C COME COCTEAU E CHANEL

cC COME COCTEAU E CHANEL

In un’intervista sul sito www.activitaly.it, lo scenografo e stilista Quirino Conti, paragona Chiristobal Balenciaga a Picasso, per la sua capacità di rappresentare la poesia delle forme geometriche della figura umana e considera Balenciaga e Givenchy come i due inarrivabili artisti che hanno visto in faccia la bellezza e l’hanno catturata nei loro volumi sartoriali, sottraendo il corpo all’ordinaria gravità per consegnarlo ad una vera deificazione.

Incline a un atteggiamento speculativo, Conti sostiene che l’nteresse principale della moda consiste nell’emulare l’incessante cambiamento che è il mistero della realtà, citando un po’ a memoria Jean Cocteau: “La moda è una cosa commovente, muore sempre giovane!”

In realtà possiamo leggere affermazioni simili in alcuni articoli scritti da Cocteau nel 1935 per Le Figaro, e raccolti in Portraits-souvenir, (Éd. Grasset & Fasquelle, 2003):

La mode meurt jeune. C’est ce qui fait sa légèreté si grave.” (La moda muore giovane. È questo che fa la sua frivolezza così grave).

In un altro passo Cocteau aggiunge: “La mode meurt trés jeune et cela l’éclaire d’une sorte de phosporescence, d’une rougeur aux joues qui nous émeut. Elle est condamnée depuis sa naissance. Elle est presque morte avant de vivre.” (la moda muore giovanissima e questo la illumina con una specie di fosforescenza, d’un rossore alle guance che ci commuove. È condannata dalla nascita. È quasi morta prima ancora di vivere).

Il legame che unì Cocteau al mondo della moda è noto: amico e collaboratore di Coco Chanel, fu una firma di punta del magazine del lusso Harper’s Bazaar.

Sophie Chassat, nel volume La barbe ne fait pas le philosophe, attribuisce a Cocteau un’immagine di time lapse che rende in maniera cinematografica la rapidità del sorgere e del declinare della moda nelle epoche: figuratevi una videocamera fissa che riprende a ritmo vorticosamente accelerato abiti che si allungano, si accorciano e tornano a riallungarsi, maniche che si gonfiano e sgonfiano, seni e ginocchi che si scoprono e ricoprono, le linee che spariscono e riappaiono, i capelli che si allungano, si accorciano, si arricciano, si stirano, si drizzano. Il trionfo della labilità  mentre il tempo spazza via ogni cosa: abiti, uomini e civiltà. L’apparentamento tra caducità e moda ci richiama inevitabilmente il leopardiano Dialogo della Moda e della Morte.

Forse Coco Chanel non leggeva Leopardi, ma certo leggeva Paul Morand e Cocteau e cercava di ancorare l’ondivaga frivolezza della moda al prestigio dell’arte. La couturière francese partecipava ormai di quel clima intellettuale avanguardistico dove i confini tra le arti si fluidificano e si rimescolano le carte, tanto che la moda contribuisce a formare il gusto estetico della generazione, insieme alla pittura, alla letteratura e alla musica.

L’opera esemplare di questa confluenza di arti e moda è in quegli anni l’Antigone di Cocteau, un pastiche sofocleo niente di speciale, ma che vede gli scenari affidati a Pablo Picasso, le musiche di scena a Arthur Honegger, il ruolo di Tiresia affidato ad Antonin Artaud, la regia allo stesso Cocteau e i costumi a Coco Chanel.

Jean Marais in un costume di Coco Chanel per L’Edipo re di Jean Cocteau. A fianco Genica Athanasiou nel ruolo di Antigone.

A differenza di Antigone che proclamava di voler piacere ai morti, non ai vivi, Chanel farà di tutto per piacere alle donne vive del suo tempo, seppellendo nello sterminato cimitero delle mode le fogge e gli orpelli antiquati della defunta Belle Époque.

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