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CHINALAND: DEPRAVATE SQUISITEZZE di G. Lopez

77749ceea7a7e01ac90a06ea3e641e66La doppiezza subdola del cinese si serbò ancora una volta in proverbiale antonomasia, ma presto si trascorse a nuove e rincarate denigrazioni, affermando in iperbole che la truffa e la frode erano una sorta di seconda natura per l’uomo giallo; che ogni guadagno losco esercitava su di lui una invincibile attrattiva; che lo smodato desiderio della roba altrui e dei godimenti terreni erano causa dello spirito anarchico e dell’indifferenza politica che da millenni ne informava il carattere.

Il mercante fiorentino Francesco Carletti, già ai primi del  XVII secolo, aveva raccontato ai suoi concittadini che i cinesi cercavano di “falsificare ogni cosa et ingannare ciascuno” e reputavano questa non già una vergogna ma una dote di destrezza di cui tirar vanto. (Ragionamenti di Francesco Carletti Fiorentino sopra le cose da lui vedute ne’ suoi viaggi si dell’ Indie Occidentali, e Orientali Come d’altri Paesi, Torino, 1989, p. 132).i

“Non c’è popolo della terra che senti l’avidità dell’oro come il cinese” rincarò padre Lantua due secoli appresso (cit. p. 210).

Di amplificazione in esagerazione, si giunse così alla più spudorata delle iperboli, quella coniata da Renato Simoni che addirittura diffamò la Cina come “una camorra di quattrocento milioni di persone”, una nazione intera che vive schiumando e montando truffe (Vicino e lontano, Milano, 1929, p. 18).

Mercante cinese in una foto del 1890

Mercante cinese in una foto del 1890

Erano fondate queste imputazioni, recate di fronte al tribunale della storia da testimoni delle più disparate epoche? Non potendo ricorrere a riscontri obiettivi, chè sarebbe lungo pervenirvi, ci limiteremo alla testimoniana del gesuita d’età barocca Daniello Bartoli, il quale, sebbene ammettesse che i cinesi erano dediti ad accorgimenti così scaltri e sottili che a guardarsene non bastavano cento occhi, soggiunse che i loro mercanti furono già un tempo, per costume, leali quanto si poteva esserlo; ma che per la disonestà dei loro colleghi e compratori europei, furono costretti di poi ad affinare ancor essi le arti fraudolente e a farsi truffaldini, da probi che erano (La Cina, I, a cura di B. Garavelli Mortara, Milano, 1975 p. 22).

Ritratto di Daniello Bartoli

Ritratto di Daniello Bartoli

Ma risorgendo il pregiudizio sinofobo, non fu più possibile ormai deporlo né moderarlo per lungo tratto di tempo, fino alla rivoluzione comunista, quando il giudizio malevolo si ribaltò di colpo nel suo inverso.

Se un gesuita barocco e un intellettuale comunista come Carlo Bernari ritorsero le accuse contro gli occidentali prevenuti che le lanciavano, i viaggiatori seguitavano imperterriti a compilare, con immaginazione sovreccitata, il catalogo dei seducenti orrori di Shanghai e dintorni, facendosi largo tra “avventurieri, ladri, contrabbandieri, grassatori, agenti segreti, ricattatori, tenutari di fumerie d’oppio, pirati in licenza, mandarini in disgrazia, ceffi enigmatici e birri europei” (Lantrua, p. 207).22d8bb49be7edd23e4964a7ebfcc29ca

Abbagliato dal mito di questo Impero dei paradossi, lo sguardo non discrimina più nulla e cede al vortice di figure e risalti che lui stesso ha sobillato per smania di colore. Niente di più frequente che quello sguardo tolga in scambio quel che è tralignamento indotto dall’imitazione dell’Occidente con quel che è invece costume originario dei cinesi. I contrasti economici e le inique disparità sociali sono prese per inesplicabili contraddizioni e bizzarrie esotiche proprie della civiltà cinese.

Alla fine, l’occhio dei viaggiatori si smarrisce nella sarabanda che ha evocato. La Cina si sgrana nel taccuino come un rosario di antinomie e assurdità, ossimori e opposizioni, cui l’ipotiposi degli scrittori di maggior vena non giova a conferire migliore plausibilità.

