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EXPO 2015: LA MACCHINA MITOLOGICA di Giuliano Spagnul

0Se ci fosse stato dato di poter salire sulla grande terrazza di copertura del padiglione Italia avremmo potuto godere di una vasta panoramica di tutta l’area Expo che ci avrebbe permesso di fare un’importante esperienza. L’esperienza di guardare e al contempo ricordare.

Tramite un accorto dosaggio di valori simbolici si è costruita una vera e propria, come avrebbe detto Furio Jesi, “macchina mitologica”, capace di far si che sia il guardare che il ricordare si trovino associati in una stessa operazione mentale ed emotiva. Se il mito è normalmente una promessa di originario, di farci credere che si possa cogliere l’origine, l’origine celtica del popolo padano ad esempio, la macchina mitologica è quello strumento costruito per farci soffermare sul contenuto del mito stesso e per far si che questo possa essere affermato o negato, distogliendoci, di conseguenza, dalle modalità di funzionamento della macchina stessa. La macchina mitologica in atto all’Expo 2015, forse già in fase di sperimentazione da qualche decennio in altri expo e situazioni simili, è capace di farci vedere qualcosa di nuovo e allo stesso tempo farci ricordare qualcosa che sta alle nostre origini. Ci parla della nostra origine senza fissarla, cristallizzarla in un mito prestabilito. E’ la promessa al ritorno a qualcosa che non può, per sua natura, che arretrare ancora di più e pertanto è promessa di un pensiero che deve essere ancora pensato. Direi che potrebbe calzare a pennello l’ossimoro cinematografico di ritorno al futuro. A un futuro che si rischiara solo alla luce di un’origine che si perde nel mistero essenziale, nell’essenza della vita.

Tramontati definitivamente i futuribili progressivi, chi terrà i fili di questo sofisticato meccanismo in via di costruzione, di cui expo è solo il prototipo in vetrina, potrà determinare le pratiche della nuova storia culturale del nostro pianeta. Ora noi non possiamo pensare di recidere questi fili o di poterne stare fuori, non rimanerne imbrigliati. Che ci piaccia o no ne facciamo parte. Possiamo pensare di costruire a nostra volta una macchina mitologica che tessa i fili di un nostro discorso. Possiamo pensare che la nostra verità sia migliore, più giusta. Le esperienze passate mi sembra abbiano dimostrato quanto sia vana questa pretesa, non solo perché una verità che si voglia imporre sopra le altre è sempre dispotica, ma anche perché questa verità per vincere, per imporsi deve essere composta della stessa materia, della stessa logica della verità a cui si vuole sostituire. Deve assumere le parole del potere che si vuole combattere per poterlo sconfiggere. L’altra strada è accettare la sfida del potere e combattere per creare distanza, resistenza, spazi di libertà. Non la libertà assoluta, astratta, che è quella del potere, ma la libertà che si contratta volta per volta nelle pratiche reali di resistenza al potere e di relazione con gli altri.

Non c’è vittoria, alla fine si muore tutti, ma c’è la vita che si vive e la lotta contro la schiavitù, contro chi decide dall’alto cosa devi fare, come devi vivere, quando e come morire. La vittoria è il movimento, la capacità di mutarci e mutandoci trasformare il mondo, continuamente e impedendone la cristallizzazione e di conseguenza la morte.

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