengono richiamati in vita per affinità psicologiche studiosamente escogitare dalla penna fin troppo capziosa e lambiccata della Margerie.

Altri imperatori trovano posto nelle pagine non solo di scrittori ma anche di filosofi europei. Mentre Pechino cadeva nelle mani dei ribelli, Chongzhen, ultimo imperatore Ming, pose fine ai suoi giorni e alla dinastia impiccandosi su una collina del recinto imperiale. Hegel narrò succintamente la fine dell’ultimo imperatore Ming nelle Lezioni di filosofia della storia (vol. II, I, 3, b), allo scopo di far notare come un sistema di governo autocratico, come quello che vigeva in Cina, aveva lo svantaggio che, senza un sovrano energico, l’intero Paese era destinato a paralizzarsi, precipitando nell’incuria generale.

L’ultimo imperatore Ming, Chongzhen

L’ultimo imperatore Ming, Chongzhen

Per quanto amabile e onorato, l’ultimo imperatore era incapace di tenere le redini del comando con tutta la forza necessaria. Hegel si sofferma sugli ultimi drammatici istanti di Chongzhen, che, prima di suicidarsi, uccise la figlia, per evitare che cadesse nelle mani dei suoi nemici; e con il suo sangue scrisse sul lembo della sua veste poche parole di rammarico per l’ingratitudine dei sudditi.  

A scavalcare con la fantasia le mura della Città purpurea e a intrufolarsi nei padiglioni proibiti, ben alla larga dalle trincee della Grande Guerra da poco scoppiata, fu anche Alfred Döblin, che nel romanzo apparso nel 1916 Die drei Sprünge des Wang-Lun. Ein chinesischer Roman (I tre salti di Wang-Lun. Un romanzo cinese), immagina l’imperatore Qianlong tutto compreso nella sua parte di Figlio del Cielo, sincero nel suo ruolo, circondato da meravigliosi vasi che sovente fanno le spese delle sue collere regali.20151225003409

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Döblin si interessava già da tempo alla cultura cinese, in particolare al Taoismo; e, scrivendo a a Martin Buber per mettendolo a parte del suo progetto di scrivere un romanzo storico ambientato in Cina, gli chiede dei titoli di libri sulla religione e la filosofia cinesi (lettere del 18 agosto e del 13 ottobre 1912).

Wang-Lun, il protagonista del romanzo, è un adepto taoista di umili origini, ligio al precetto del “Wu wei”, il “non agire”, o meglio, l’agire in conformità con la natura cosmica. Perseguitato dall’imperatore, impugna le armi e guida una schiera di rivoltosi contro il Palazzo. Günter Grass , ammiratore di Döblin, loda le scene di massa, del romanzo, descritte con una tecnica già cinematografica. Mentre il ribelle Wang-Lun si dà da fare e fa vedere i sorci verdi all’esercito imperiale, il sovrano celeste si muove tra paesaggi poetici: fagiani argentati, giardini a specchio del lago, padiglioni risuonanti di tintinnacoli, deliziosi ponticelli. Le notizie allarmanti della sedizione lo raggiungono nella sala del trono rivestita di seta gialla, décor maestoso di bronzi e tappeti.

a6310b63cd9ca71ba6d9d6733d3efc66Naturalmente, quando parla, l’imperatore si esprime con il debito mimetismo in un linguaggio compassato e ricco di figure e tropi pseudo-cinesi. È vittima di una congiura di palazzo, macchinata per mezzo di pratiche magiche, fortunosamente sventata. Tradito fin dal figlio che gli succederà, angosciato per i segni infausti, oppresso dall’età che avanza, inquieto per scrupoli religiosi e ansie ultramondane, il sovrano celeste finisce in preda a una specie di delirio mistico. Con i ribelli di Wang-Lun alla porte, Qianlong si intrattiene col figlio, continuando imperturbabile a coversare di poemi e di pavoni. Si veda anche

https://apeiron.iulm.it/retrieve/handle/10808/2280/4106/000198696_D%C3%B6blin.pdf

La figura dell’imperatore, incommensurabilmente remoto dal suo popolo e dalla vita reale, evocano nel lettore un nome su tutti: Franz Kafka. Nel racconto e nei frammenti di Durante la costruzione della muraglia cinese il motivo dell’opera tanto colossale quanto vana e assurda, tanto da diventare emblema del potere oscuro e misterioso che la esige, si salda con quello della solitudine e della distanza inavvicinabile dell’imperatore cinese.292208-great-wall-of-china

L’Impero è tanto vasto che i dispacci impiegano tempi lunghissimi per giungere dalla capitale alla periferia, tanto che quando arrivano in una contrada, i messaggi sono già vecchi e superati. I sudditi prestano ossequio a sovrani magari già defunti, obbediscono a leggi non più in vigore, consapevoli di essere tagliati fuori dal presente, esuli nella loro stessa nazione. Nella prima parte del racconto kafkiano, la ricca polisemia a cui si prestava l’immagine dell’assiduo e gigantesco lavoro collettivo richiesto dall’erezione della Muraglia dilata fino agli ultimi gradi la sua potenzialità simbolica, che non occorre qui illustrare per il minuto.

