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CHINALAND: DO YOU LIKE CHINA? di G. Lopez

Al contrario di Hegel e di Max Weber, i filosofi cinesi, come Zheng Zi e Zhu Xi, ritenevano che la supremazia delle scienze e delle tecniche occidentali non fossero affatto prova di superiorità civile, poiché quelli ottenuti dal sapere tecnologico erano meri vantaggi pratici che, in quanto tali, non serbavano nessuna validità assiologica nel mondo morale, che era la sfera della vera civiltà.

Ritratto del diplomatico cinese Zeng Jize

Ritratto del diplomatico cinese Zeng Jize

Eppure sostenitori della modernizzazione non mancarono in quegli anni neppure in Cina, specie al tempo degli ultimi Qing. Negli stessi anni in cui a Londra Herbert Spencer metteva a punto la tesi del darwinismo sociale, a Pechino l’erudito Feng Gui-Fen, in un’opera dal titolo suggestivo di Protesta dallo studio del collezionista di stile (Jiaobinlu kangyi) espose il suo piano di ammodernamento, con mira di mettere il suo Paese in grado di non soccombere nella lotta per la sopravvivenza con le più agguerrite potenze occidentali.

Ritratto di Feng Guifen

Ritratto di Feng Guifen

Smentire l’opinione dell’immobilità cinese fu affare di pochi, più avvertiti estimatori. Il filosofo tedesco Hermann von Keyserling, celebre per il suo tentativo di conciliare la civiltà orientale con quella occidentale, contemperandone i pregi, tornò dal suo viaggio in Cina con la convinzione che quella nazione non era affatto ostile in via di principio alle novità in quanto tali, come provava tutto il corso della sua storia, non meno ricco di cambiamenti che la storia europea. (Si veda Diario di viaggio di un filosofo: Cina, Giappone, America (1919), trad. it. Venezia, 2004).

Hermann von Keyserling

Hermann von Keyserling

La Cina si lasciava meno incalzare dagli eventi, standosene meglio ai lenti ritmi della natura, che cambia sì ma senza fretta. Barzini, agli albori del Novecento, aveva già avvertito che i cinesi erano tutt’altro che impenetrabili al mondo e incuriosi delle moderne invenzioni forestiere.

Nel romanzo Les tribulations d’un chinois en Chine anche Jules Verne, come si è già visto, (a spasso nel Chung Kuo) descrive i marchingegni della seconda rivoluzione industriale ben acclimatati nelle case cinesi.mfa_festival_lpa_les_tribulations_d'un_chinois_en_chine

Uno dei caratteri che finisce per imporsi maggiormente all’attenzione del dossologo che vaglia questi testi è il continuo bisogno, in essi dichiarato ed esibito, di rintuzzare pareri erronei, sfatare fole prestigiose, smentire, sconfessare, eccepire, contestare.

Armati della propria evidenza oculare, i viaggiatori sinofili svellono radicati pregiudizi, cercano di smantellare castelli di calunnie accumulate nei secoli, emendare travisamenti e deformazioni; e impongono silenzio al brusio delle vociferazioni senza costrutto.

Ed ecco alcuni esempi delle frequenti rettifiche: non è vero che i cinesi sono per costume infanticidi e fraudolenti, afferma il conte d’Hérisson nel suo Journal d’un interprète en Chine del 1886 (Voyage en Chine, cit. p. 551). E ancora: non è vero che nutrono istintiva avversione per tutti gli stranieri né che respingono tutto ciò che è nuovo.

La definizione etnografica si risolve spesso in un protocollo negativo di confutazioni. La verità, scaturita a costo di un viaggio così disagevole e faticoso, potrebbe mai collimare con la sedentaria e sclerotizzata communis opinio acquisita dai più comodamente a casa, facendosi un’idea con la scorsa di un vecchio libro o la lettura dei giornale?

