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SCHIAVISMO: ULTIMA FRONTIERA DEL LIBERISMO

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Le patetiche promesse dei demagoghi di oggi e di ieri ignorano, o volutamente trascurano, che la disoccupazione dipende proprio dal liberismo che essi predicano come la panacea dei mali economici e venerano come cosa intangibile e sacra, fondamento del vivere civile senza il quale non v’è salvezza al mondo.

La globalizzazione ha ridotto il lavoro non solo ad una merce, ma alla merce più abbondante e a buon mercato che esista, in una rincorsa al ribasso che fa agio sulla possibilità delle imprese di produrre in quei luoghi dove il costo del lavoro incide di meno. Secondo questa bella dottrina economica, per creare di posti di lavoro in Europa, e fronteggiare la concorrenza di popoli denutriti e senza coscienza dei loro diritti, basta abbattere anche qui le tutele sindacali e ridurre le garanzie dei lavoratori.

Ma sbagliano i liberisti e giuslavoristi che sostengono questa ricetta. Il metodo più sicuro per abbassare l’incidenza del costo del lavoro non è il liberismo thatcheriano ma il sistema schiavista dell’economia greco- romana, il quale produceva beni col minimo costo di manodopera. Ma si ricordi che quel sistema produsse alla fine una gravissima crisi economica perché:

  1. chi è sfruttato lavora il peggio che può;
  2. meno costa la manodopera meno l’impresa è incentivata ad investire in nuove tecnologie;
  3. più cresce la massa dei sottopagatii più si riduce il numero dei consumatori;
  4. più si riduce il numero dei consumatori a vantaggio delle élites più i mercati si restringono, i prezzi aumentano, si riducono i margini di profitto, si innesca una spirale di depressione economica che finisce soltanto con la fine del sistema.

L’impero romano è crollato non già sotto il peso dei barbari, bensì della depressione economica dovuta alle diseconomie del sistema schiavistico.

Gli USA, per ovviare alla grande depressione non sono certo ricorsi a politiche liberiste ma a un tizio che si chiamava Keynes.

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