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SCAPOLI O AMMOGLIATI? Le molestie del matrimonio e il celibato artistico

celibato

Nel capitolo quarto di L’amante di Lady Chatterley si svolge una discussione tra gli intellettuali ospiti di Lord Chatterley. Alcuni sostengono che il matrimonio sarebbe di ostacolo ai processi mentali, altri sono invece dell’opinione che la vita della mente ha bisogno delle tranquille comodità domestiche, mentre l’esistenza sregolata dello scapolo, che si trova a correre dietro alle donne, fa sperperare le energie che andrebbero meglio impiegate in opere e imprese dagli effetti durevoli.

Nella disputa salottiera messa in scena nel romanzo di D. H. Lawrence risuona l’eco di una controversia antica che dalla patristica greco-latina si estende, attraverso gli umanisti del Quattrocento e i moralisti francesi del Seicento, fino ai romanzieri del XX secolo. La questione, così dibattuta per tanti secoli, può riassumersi in due domande: le cure materiali che comporta avere moglie e figli sono incompatibili con l’esercizio degli studi e dell’arte? Consacrarsi alla cultura vuol dire abbracciare una sorta di sacerdozio che consiglia, se non esige, il celibato?

Petrarca, chierico obbligato a non avere moglie, si mostra convinto assertore del celibato nei trattati De vita solitaria e De otio religioso. In una delle Familiares, V, 14, scrisse: “Uxorem vita nostra non recipit…ab hac Caribdi libera et immunis”. La condizione celibataria non gli impedì per altro di avere vari love affair con donne che gli diedero almeno un paio di figli.

Sulla scorta di Petrarca, Lorenzo Valla esaltò quella sorta di monachesimo laico comportato dagli studi umanistici nel De professione religiosorum. Gli umanisti si mostrarono sempre gelosi dei propri ozi letterari e allergici a legami familiari che potessero limitarli. Pietro.Paolo Vergerio, in una lettera molto citata, racconta di avere opposto un deciso rifiuto al padre che intendeva ammogliarlo, per non limitare la libertà dei suoi studi. Anche Ermolao Barbaro considerava una iattura per uno studioso il giogo matrimoniale e scriveva nel De coelibatu: “Nihil porro litteris tam infestum est quam uxoris iugum et cura liberorum…hominem litteraturm, dei, siderum et naturae contemplatorem, hac compede liberum et solutum esse desidero.” Il nesso tra il celibato e la professione artistica e intellettuale ritorna in Alfieri che, nella Vita, confessa: “se io incappava in questo legame di moglie e figli, le Muse per me certamente eran ite.”

Lo stoico Seneca e il cristiano Tertulliano concordavano nell’additare i mali comportati dal vincolo coniugale, un tema che risuona con Chauser che, in non so più che poesia indirizzata all’amico Bukton, parla degli affanni del matrimonio “the sorwe and who that is in marriage”. “Molestias nuptiarum” le chiamava San Gerolamo, per contrapporvi la superiorità dello stato verginale, esaltato con mirabile concordia anche dall’intera patristica greca, da Gregorio di Nissa a Gregorio Nazianzeno. Gli stessi argomenti dei Padri bizantini sono ripresi da Chateaubriand quando difende il voto di castità dei chierici: “il semble à peu près démontré qu’il faut, dans un grand Etat, des hommes, qui séparé du reste du monde…puissent, sans enfants, sans épous, sans les embarras du siécle, travailler aux progrès des lumières, à la perfectione de la morale. Qu’on leur donne une famille, et ces études et cette charité qu’ils consacrent à leur patrie, ils les détourneront au profit de leurs parents…” (Génie du Christianisme). Eppure Burckhardt in La civiltà del Rinascimento in Italia, ricorda che un papa umanista come Pio II avrebbe voluto l’abolizione del celibato ecclesiastico, se è vero quel che scrive Platina, (Vitae Pontif.): “Sacerdotibus magna ratione sublatas nuptias, maiori restituendas videri”.d2ba77019224ce80b0f9e8c06db61c6b

