LE VILLE DELLA FOLLIA

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Quando la tua pazzia

non desiderata

Quando la tua pazzia

non voluta

viene strangolata

nelle sbarre della fossa…

Tu

vuoi essere pazzo

e sarai un beato felice pazzo

per tutto il resto

della tua vita

Pazzo.

Questi versi sono scarabocchiati sulla parete di una stanza, in una delle antiche ville che sorgono sul pendio di Collegigliato, appena fuori Pistoia. Ville patrizie e dépendance disseminate in un parco, lussureggiante di macchie erbose e giardini su vari livelli cui si accede da una maestosa cancellata in ferro e ghisa col marchio delle Officine Michelucci. Apparentemente, le strutture portanti sono intatte, le scale praticabili, i piani alti accessibili. Eppure l’atmosfera è spettrale, pur nel mezzo delle amene colline toscane.3445614384_6745e6a586_z

Stucchi ed affreschi ancora decorano le sale barocche, ormai svuotate come teschi secolari. Edifici in abbandono, facciate malconce, infissi malandati. Interni vacui dove spesseggiano solo rottami e ruderi lambiti da echi leggendari e misteri inverosimili, come accade ai siti in rovina.

1Su alcuni muri si vedono ancora dei disegni. Ma non sono certo decorazioni di frescanti secentisti. Angosciosi omini blu con fucili a tracolla, facce demoniache che sembrano parto di fantasie insensate. Opere di menti vaneggianti. Deliri di matti.11

Ed è proprio così. Le porte massicce con gli spioncini, le finestre con le sbarre, i pannelli per l’isolamento acustico, gli altoparlanti appesi sui muri, i lettini di contenzione sono i resti di un passato di reclusione e di terapie psichiatriche.

A metà dell’Ottocento queste ville, prima Villa Franchini–Taviani (oggi Villa Cerletti e Perusini, dal nome di due illustri psichiatri) poi, poco tempo dopo anche la contigua Villa Giovacchini–Rosati (oggi Villa Tanzi–Lugaro, altri due eminenti medici) delizie del patriziato pistoiese, furono trasformate in una casa di cura per alienati mentali. Si racconta che un medico originario della Lunigiana, Agostino Sbertoli, uomo di gran fortuna professionale e patrimoniale, ma con la disgrazia di un figlio affetto da una grave patologia mentale, decise di lasciare i suoi beni a una fondazione pia che si prendesse cura dei malati di mente, compreso il suo stesso figlio.2726361-sbertoli

Un’altra versione della storia dice che le ville furono espressamente acquistate nel 1868 dal dottor Sbertoli, alienista mentale presso il Manicomio di San Benedetto a Pesaro, deciso ad aprire una Casa di Cura per i matti. Situate in una località privilegiata per la salubrità dell’aria e la mitezza del clima, le due ville furono trasformate in una clinica psichiatrica esclusiva per benestanti che in breve tempo si fece una buona reputazione, attingendo da un bacino internazionale di utenti aristocratici o alto borghesi, tanto che il complesso venne ampliato e articolato a seconda del sesso, del tipo di patologia e di censo. La “Villa di Levante” fu destinata agli ospiti di sesso maschile, dotata di sale da gioco, gallerie, biliardo, una piccionaia e casette per gli animali. Nella ex Villa Rosati, ribatezzata “Villa di Mezzogiorno”, furono ricavati lussuosi appartamentini riservati ai pazienti più danarosi. L’ex Villa Franchini–Taviani ospitò le pazienti femminili.

In questa struttura composita furono internati non solo pazienti ricchi ma anche alcuni illustri personaggi, come il poeta Severino Ferrari, amico di Giovanni Pascoli, che, in seguito al conclamarsi di una sifilide contratta da giovane, manifestò una nevrosi paralitica con sintomi psicotici, che gli impedì di occupare la cattedra di eloquenza dell’Università di Bologna a cui Carducci lo aveva designato. Lo sventurato poeta, che si accorgeva angosciato del progressivo deteriorarsi delle sue facoltà mentali (“temo che mi si sia rotta una molla nel cervello” scrisse in una lettera) finì ricoverato al manicomio di Collegigliato, dove si spense, a cinquant’anni, la vigilia di Natale del 1905.