Il resoconto di viaggio tende in certi casi ad articolare un polemico itinerario di contestazioni, dove la penombra ideologica in cui sonnecchia e vegeta il preconcetto culturale viene abbacinata da prove lampanti della sua infondatezza, rischiarata da esempi inattesi o insospettati, da accertamenti più affidabili e più recenti, e infine sconfitta dall’evidenza recata da chi era stato in grado non solo di toccare con mano, ma di farlo con maggiore perspicacia ed equanimità dei predecessori.

Laozi insegnava:. “Senza uscire di casa, si conosce il mondo…tanto più lontano si va, meno si conosce; perciò il saggio conosce e non viaggia”. E infatti tre grandi intellettuali non ebbero neppure bisogno di uscire dalla loro camera per ricusare le testimonianze di viaggiatori in malafede.

Voltaire scrisse che i cinesi “hanno trovato tutto quel che era loro necessario assai prima di noi e si sono arrestati a causa del rispetto per ciò che è stato loro trasmesso” (Essais sur les moeurs, cap. I).

Contadino cinese con la sua famiglia, illustrazione di William Alexander per il volume The Costume of China, Londra, 1805

Contadino cinese con la sua famiglia, illustrazione di William Alexander per il volume The Costume of China, Londra, 1805

Il fisiocratico Quesnay, ammiratore del sistema economico in vigore nel Celeste Impero, si spinse anche oltre nell’apologia e sostenne, in faccia a coloro che accusavano i cinesi di barbarie e arretratezza, che le leggi seguite da quel saggio popolo erano in armonia con la Natura e pertanto perpetue e immutabili come la Natura stessa. La durata estensione e prosperità dell’Impero cinese lo rendevano stabile e invariabile; e questa felice uniformità era prova che l’incostanza dei governi non aveva altra base che l’incostanza degli uomini (cfr. François Quesnay, Dispotisme de la Chine, cap. VIII).

Illustrazione dal volume di Johann Christian Hüttner, VOYAGE EN CHINE ET EN TARTARIE, Paris, 1804

Illustrazione dal volume di Johann Christian Hüttner, VOYAGE EN CHINE ET EN TARTARIE, Paris, 1804

Nel primo decennio del secolo seguente, Ugo Foscolo, recensendo sui milanesi “Annali di Scienze e Lettere” (1811-1812) una traduzione inglese del codice penale del Celeste impero, (Ta tsing le leu, Le leggi fondamentali e scelta di alcuni statuti supplementari del Codice penale dei Chinesi) dette prova di una migliore equanimità di giudizio della maggior parte dei filosofi che scrissero di Cina senza avervi mai messo piede e osservò che:

“I Chinesi non sono stati finora conosciuti in Europa sotto il vero punto di vista. I missionari, che furono i primi a parlarne, per quella ordinaria propensione di tutti gli scopritori a magnificare il valore delle proprie scoperte, esagerarono i meriti e il grado d’incivilimento dei Chinesi.”

E sulla loro scorta, alcuni filosofi “perché sovente sono presi dalla triste voglia di disprezzare quella porzione della loro specie che conoscono più dappresso e lodar quella di cui meno sanno da lungi, si deliziarono nelle leggende di quei primi santi padri della China; esaltarono quelle remote regioni dell’Asia sopra le nostre di Europa e trasformarono i Chinesi in una specie di bipedi Hougnimi, quali uscirono già dal cervello del Decano di Dublino. Questa stravaganza provocò necessariamente una stravaganza opposta…non contenti di negare tutta la scienza e tutte le belle prerogative dei Chinesi ne misero persino in dubbio la popolazione, l’antichità e la destrezza manuale, e li rappresentarono come i più vili e dispregevoli fra le barbare nazioni…”

(La recensione, anonima ma attribuita a Foscolo, compare nel settimo volume della edizione nazionale delle Opere di Foscolo (1933) preceduta da una introduzione dove si soppesano le prove sulla sua paternità o meno dello scritto. Il testo è anche rintracciabile su: opere di foscolo