S.Agostino invece negò che il legame coniugale sia di detrimento agli studi e al pensiero e nelle Confessioni (VI,11,20) ricordava come molti grandi uomini si fossero dedicati con profitto alla filosofia pur con una moglie al fianco. All’’amico Alipio che cercava di dissuaderlo dal prender moglie (“ab uxore ducenda”), sostenendo che da sposato non avrebbe avuto agio di vivere “in amore sapientiae”, Agostino opponeva l’esempio di quelli che anche da sposati avevano coltivato la sapienza. Il matrimonio, per chi è soggetto ai desideri della carne e non può “caelibem vitam nullo modo…degere”, è un rimedio alla fornicazione. Tuttavia, l’illibatezza rimane lo stato ideale del cristiano anche per Agostino, tanto è vero che, a quelli che alla castità eccepivano con l’obiezione che se tutti la praticassero il genere umano si estinguerebbe, il vescovo di Ippona risponde: “Magari, così si compirebbe molto più in fretta la Città di Dio e la fine del mondo si affretterebbe” (De bono coniugali).

Il passo agostiniano è citato anche da Schopenhauer nei Supplementi a Il mondo come volontà e rappresentazione dove, per meglio sostenere la necessità di opporsi alla Volontà di vivere, sono ricordati i propugnatori del celibato e della verginità, pilastri della perfezione cristiana, da Clemente Alessandrino che, spiegando un passo del Vangelo degli Egiziani, osservava che la morte esisterà fin quando le donne partoriranno, cioè fino a quando avranno effetto le brame, fino ali eretici: Marcione che insegnava che la natura è cattiva, perciò non bisogna contribuire a popolare questo mondo, ma astenersi dal matrimonio, per non parlare di tatianiti, gnostici, marcioniti, montanisti, valentiniani e cassiani che insegnavano la continenza assoluta. La dottrina agostiniana che identificava la salvezza con l’estinzione del mondo venne enunciata da Canisio durante il Concilio di Trento come un dogma ancora valido.

Gli argomenti pro o contro il matrimonio vengono ripresi da Poggio Bracciolini, nel dialogo An seni sit uxor ducenda  dove a Niccolò. Niccoli denigratore del matrimonio e inorridito al solo “uxoris nomen”, si oppone Carlo Marsuppini che ne sostiene la necessità, citando esempi di uomini che, pur avendo preso moglie, hanno coltivato ugualmente le lettere.

Più equanime, Samuel Johnson in Rasselas, (cap XXVI) si mantiene sul generico: “se il matrimonio ha in serbo molti dolori, il celibato non dispensa piaceri”.

Invece il protagonista del dialogo di Erasmo da Rotterdam Ciceronianus, non ha mai preso moglie per meglio votarsi anima e corpo allo studio e all’imitazione esclusivi dello stile di Cicerone: “coelebs agere decrevi…quod vitari nequit, quin uxor, liberi, affines, multam curarum materiam secum trahant”.

I filosofi e gli utopisti non hanno mai visto di buon occhio i legami familiari, nemici di una società ben regolata, come spiegò Tommaso Campanella, nella Città del sole, regno ideale che prevede l’abolizione dell’istituto familiare e la soppressione dei vincoli monogamici, in quanto radici di egoismo e particolarismo. Incline a visioni utopistiche, anche Aldous Huxley, in Ends and Means propone come mezzi per scongiurare il ricorso alla violenza, “la fondazione di ordini monastici laici, vincolati al voto di povertà e di castità, liberi da ogni teologia, ma tenuti al fedele apprendimento delle due virtù fondamentali, carità e intelligenza.” Qualcosa di simile fu proposta da H. G. Wells nel romanzo A Modern Utopia dove i rapporti tra sessi vengono rigorosamente disciplinati da uno stato mondiale governato da una oligarchia di ascetici samurai. (in Borges, Testi prigionieri p.196).

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