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DIO NE SCAMPI DAGLI ORSENIGO

Federico Andreotti, La lettera d'amore

Federico Andreotti, La lettera d’amore

Ripercorrendo il corso delle nostre patrie lettere, a misura che l’orizzonte dei nostri giorni si allontana, non si può certo dire che sia facile imbattersi in opere narrative che presentino per i lettori di oggi un urgente motivo di interesse; se si tralascino, certo, speciose inclinazioni o gusti antiquari. Quando si perlustri il fatidico lasso di tempo che interrcorre tra Manzoni e Verga, siamo a conoscenza sì e no di un paio di libri in grado di soddisfare le esigenze del lettore contemporaneo.

Ci si appella quasi in vano ad un periodo sotto altri aspetti fecondo come quello che vide imperversare il Risorgimento, la nostra unica grande epopea. Forse le epoche troppo indaffarate sono sempre scarse dei prodotti dell’arte. I nostri patrioti hanno diritto a tutta la nostra riconoscenza storica, ma, con tutta la buona volontà, non propriamente alla lode incondizionata quando si tratta di valutare ciò che sono stati in grado di fornire, al momento di metter nero su bianco.

Mi piace ricordare qui Pellico, di cui ricordo di avere immaturamente letto Le mie prigioni, stordito da un italiano di cui stentavo a ricostruire gli sghembi (per me, alunno delle elementari) costrutti, riportandone un’impressione che avrà anche più tardi buon gioco quando si tratterà di orientarmi nell’universo dei nostri classici, la cui lingua ho ritenuto, per tutta l’adolescenza, derivare da una crudele e arbitraria tortura dell’idioma di cui io e miei contemporanei eravamo usi a servirci.

Ma oggi posso dire che poche cose riescono a dilettare in pari misura il mio palato estetico e il mio spirito come un linguaggio saporito come spezie e rosoli in voga in altri tempi, con succhi distillati d’un passato illustre da cui non è filtrato che un elisir sopraffino, imbevibile per gusti più grossolani. Quelle eccezioni lessicali che un tempo mi facevano spazientire, quelle varianti arcaiche di vocaboli correnti, quei costrutti verbali messi a sghimbescio che, per tentare che facessi, non riuscivo a sbrogliare, ora mi mandano in brodo di giuggiole. 

Dio ne scampi dagli Orsenigo di Vittorio Imbriani è per me una delle più godibili prelibatezze letterarie del decennio postunitario. Un’analisi molto sagace dello stile di Vittorio Imbriani l’ho trovata su un blog che segnalo: (vedi dio-ne-scampi-dagli-orsenigo ).

Uscì nel 1876 in cento esemplari e fu poi ripubblicato nel 1883 in più larga tiratura, destinata a scarso successo. Il romanzo è una raffinata satira del romanticismo e delle storie sentimentali, e capovolge lo stereotipo dell’adulterio come fuga gratificante da un matrimonio monotono e lo fa diventare un tormento peggiore della vita coniugale.

La dama milanese Radegonda Orsenigo abbandona marito e figlia per vivere con l’ufficiale napoletano Maurizio Della Morte, il quale affronterà per colpa dell’amante una serie di inconvenienti e disgrazie che lo lasceranno in ultimo mutilato e in completa balìa della tremenda donna.  L’orizzonte di attesa del lettore viene sovvertito da situazioni paradossali, digressioni strampalate e invenzioni iconoclaste, il tutto servito sul vassoio policromo di una lingua bizzarra, estrosamente erudita.

La parodia, il grottesco, la caricatura sono le armi con cui la società della Terza Italia viene lapidata senza remissione e le convenzioni del romanzo sbeffeggiate a forza di inserzioni metanarrative, in cui l’autore stesso arriva a chiedere un parere al lettore sulla direzione da far prendere alla vicenda. Mimesi bandita senza pietà, dunque, a favore della voce autoriale che motteggia in falsetto, trilla acuti con punti esclamativi, snocciola ammiccanti arcaismi e citazioni, solfeggia diminutivi, accrescitivi, vezzeggiativi e dispregiativi, memorabili tutti (lecitissimo, pochissime, arcipochissime, inglesoccia, arcibenissimo, innegabilissimo, difficiletto, arcifedelissima, indispettitissimo, maledettissimamente, burrascosissime, persuasissimi, contestabilissimo, bocconacci, vecchiaccio, peccataccio, ministrucolo, poetucolo, involtino, damerino, figliuoletti, chiavettina ecc.) che danno una tonalità inconfondibile al suo periodare infarcito di nomi alterati e sformato dalla derisione:

                “con quel suo caratterino, era donna, credo, da non negarla, se qualcuno l’avesse interrogata in proposito. Milano è un pettegolo paese; non so piú quel giornalucolaccio, se non erro, il Gazzettino Rosa, pubblicò articoletti, in cui si alludeva, chiaro, chiarissimo alla pratica della Radegonda con Maurizio”

e  

                    “con un par d’occhioni di que’ neri neri; pallida, con lunghi capelli, con un sorriso, che ti andava al cuore e ti mostrava una dentaturina, bianca al pari dell’avorio; con un pieducciuolo, che avrei tutto raccolto nella palma della manaccia mia. Si chiamava Radegonda Orsenigo, di chiarissima prosapia, facoltosissima; un po’ viziatella, questo sì, fin da quando, figliuola unica ed orfana, l’allevava una vecchia nonna; e, poi, idolatrata dal marito. Carina tanto, anche, quella figliuoletta! Fanciullaccia…”

La sapida prosa di Vittorio Imbriani, “transfuga dalla nostra pesante tradizione umanistica e dalla sua seriosità d’obbligo”, come lo definisce Gianni Celati (vedi articolo di Celati su Imbriani ) invita il lettore a giocare al gioco del linguaggio e ad abbandonare ogni pretesa di ingenua immedesimazione con la storia narrata.

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