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ANNA E ARTEMISIA

Self-portrait_as_the_Allegory_of_Painting_by_Artemisia_Gentileschi, rev.

Della composizione del romanzo Artemisia sono note le tormentate vicende. Ce le racconta, con grazioso riserbo, l’autrice nella prefazione, in poche parole dispensate quasi per caso, con un tono di affabile dignità. Nato come racconto nel ’44, perduto per “eventi bellici”, riscritto per amore e per rabbia, viene pubblicato nel ’47, epoca di neorealismo; e quindi si ritrova a navigare controcorrente, con il suo ripescaggio dal passato, ad onta dei tempi, di un’antica “virtuosa” dal Parnaso dei pittori.

L’assillo di un tale personaggio grava nella mente della scrittrice, orbata dalla guerra del frutto artistico (nonché della casa) a cui aveva affidato, trasponendolo in chiave barocca, il sommario emotivo della propria stessa vicenda di donna e di artista. Per quanto l’afflizione avvilisca le sue energie, il colloquio con Artemisia Gentileschi, difficile e discontinuo, sembra costringerla a impegnarsi con se stessa e di nuovo con il mondo. L’intervento intermittente della prima persona dell’autrice e la sottile vena autobiografica che contrappunta la sinfonia concertante in stile XVII secolo, incrociando la vita del creatore con quella della creatura, riveste la protagonista con le vivide ragioni del cuore e non si limita a panneggiarla in costume d’epoca, come tanti romanzi storici, dove a muoversi sono pupazzi da museo delle cere su una scena di cartapesta.

La Banti, investendo il personaggio del riflesso dei propri malesseri, la raccomanda pudicamente alla nostra pietas, la affida con scaltra discrezione al nostro amore fin dalle prime pagine. Queste inserzioni autobiografiche esonerano l’autrice da un racconto pedantemente cronologico, smuovendo, per una gioiosa intuizione, la levigata superficie della ricostruzione storica con i soprassalti, i tremori e gli strazi segreti del presente (la guerra, il dopoguerra), così da attualizzare quelle antiche e sbiadite vicende, e infondervi una linfa palpitante di nuovi significati. Il calore e la tinta del ritratto che la Banti fa di Artemisia viene ricavato da una tavolozza di sangue e lacrime reali. La confidente simbiosi tra la scrittrice e l’artista diventa così intima che a volte non si sa più se la narratrice stia parlando di se stessa o del suo personaggio. Artificio, se si vuole, e non certo nuovo; ma in altri romanzi sapeva di espediente, qui sembra un risultato spontaneo dell’immedesimazione e del respiro osmotico tra la Banti e la Gentileschi, strette da una complicità femminile, prima che dall’esercizio diegetico.

La realtà storica viene sfaccettata così da ricavarne inediti e raffinati riflessi. I colori vengono stesi nelle descrizioni sempre con una pennellata maliziosa di irriverenza: l’epoca con le sue magagne e gli uomini con le loro mascherate, le corti reali, le élite dei pittori di fama, le strade e i vicoli, i reietti, le canaglie, i pregiudizi e le vanità, in una giostra di discernimento condotta con ritmo studiatissimo; non veloce da abbagliare e confondere con la superficie scintillante in moto rapinoso, non lento da smarrire il verso del racconto. La malizia femminile è qui ironia sapiente, quasi manzoniana, ma senza schemi predisposti di moralità. Tutto è affidato invece all’intuito e alla benevolenza. Cosa rischiosa, senza dubbio, ma non si riesce mai a cogliere in fallo la Banti, per quanti trabocchetti la stessa narratrice si prepari arrischiandosi nei territori del patetismo e dei buoni sentimenti. Quello a cui assistiamo è l’armarsi tenace e sempre sostenuto della sua frase contro ogni cedimento. La penna dell’autrice affronta impavida, senza mai inzaccherarsi con schizzi di retorica o ungersi di affettazioni o languori piagnucolosi, i sentimenti più toccanti, le situazioni più drammatiche e persino il pittoresco, uscendone integra.

