A COME ASSOLUTISMO di Caterina Barbarulo

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Il termine, impiegato per indicare un’autorità politica insofferente di ogni controllo, nel linguaggio storico designa una forma particolare di potere politico, libero da condizionamenti da parte di istanze rappresentative, che è venuta configurandosi tra il XVI e il XVII secolo, trovando la sua più compiuta espressione nella Francia di Luigi XIV. Qui, il regime assolutistico divenne, agli esordi del Settecento, il principale obiettivo polemico della nascente cultura illuministica, che auspicava all’arginamento di una secolare oppressione, non solo politica, ma anche religiosa.

Lo scopo ultimo dei philosophes, come ribadisce lo stesso Kant, era permettere l’emancipazione dell’individuo attraverso la propria ragione, e la sua conseguente uscita dallo stato di “minorità” nel quale era indotto a permanere dalle diverse autorità politiche, religiose e culturali. In funzione di tale fine, notevole fu in Francia lo sviluppo del pensiero politico, che vide numerosi contributi originali, in particolare da parte di Montesquieu, che, partendo dal modello britannico di monarchia costituzionale, elaborò un principio cardine del liberalismo e del costituzionalismo moderno, la separazione dei poteri. Solo una loro attribuzione ad organi distinti e autonomi avrebbe potuto infatti porre fine all’esercizio arbitrario del potere da parte del sovrano. Tale elaborazione teorica non trovò mai riscontro pratico, ma la battaglia razionalistica e illuministica permise, nell’Europa sei-settecentesca, di conferire concretezza storica a differenti accezioni del modello assolutistico-illuminato, che vide l’attuazione di riforme sociali, giuridiche ed economiche che, pur inserendosi in una tendenza al rafforzamento e alla legittimazione delle monarchie assolute, si ispiravano allo spirito innovatore dell’Illuminismo.

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