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IL SANTUARIO VISIONARIO: CHEVAL E I COSTRUTTORI DEL DELIRIO

facade-nordFerdinand Cheval, portalettere di Hauterives nella Francia rurale del XIX secolo, è stato il Bouvard e Pécuchet dell’architettura, un autodidatta ambizioso e maniacale che si buttò anima e corpo in un’impresa stravagante e quasi irrealizzabile. Nel corso di una vita di onesto lavoro, impiegò il suo tempo libero raccogliendo pietre di ogni genere per innalzare uno stravagante ed eclettico santuario espiatorio al dio della Bizzarria e dell’Ozio.

Lo chiamò Le Palais Ideal, precursore naif della Sagrada Familia, un po’ cattedrale barocca, un po’ grotta manierista alla Buontalenti, un po’ tempio Khmer e un po’ sacello induista, un po’ Hypnerotomachia e macchina allegorica macina-emblemi, un po’ Arca biblica popolata di un pantheon di bestie inanimate, carpenteria fanatica, muratoria febbrile di un Noè che cerca un rifugio da un’apocalissi immaginaria. Un’assurda commistione di politeismo laico per un edificio che non ha un interno, ma solo una facciata labirintica, una frenesia litica di macigni, un accrocco di sassi, picchi di ciottoli, guglie di selci, colonne bugnate, giganti sbozzati e bassorilievi scalpellati alla brava. Un delirio lungo 26 metri e alto 10.

E poiché il delirio confina con il surreale, André Breton lo nota e lo annette, come un objet trouvé del surrealismo e gli dedica una poesia dal titolo Facteur Cheval inclusa nella raccolta Le Revolver à cheveux blancs

Nous les oiseaux que tu charmes toujours du haut de ces belvédères

Et qui chaque nuit ne faisons qu’une branche fleurie

de tes épaules aux bras de ta brouette bien-aimée

Qui nous arrachons plus vifs que des étincelles à ton poignet

Nous sommes les soupirs de la statue de verre qui se

soulève sur le coude quand l’homme dort…

(traduz. “Noi gli uccelli che tu affascini sempre dall’alto di questi belvedere/ e che ogni notte non formiamo che un ramo fiorito con le tue spalle ai manici della tua amata carriola/ che strappiamo più vivi delle scintille al tuo polso/ noi siamo i sospiri della statua di vetro che si/ solleva sul gomito quando l’uomo dorme…”, André Breton, da Facteur Cheval, in Le Revolver à cheveux blancs, Éditions des Cahiers libres, 1932, p. 147).

Picasso, ogni volta che scendeva fino in Costa Azzurra percorrendo la nazionale 7, non mancava di fare una visita al palazzo di Hauterives. E schizzò a matita un album con disegni dove Cheval appare in forma di cavallo terminante con una testa di colomba che reca una lettera nel becco.

picasso1Anche Max Ernst si fece ispirare dal postino, realizzando nel 1932 Le Facteur Cheval, un collage di carta e stoffa con matita, inchiostro e guazzo su carta, esposto alla collezione Peggy Guggenheim di Venezia.

Max Ernst, Il postino Cheval

Max Ernst, Il postino Cheval

Il postino di Hauterives diventa così l’involontario eroe delle avanguardie. In realtà il suo è un progetto nietzschiano di volontà di potenza. “Creando questa rocca ho voluto provare quel che può la volontà” ha lasciato scritto Cheval in un epigrafe, posta in una galleria dell’edificio impossibile.2003-07-12---Facteur-cheval---volonte

La chiave per accedervi non è ammirare l’opera conclusa, con le sue trine di pietra, i suoi anfratti e i suoi pinnacoli, ma è percepire l’energia creativa di questo povero cristo che, dopo aver scorazzato per decine di chilometri a consegnare la posta e a raccogliere le pietre che trovava in giro, si metteva la sera, di buzzo buono, al chiarore scarso di una lampada a petrolio, a compiere la metamorfosi prodigiosa: dalla ingegnosa brutalità della natura alla industriosa caparbietà della mente umana. Non c’è bisogno di essere dei geni per catalizzare le energie e imprimere un segno su questa terra dove passiamo un giorno e scompariamo per l’eternità. Come osserva Christian Delacampagne, in Outsiders : fous, naïfs et voyants dans la peinture moderne: “È nel 1879 che, per la prima volta nella storia dell’arte europea, un proletario, senza aver ricevuto una particolare formazione…si azzarda a intraprendere un monumento degno di passare alla posterità e riesce nel suo intento.”

Il palazzo è stato fotografato migliaia di volte, anche da grandi fotografi come Robert Doisneau. Il cineasta francese Clovis Prévost, dopo aver ripreso e fotografato la Sagrada Familia di Gaudí, prende a interessarsi fin dal 1962 al Palais Idéal del portalettere Cheval. Tra il 1976 et 1981, realizza, insieme con Claude Prévost, una serie televisiva intitolata Les Bâtisseurs de l’imaginaire, (I costruttori dell’immaginario) dove sfilano gli estremi esemplari dell’art brut, come Picassiette o Robert Tatin.

