C COME COSMOPOLITISMO di Alessia Bellucci

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Questo termine trae le sue radici dalle parole greche kosmos, “ordine”, utilizzata spesso per indicare l’Universo, inteso come un complesso armonico, e polis, “città”. Dal greco “kosmopolites” è derivata quindi la parola “cosmopolita”, che indica chi non è straniero in alcun luogo e riconosce o rivendica come patria il mondo. Compare per la prima volta nel IV secolo a.C., con Diogene di Sinope, il quale, interpellato sulla sua provenienza, rispose di essere ϰοσμοπολίτηϚ, ovvero “cittadino del mondo”.
In età moderna il concetto di cosmopolitismo venne ampiamente ripreso a partire dall’Età dei Lumi, l’età dell’Illuminismo, della quale fu uno dei caratteri principali. Tale pensiero si fonda sulla considerazione che le qualità umane rendono tutti gli individui uguali, aldilà delle differenze di nazione, lingua, tradizioni e cultura.
Nel Settecento si sviluppa quindi un cosmopolitismo culturale che conferisce cittadinanza universale al saggio e all’erudito: “Le philosophe n’est ni français, ni anglais, ni florentin – osserva Voltaire alla voce Cartésianisme del Dictionnaire philosophique -, il est de tout pays “. (Ovvero, Il filosofo non è né francese né inglese ne fiorentino, egli è di tutti i paesi).
Questo atteggiamento di apertura degli illuministi verso qualunque civiltà, anche lontana, e la disponibilità ad accettare senza pregiudizi l’ ”altro”, derivano dalla convinzione che la ragione sia una prerogativa presente in tutti gli uomini. Le barriere nazionali diventano perciò soltanto convenzioni artificiose, che vanno superate mediante la volontà di conoscere ciò che è diverso, non a caso in questo periodo vanno diffondendosi sempre maggiormente i viaggi, visti come possibilità di scambio culturale nonché come possibilità per conoscere nuove civiltà e modi di vita con il fine di imparare a migliorare. Questo fenomeno è strettamente legato alla diffusione del mito del buon selvaggio, concetto che incarna la convinzione che l’uomo in origine fosse un “animale” buono e pacifico, solo successivamente corrotto dalla società e dal progresso, si credeva quindi che senza i freni della civilizzazione gli uomini fossero essenzialmente buoni; questo mito fu alimentato particolarmente dall’azione missionaria dei Gesuiti, i quali al fine di evangelizzare, si spostarono verso regioni come l’America o la Cina, dove poterono riscontrare la presenza di popolazioni che nonostante tutto sembravano possedere la ragione, screditando perciò i sentimenti di ostilità fino ad allora provati.
Il philosophe, quindi, pur essendo ben radicato nella realtà in cui vive, si sente cittadino del mondo, compagno di strada di tutti gli uomini che compiono insieme a lui lo stesso cammino, seguendo il lume della ragione.
Gli intellettuali iniziarono così a manifestare la propensione a voler instaurare un nuovo ordine universale, capace di affratellare tutti gli uomini in un sistema comunitario illuminato dalla Ragione. È soprattutto con Kant che il cosmopolitismo diviene il luogo dell’incontro tra gli ideali politici e quelli filosofici dell’illuminismo europeo, egli infatti, nel suo celebre saggio Zum ewigen Frieden (1795; Per la pace perpetua), avanza l’idea di una Lega dei popoli che dia origine a un ordinamento giuridico globale (Weltbürgerrecht).

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