A lume di buon senso, Foscolo, che era anche un fine e assennato uomo di studi, sospettava a ragione che tra l’esaltazione smodata degli uni e la denigrazione malevola degli altri, la verità stesse nel mezzo:

“A poco a poco le opinioni vennero temperandosi più conformi al vero; e quando l’Ambasciata inglese entrò nella China nel 1793, gli uomini intelligenti ond’era composta, non volevano…né aggiungere oltre il debito alle lodi dei chinesi, o per ammirazione puerile o per calcolo malizioso, né detrarre ai meriti loro reali…perché altri prima li lodò follemente, oltre il richiesto dal vero.”

In queste pagine ci pare di rinvenire il contemperamento più sensato tra sinofilia e sinofobia che un uomo di lettere abbia tentato. Per altro Foscolo finisce per inclinare dalla parte di chi si è formato una buona opinione della civiltà cinese. Lodando il traduttore, l’orientalista George Staunton che era figlio del segretario di Lord Macartney nella celebre missione diplomatica nell’Impero cinese del 1793, concorda con lui “che molta parte delle opinioni, che generalmente i Chinesi e gli Europei hanno avuto gli uni degli altri, deve imputarsi a prevenzione o a men veridiche informazioni…”

Sir George Thomas Staunton

Sir George Thomas Staunton

E allo stesso Lord Macartney riconosce di possedere il giudizio più retto “su questa singolare nazione”, laddove invece altri inglesi, come lo stesso Sir John Barrow, funzionario al seguito dell’ambasceria, si mostravano animati “da un tal qual rancore od antipatia, contro i lodatori degli orientali, sì che le asserzioni e le osservazioni di questo zelante filosofo hanno certa tinta la quale serba tenore a questa cosiffatta disposizione dell’animo suo.”

Sir John Barrow in un ritratto di John Jackson

Sir John Barrow in un ritratto di John Jackson

E passando al merito delle leggi voltate dal cinese all’inglese, Foscolo le elogia senza mezze misure, affermando: “non conosciamo alcun codice europeo che sia al tempo stesso così abbondante, e così coerente, e che, come questo, sia scevro d’oscurità, d’ipocrisia di finzione”, pur con le riserve di eccessiva minuzia e di manchevolezza riguardo a libertà politica e individuale. Ne conclude che per quanto “lo stato della società sembra…essere depresso e miserabile…noi non crediamo che si potessero divisare più savi mezzi per mantenerla in pace e tranquillità.”

Illustrazione dall'edizione olandese del Resoconto dell'ambasciata all'imperatore di Cina di G. Staunton, 1798

Illustrazione dall’edizione olandese del Resoconto dell’ambasciata all’imperatore di Cina di G. Staunton, 1798

Come in qualche modo avverte anche Foscolo, la traduzione del codice penale cinese era la risposta di George Staunton alle critiche del suo mentore Sir John Barrow, membro anch’egli della missione di Macartney, ma molto meno incline a riconoscere la bontà della giustizia e al concetto di legalità vigente in Cina.

Staunton e Barrow si possono considerare i due campioni britannici degli opposti schieramenti dei sinofili e dei sinofobi che hanno diviso l’Europa nella sua valutazione della Cina (cf. Peter J. Kitson, Forging Romantic China: Sino-British Cultural Exchange 1760–1840 Cambridge University Press, 2013 consultabile su

Forging Romantic China: Sino-British Cultural Exchange

Senza far maggior caso alle attestazioni dirette che agli argomenti storici o speculativi, Diderot aveva nel frattempo compendiato con sbrigativa chiarezza quella che rimase l’opinione di generazioni di europei: quella cinese è una civiltà peggio che barbara, dal momento che si crede perfetta e dunque non farà mai niente per progredire e migliorare.

La “boria delle nazioni”, come avrebbe detto Vico, era sempre buona a spiegare le più scomode e impenetrabili differenze culturali.

 

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