Raymond Isidore, detto Picassiette, (ovvero il Picasso dei piatti) di mestiere spazzino, realizza dal 1938 al 1964 à Chartres la Maison Picassiette, una costruzione costituita da un mosaico di cocci di ceramica e di vetri colorati impastati con il cemento.

maison picassiette

Robert Tatin, costruttore edile e artista, a sessant’anni comincia a elevare in località La Frénouse, a Cossé-le-Vivien, regione della Loira, la più ambiziosa delle sue opere, apprezzata da De Gaulle e André Malraux. Un complesso monumentale che somiglia a un incubo mesoamericano, un tempio-fortino precolombiano dove mascheroni e statue pseudo-azteche splancano occhi cavi a guardia della pazzia. Impiegherà vent’anni di vita a metterlo insieme. E poiché in questi artisti ormai la vita coincideva integralmente con l’opera in fieri, solo la morte poteva porvi l’ultima pietra.Musée-Robert-Tatin-Crédit-Bruneau-photos-CDT53_réduit

Tatin morirà nel 1983, lavorando fino all’ultimo ad abbellire il monumento. Picassiette, che aveva consacrato la vita alla costruzione della casa, una volta esaurito il compito, cadde nella follia e, in una notte di nubifragio, fuggì di casa attraverso ai campi e morì poco appresso. Un epigono delle fantasie architettoniche chevalesche fu il pittore dilettante Marcel Storr, che però si limitava a disegnare, custodendole gelosamente solo per sé, vertiginose città immaginarie assiro-gotiche, così simili alla enorme e pomposa tela di Erastus Salisbury Field The Historical Monument of the American Republic, che si può ammirare nel museo di Springfield. 

Dopo aver realizzato il programma televisivo dedicato a queste variopinte anomalie dell’architettura naif, Clovis Prévost si dedicò a Cheval girando un documentario dal titolo Le Facteur Cheval ou Le songe devient la réalité. In seguito ha firmato con Claude Prévost et Jean-Pierre Jouve il volume Le Palais idéal du facteur Cheval. Quand le songe devient réalité, (Arie Editions 1994) opera di riferimento su Cheval, corredata di riproduzioni dei disegni preparatori, foto del cantiere, cartoline postali, fotografie di ogni parte dell’edificio ecc.).

Curioso notare come la pittrice Léonor Fini, come del resto i suoi amici surrealisti, apprezzava Cheval, mentre l’altro costruttore dell’immaginario, Robert Tatin, scolpì una scultura di Léonor Fini in forma di gatto con gli stivali, animale totemico dell’artista. Tra i visitatori illustri del monumento più bislacco del secolo si annoverano, oltre ad artisti come Dubuffet, Matta e Tinguely, scrittori come Julio Cortazar, Pablo Neruda, Lawrence Durrell e Marguerite Duras. 

Claude Levi-Strauss lo cita espressamente in La pensée sauvage come esempio di mentalità mitopoietica da bricoleur: “Il bricoleur è capace di eseguire un gran numero di compiti differenziati, ma…non li subordina al possesso di materie prime e di arnesi, concepiti e procurati espressamente per la realizzazione del suo progetto…la regola del gioco consiste nell’adattarsi sempre all’equipaggiamento di cui dispone, cioè a un insieme di arnesi e di materiali, peraltro eterocliti, dato che la composizione di questo insieme non è in rapporto col progetto del momento…ma è il risultato contingente di tutte le occasioni che si sono presentate…” (Il pensiero selvaggio, Il Saggiatore, 1979 p.30).

Affascinato dai suoi metodi di composizione per collazione, assemblaggio e combinatoria di pezzi, il drammaturgo Peter Weiss, gli dedicò un articolo: Der große Traum des Briefträgers Cheval (Il grosso sogno del Postino Cheval). Magnus Bergh, nel saggio in uscita Der große Traum Peter Weiss (Il grande sogno di Peter Weiss, Rugerup, 2016) spiega come Cheval è stata una fonte di ispirazione per Weiss, che procedeva anch’egli con la raccolta e il montaggio di citazioni e brani letterari ed extraletterari che confluivano nelle sue opere-collage.

Ultimo in ordine di tempo, l’italiano Alessandro Trasciatti in Avevo costruito un sogno, Ediesse, 2015, dedica all’eccentrico architetto dilettante una biografia dove confluiscono i generi della narrativa, della memorialistica, del diario e del saggio, una commistione eterogenea che sarebbe piaciuta al protagonista bricoleur.1892-1 Avevo costruito un sogno_cop_Layout 1

Quando la costruzione del postino megalomane era ormai terminata da un pezzo, Kurt Schwitters cominciò nella Waldhausenstrasse di Hannover l’impresa analoga di Merzbau, da realizzare anch’essa con objets trouvés, a cui pensava di dare il nome in puro stile dadaista di “Cattedrale della miseria erotica” (Kathedrale des erotischen Elends).Ricostruzione diPETER BISSEGGER, 1981-83. Legno, gesso e materie plastiche, 393x580x460 cm. Hannover, Sprengel Museum.

Ma la Storia, con indosso la divisa nazista, perseguitò il progetto di Schwitters e l’edifico, iniziato in Germania, ricominciato in Norvegia, ritentato in Gran Bretagna, rimase sospeso nel paese di Utopia. Rimasero solo delle foto a testimonianza dei lavori. Ma anche quelle andarono perse. Imbarcato su un aereo diretto in Norvegia, l’archivio fotografico di Schwitters andò in fumo assieme al velivolo che lo trasportava, abbattuto dalla contraerea. Qualche anno dopo una bomba colpì la Waldhausenstrasse e il Merzbau venne distrutto. Quando l’artista morì, del progetto a cui dedicò metà della sua vita non rimaneva in piedi che un muro.

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