Basterà accennare che le dimensioni del monumento che schiacciano l’individuo, traspongono in una tropologia della quantità un capogiro d’ordine metafisico. Qual è il senso nascosto di quest’immane opera che nessuno sguardo umano può abbracciare per intero; e chi segretamente la dirige? La seconda parte del racconto è saturata dal simbolo contiguo, ma a sé stante dell’invisibilità e lontananza del potere imperiale in Cina. Parte tanto autonoma da essere stata pubblicata da Kafka come brano compiuto nel volume Un medico di campagna del 1919, col titolo di Un messaggio dell’imperatore.

Hongwu fondatore della dinastia Ming

Hongwu fondatore della dinastia Ming

In Ségalen l’imperatore ignora ciò che accade al suo popolo. In Kafka è il popolo che ignora ciò che accade all’imperatore. L’arcana irraggiungibilità del sovrano celeste, circondato da infinite mura e palazzi concentrici, non solo provoca paradossi spaziali (il suo messaggio invano atteso che non giungerà mai a destinazione, per quanto veloce il messaggero copra il tragitto) ma, spalancando enormi sfasature cronologiche è origine di assurdità temporali. A causa delle distanze, nei villaggi più remoti non si sa bene neppure quale dinastia regni; e capita che si impartiscano come attuali disposizioni di sovrani defunti secoli prima.

L’imperatore di Ségalen finiva per svanire nel fumo delle fiabesche congetture suscitate dal suo nome. L’imperatore di Kafka scompare dietro le inquietanti illazioni che, mentre ne predicano l’esistenza, lo dichiarano irreale. “Se da questi fenomeni si volesse argomentare che in fondo non abbiamo nessun imperatore, non si sarebbe molto lontani dal vero…Più facile…è per noi credere che Pechino e il suo imperatore siano una cosa sola, per esempio, una nuvola che con l’andare del tempo si trasforma lentamente sotto al sole” (In Tutti i racconti, vol. 2, Milano, 1979, p. 136).

Chi legge Il messaggio dell’imperatore non può a meno di imprestare anche al Castello qualcosa del palazzo imperiale di Pechino e includerlo nei confini della metafora cinese, quando bene sia esente da ogni pur minima traccia di esotismo. Del resto Walter Benjamin, richiama più volte la sinologia commentando Kafka nel saggio scritto per il decimo anniversario della morte (in italiano nella raccolta di scritti Angelus Novus, Torino, 1962, pp 284 e sgg).

Non solo Kafka, come autore di parabole, viene accostato al fondatore del taoismo Laotse (sic), ma, citando un passo del libro La stella della redenzione del filosofo ebreo tedesco Franz Rosenzweig, Benjamin asserisce di ravvisare tratti cinesi anche nel romanzo Amerika, il cui protagonista Karl Rossmann sarebbe “puro e privo di carattere”, come una specie di saggio confuciano, in quanto la sapienza cinese “cancella ogni possibile particolarità di carattere” per esaltare la purezza del sentimento. E lo stesso teatro naturale di Oklahoma, per il critico tedesco, rimanderebbe al teatro mimico cinese.

Sempre in area tedesca, Hermann von Keyserling, nel suo Diario di viaggio di un filosofo: Cina, Giappone, America (1919) cercò di immedesimarsi nelle appena concepibile responsabilità di un Figlio del Cielo, dal cui retto comportamento dipendono l’armonia e il benessere della Cina, quindi del Cosmo. E arrivò a concluderne che la coscienza stessa del proprio enorme potere ispirerebbe al monarca, gravato di tanto fardello, non già un sentimento di orgoglio sovrumano, ma bene di umiltà e di modestia, avvertendo d’essere non più che una ruota su cui poggia la macchina infinita dell’universo. In ogni caso, Keyserling stimava più ammirevole il coscienzioso autocrate che sopporta su di sé il peso del mondo, che non il libero americano, il quale si fa vanto di poterlo distruggere con la sua potenza di fuoco.

Roger Caillois nel Rocher de Sisyphe, (La roccia di Sisifo, Milano, 1990) spiegherà poi, completando ed integrando le indicazioni del sinologo Granet, che la forza dell’imperatore doveva essere temperata dalla misura e dalla modestia, per scongiurare disordine e perdizione. Ogni volta che l’imperatore doveva alludere a se stesso, ricorda Caillois, doveva designarsi modestamente con l’appellativo di “io, il piccolo orfano”.

Minimizzare per litote, negare per asteismo, alludere con parche metonimie a ciò che per la sua spaventosa grandezza è così ubiquo da risultare assente o invisibile è un’attitudine tipicamente kafkiana, ma è anche un costume squisitamente cinese.

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