Comisso paragona il cinese a un bambino, innocente e pericoloso ad un tempo; gente pacifica, ma pronta ad un tratto a trasformarsi in incendiari e in banditi. Anche Paul Claudel, diplomatico in Cina dal 1895 al 1909, fu sconcertato da quegli accessi di rabbia improvvisa e irragionevole che covavano sotto la loro consueta tranquillità; e che egli attribuì all’isterismo congenito della razza gialla. L’eziologia razziale elude ogni spiegazione storica ed economica ed ammanta di suggestiva oscurità il paradosso che non si sa o non si vuole sciogliere.

Un manchevole accertamento del vero storico si cela pure nella divertita perplessità dello scrittore fascista e repubblichino Paolo Zappa dinnanzi a questo “immenso popolo che si batte e lavora, si taglia a pezzetti e grida all’unità nazionale, si ribella e si sottomette il giorno appresso, ruba e si lascia derubare dai mandarini e dai generali…” (L’orchidea rossa. Sui mari della Cina, Milano, 1936, p.54).

Così come pure si cela nella lista del beato Giovanni Lantrua, che rinviene in Cina “l’inverosimile e il grottesco, l’uniformità e il paradosso, il turbinio e la flemma, gli stracci e la seta, il fior di loto e il luridume” (p. 209).

Si vedano ancora Appelius, che elenca “i templi fastosi ed i conventi deserti, i giardini abbandonati e le rovine magnifiche, l’oro e il letame, le lacche incomparabili e le sozzure…tutti gli splendori e le miserie della putrefazione cinese” ( cit. p. 327); o Fraccaroli, che denuncia un’umanità “splendente e sordida; imbevuta di fatalismo e ricca di sovrane virtù; feroce nella tremenda arte di dare sofferenza in supplizi di una crudeltà spietata e fraternamente compassionevole e innamorata dei fiori, della poesia; folgorante d’arte leggiadra e abbrutita dalla sporcizia” (cit. p. 138).

E a illustrazione della congiunzione incongrua tra crudeltà e amore per l’arte Maugham, in On a Chinese Screen descrive un ministro cinese, uomo spietato e senza scrupoli che si commuove, da squisito esteta, contemplando un vaso o un componimento calligrafico.639a548f16f6001a042abc79a7ba591b

“Ricchissima e miserabile, pittoresca e sozza, profumata e maleodorante…costumi sfolgoranti accanto a stracci miserabili”, “l’anima cinese è diffidente, incostante e pettegola, illusa e scettica, delicata e volgare…il capovolgimento d’ogni logica” (R. Simoni, cit. p. 96 e p.63).

Lo storico della geografia George Kish, nella monografia dedicata all’esploratore Sven Hedin (To the Heart of Asia, University of Michigan Press, 1985) parlando di Pechino osserva che è un miscuglio di divertimenti e di povertà, servilismo e severità, odio per i forestieri e industrie straniere.

Il sospetto che queste contraddizioni nascano non già da bislaccherie etniche ma da disuguaglianze sociali li sfiora a malapena. A Canton, Luciano Magrini prende meraviglia dei tanti derelitti e lebbrosi che andavano elemosinando, mentre poco più in là i ricchi mercanti oziavano su barche adorne di fiori; e nota stomacato le infime taverne che imbandiscono topi arrosto, accanto a ristoranti dove pompeggia la più raffinata gastronomia cantonese.SongBanquet

Questo stridore di contrasti, ad arte caricato perché conferiva al pittoresco del quadro, non era dunque l’innocua anomalia di una civiltà stramba ed enigmatica, ma le tragiche contraddizioni socio-economiche destinate ad esplodere di lì a qualche anno con la rivoluzione maoista, che proprio a quei contrasti, volubilmente vagheggiati dall’immaginazione esuberante dei nostri viaggiatori, cercherà di porre fine, assieme a tante usanze e prerogative, buone e men buone, di quella Cina immemorabile che l’Occidente non era ancora ristucco di favoleggiare.

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