Lo stile, esposto dalla stessa materia a coloriture eccessive, si mantiene invece sempre netto, con una forza interiore che lo preserva da ogni scadimento e abuso. Anzi, piuttosto che inclinare ai facili effetti, si impermalisce e si fa secco, serbando nel fondo una morbidezza e una resistenza a tutta prova e solo di quando in quando si lascia andare nella descrizione di un paesaggio o in uno snodo narrativo all’estro metaforico. Sto pensando alla navigazione di Artemisia verso l’Inghilterra: “Le onde si scavalcavano, lievitavano sempre più grigie, attingendo dal fondo nero invisibile un mostruoso incitamento.” Come la plasticità dei tropi è temperata dalla secchezza del lessico, così la frase è governata da un puntiglio di onestà dove tutto significa e nulla è messo per belluria. Le frasi sembrano concepite ognuna per sé, tornite ad una ad una, ma tutte sono fornite di un prezioso tassello che le congiunge con l’esattezza necessaria con cui le molecole si uniscono in catene di amminoacidi.

“Già le montagne intorno al golfo si distendono in prati verdi, si arricciano di alberi a contrasto col cielo; le rocce mostrano i loro accidenti di sporgenze e grotte, di alghe e muschio; infine, assiepati, affocati, blocchi di muraglie, mille buchi di finestre, e cupole, campanili, terrazze…”

Nelle raffigurazioni di paesaggi e ambienti, dove la tentazione del cimento stilistico e dell’esibizione verbale è sempre in agguato, specie in emulazione della pittura, le parole sono sempre tenute a bada, frenando il fervore elencatorio e l’esuberanza aggettivale a un passo da quello che parrebbe sfoggio. Sfiora appena una metafora e non vi immerge mai che la punta di un dito, signorilmente, senza neppure dare a vedere di essersene accorta. Ogni spunto narrativo diventa un oggetto ricco e lavorato, ma pur sempre utile a definire una situazione e a lumeggiarla: “Le delicate palpebre su cui le venoline azzurre segnavano stanchezza e valore, si socchiusero al brillio del mare che il fuoco del tramonto trapungeva, crespa per crespa.”

Le “lettere non scritte” di Artemisia le ha scritte la Banti e le ha scritte come Artemisia dipingeva, con quel suo colorismo ricercato pur nel putiferio delle ombre caravaggesche che imperavano ai suoi tempi. Le descrizioni dunque seguono per colta adesione la pittura, in un mimetismo legittimato dall’argomento eppure usato con estrema discrezione. Punteggiature cromatiche, senza troppo insistere in sottolineature chiassose:

“Si cominciò ad andar per acqua, per certi canali…in gran barche tirate da cavalli enormi, schizzati di fango fin sulle criniere bionde o grigio artento.”

O “Un altro porto, ma i segni del traffico quasi non avevano colore, disegnati sul grigio dell’aria in nero inchiostro e appena lumeggiati di giallo.”

Persino una marina alla Lorrain: “…un intrico innumerevole di alberi e cordami, alti castelli di navi all’ancora…prore ornate, vele, argani formidabili…consunto dal rigore dell’aria e della luce, dalla densità dei vapori…ecc.”

Detto questo, inutile soffermarsi troppo su altre peculiarità dello stile: la patina antiquaria, l’insaporimento vernacolare, e l’abbinamento peculiare, dinamico e audace della coppia aggettivo-sostantivo (“prelibato risorgere”, “dirupata natura di un uomo” ecc…). E poi quell’originale disarmare gli infiniti della loro modalità verbale per elevarli al rango di sfarzosi sostantivi, che è un modo di trattenere le azioni per assaporarle nel loro contorno, in un fermo immagine, in una posa pittorica appunto.

Come ultimo segno della perfetta integrazione del romanzo, si dirà che lo stile, morbido e affilato a un tempo, sia proprio una proiezione del mondo morale della protagonista, femmina con velleità virili, perennemente in conflitto tra i sensi di colpa, i compiacimenti languidi e l’affermazione e il dominio di sé.

Se i Promessi sposi sono il vasto affresco storico del XVII secolo, e di tutte quelle epoche che ancora ne contengono inquietanti e insopportabili residui; Artemisia è un piccolo e squisito ritratto ovale, antico nella veste e moderno nello stile. Una miniatura a petto di Manzoni. Ma da quando in qua l’arte si valuta a metraggio?

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