Prigione della follia e della sofferenza, l’ex manicomio delle Ville Sbertoli, nella sua fatiscenza, evoca segregazione e dolore. Cavi elettrici collegati a sedie con blocchi per polsi e caviglie, marchingegni indefinibili che alludono a pratiche lievemente orrorifiche e di certo obsolete, tra bottiglie vuote, cartelle cliniche ammuffite sparse sul pavimento assieme a libri spaginati, tra cui gli opuscoli scritti dallo stesso dott. Agostino Sbertoli dai titoli così suggestivamente vetero-psichiatrici “Giusto valore delle cause morali della follia (o processo nosogenico)” e “Elettricità nelle paralisi”._MG_4298

Tremila pazienti furono ospitati negli ottanta anni in cui la clinica rimase privata. Altrettanti forse negli anni seguenti, fino alla chiusura. È presumibile che migliaia di fantasmi abitino oggi le stanze, sfiorando gli avanzi delle loro povere vite terrene._MG_4110

Quelle fastose scalinate, quelle volte ornate, eredità di lussi e di benessere delle ex ville Franchini-Taviani e Rosati, divennero lo scrigno prezioso che custodì per più di un secolo la pena di vivere di chi soffriva di disturbi mentali. Una malattia da scontare con una detenzione spesso a vita. Eppure la clinica era additata a modello di innovativa edilizia manicomiale, in quanto luogo che, grazie alla felice disposizione in mezzo a giardini allietati di piante esotiche e palme, non suscitava il senso opprimente della clausura.ville

Il prestigio della struttura sanitaria si accrebbe quando medici eminenti come Cesare Lombroso da Torino e Eugenio Tanzi da Firenze furono chiamati a consulto. Morto il fondatore Agostino Sbertoli nel 1898, la gestione del manicomio fu assunta dal figlio Nino, anch’egli psichiatra sul solco del padre.

6389578491_6451009154_bNel 1950 la clinica psichiatrica divenne pubblico col nuovo nome di Ospedale Neuropsichiatrico Provinciale. Il manicomio è tornato a dissimularsi dietro a una folta vegetazione inselvatichita dove fontane e gazebo vanno in malora. All’esterno sembra una semplice villa decaduta. All’interno serba particolari inquietanti._MG_4023

Nella ex Villa di Mezzogiorno si trova ancora una cappella sconsacrata con le panche e un altare che casca a pezzi. Negli altri padiglioni il buio custodito da finestre murate cela stanze vuote con ancora qualche lettino, schedari e una macchina elettrica per trattamenti elettroterapici. Servizi igienici ingombri di calcinacci con vasche incassate nelle pareti, che fanno pensare alla pratica dell’idroterapia. Metodi che oggi sembrano antiquati ma che all’epoca erano all’avanguardia. E poi il cuore nero dell’edificio: una stanza affrescata e decorata con stucchi, dove, sotto un enorme dipinto, spicca tetro un pianoforte sfasciato. Inevitabile che circolino racconti di testimoni che hanno udito le note di un pianoforte suonato da dita di fantasmi. Qualcuno si spinge ad assicurare che si tratta dello spirito del figlio del dottor Sbertoli che non ha mai lasciato il luogo della sua degenza.3444799583_1899642d56_z

Superbia aristocratica di ambienti offuscati dalla lugubre tristezza di una reclusione scontata senza colpe. Non sarà altro che immaginazione, ma come non figurarsi le urla laceranti degli schizofrenici, i gemiti dei dementi, le farneticazioni dei pazzi che sono passati per queste stanze?110_1dentist_monster

La Legge Basaglia del 1978 liberò i malati di mente e li fece diventare pazienti come tutti gli altri. Ma le ville furono lasciate nell’abbandono e nessuno osa più prenderle in considerazione come edifici abitabili, un po’ per mancanza di fondi, un po’ per quell’aura di maledizione e di malinconia che intride le mura dove tanta, troppa infelicità è stata contenuta.

Una fonte per le vicende della clinica è costituita da Andrea Ottanelli Le ville Sbertoli da Casa salute a Ospedale neuropsichiatrico provinciale,  Pacini Editore, 2014

 

 

 

 

 

 

 

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