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CHINALAND: ESOTISMO E MARXISMO di G. Lopez

Raphaël Freida, Illustrazione per Octave Mirbeau’, “Le Jardin des Supplices” 1927

Raphaël Freida, Illustrazione per Octave Mirbeau’, “Le Jardin des Supplices” 1927

Le atroci amenità di un popolo gaudente quanto spietato, escogitate sulla scorta degli stessi viaggiatori del XVII e XVIII secolo ai quali prestò fede un sinofobo come Montesquieu, si erano sotterraneamente radicate nella nostra immaginazione occidentale, finché Le jardin des supplices di Octave Mirbeau, che appunto narrava le deliziose atrocità in uso nell’Impero cinese, con la scorta dei più esotici tra i Contes cruels di Villiers de l’Isle-Adam, cavando una favola da questi coloriti malintesi e ribadendoli con scrupolosa malizia, procurarono di divulgarli nella cultura fin de siècle, già la sua parte inciprignita in consimili esempi e risalti, da dove non sarà poi più possibile spiantarli.

Di questa prevedibile collimazione di esotismo, di pregiudizio e di decadentismo attardato, lo scrittore francese Lucien Bodard non appare che il fruitore postumo. Come il nostro Arnaldo Cipolla aveva eletto un androgino attore dell’Opera di Pechino a personificazione della vecchia e corrotta Cina, così Bodard si piace di incarnarla invece nell’imperatrice Cixi, vera “belle dame sans merci” dagli occhi a mandorla, che Sartre chiamò “Agrippina gialla” (Sartre, 1954, p.2). L’imperatrice vedova continuerà ad essere vagheggiata da altri scrittori francesi, come Diane de Margerie nel romanzo L’Empereur Ming vous attend.sc-gr-254-crop_custom-9fc739f5dc424ff0cc0c0f5e2f0863f0240880bd-s6-c30

Insaziabile negli amori, inesorabile nei castighi, ambiziosa e crudelissima, l’imperatrice fu descritta da Bodard intenta nei suoi supplizzi di delicatezza all’interno del Palazzo d’Estate. E non fece che mutarne il nome e l’epoca quando lo stesso autore scrisse la monumentale biografia romanzata della vedova di Mao, Jiang Qing, chiamata per strazio Madame Mao, degna Cixi del XX secolo (Les dix mille marches, Paris, 1991, seguito da Le Chien de Mao, nel 1998).

Ritornando in quella nazione “purificata dal marxismo”, l’accanito rimpianto di Bodard giunge persino a lamentarvi la scomparsa di quel che egli considera evidentemente il massimo del pittoresco: l’accattonaggio, le nottivaghe prostitute, il frastuono dei gong e altre memorabili attrattive della vecchia Cina. “Mancano le raffinatezze squisite, comprare delle vergini da consumare mentre si mangiano cani chow-chow o cervello di scimmia dal cranio segato e che si raccoglie ancora palpitante col cucchiaino. Mancano i supplizi, le morti lente, gli intrighi” (cit. p. 529, traduzione nostra).

Non è da credere che Bodard sia il solo reazionario a confessare la sua predilezione per la variopinta e spietata micragna della Cina avanti Mao e il suo odio per il tedioso egualitarismo della Repubblica popolare, che aveva dato bando a tutto questo delizioso guazzabuglio di efferatezze.

Ma per diametro opposto fu in ogni caso il giudizio di quegli osservatori di varia fede politica, dal gollista francese Alain Peyrefitte alla marxista italiana Maria Antonietta Macciocchi che, giunti in Cina nel bel mezzo della Rivoluzione culturale, elogiarono il maoismo proprio per aver salvato il Paese da questo destino di sottosviluppo e aver trasformato “una massa di reietti come erano a Shanghai in un’avanguardia politica sterminata” (Macciocchi, Dalla Cina. Dopo la rivoluzione culturale, Milano, 1971, p. 313).fa2f6bb41815e16b902094ae28c9f55d

La collettivizzazione maoista aveva impedito alla Cina di sprofondare nella tragica abiezione dell’India. “Bisogna provare il disgusto nauseabondo di una certa Asia, per capire la Cina” (cit. p. 312).

Fin dal 1912, nell’articolo Democrazia e populismo in Cina apparso sulla «Nevskaia Zvedza», Lenin aveva pronosticato che fra cinquant’anni vi sarebbero state in Occidente molte Shanghai, “e cioè molti centri di ricchezza capitalistica e di indigenza e miseria proletaria, con milioni di abitanti” dove il proletariato raggiungerà un tale sviluppo da rendere matura una rivoluzione comunista. In questa metropoli si potevano  saldare lotta al capitalismo e lotta all’imperialismo, visto che il capitale era quasi tutto in mano agli stranieri. Articoli di Lenin sulla Cina

Henri Cartier-Bresson, 1949, Shanghai festeggia l'entrata dell'Armata rossa

Henri Cartier-Bresson, 1949, Shanghai festeggia l’entrata dell’Armata rossa

Ma i frequentatori europei dei bordelli e degli empori di Shanghai rimarranno per qualche anno ancora ben lontani da mettersi in pensiero per le utopie di un rivoluzionario russo e continueranno per decenni a credere la Cina un Paese immobile destinato a una interminabile agonia.

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