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L’INCUBO MUTO

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Ferenc Karinthy, Epepe, Traduzione di Laura Sgarioto, Adelphi, 2015, pp. 217

Un libro sponsorizzato da Emmanuel Carrére difficilmente può essere ignorato. Quindi, incuriosito dall’argomento e incoraggiato dai lusinghieri apprezzamenti dello scrittore francese, mi sono affrettato a leggere questo strano romanzo ungherese scritto alla fine degli anni ‘60. Il tema rientra nella grande categoria narrativa dell’uomo in trappola.

Il protagonista si trova in una situazione di pericolo potenzialmente mortale da cui non sa come uscire, aggravata all’estremo dal totale isolamento ed impotenza in cui è stato gettato da circostanze fortuite. Questa situazione claustrofobica ricorda ovviamente Kafka; più che “Il Processo” però richiama alla mente il racconto intitolato “La Tana” in cui un non meglio definito animale si trova braccato da un predatore invisibile all’interno dei cunicoli della sua tana sotterranea. E richiama anche L’uomo che guardava passare i treni di Simenon, in cui il protagonista, divenuto omicida per caso, fugge a Parigi dove conduce una vita erratica, braccato dalla polizia e da una banda criminale, sempre più in intrappolato in una situazione senza via di uscita.

Qui l’uomo in trappola è invece un distinto glottologo che si trova catapultato, da un combinazione sfortunata quanto improbabile di eventi, in un paese di cui ignora completamente la lingua. Un paradosso per un poliglotta come lui. Perduto in una metropoli babelica, vive come in un incubo una condizione che è tutt’assieme di solitudine, di segregazione, di esclusione dai rapporti umani, di semi-clandestinità e infine di emarginazione sempre più angosciosa e inesorabile.

735ef43df6ca98f5a0506cbe10b32bf9L’idea è eccellente, ma il trattamento tematico è alquanto convenzionale, debole per mancanza di individuazione e per una scarsa cura dei particolari. Le descrizioni e i moventi psicologici restano generici, spesso troppo scarni. Sono enunciati più che rappresentati e illuminati da penetrazione introspettiva. La raffigurazione della città assurda in cui è capitato il protagonista è apparentemente minuziosa, ma se si analizzano bene le frasi sembra di trovarsi di fronte a un repertorio, a un glossario di termini che ricorrono in urbanistica e in architettura. Non c’è un solo particolare che risulti davvero icastico e inconfondibile. Niente a che fare con l’esattezza circostanziata di Kafka, pur nella sua estrema rarefazione simbolica.

Così pure i ritratti dei personaggi e della folla che formicola nell’immenso e indecifrabile caos urbano della metropoli, in fin dei conti restano sommari, approssimativi e superficiali, nella loro apparente precisione, proprio per la genericità dei ragguagli. Per rendere credibile e davvero avvincente il racconto, occorreva una qualità analitica ben più accurata della sommarietà spesso troppo sintetica a cui si affida Ferenc Karinthy, pensando di cavarsela con lunghi elenchi di nature morte che non formano però mai un quadro.

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                                               George Grosz, Strada berlinese

E manca ancora una qualità per rendere questo interessante romanzo un piccolo capolavoro: il climax. Quando sembra che vi sia un aumento nell’intensità e nella suspence ecco che l’autore retrocede e si svaga in episodi inessenziali, ritorna sui suoi passi allentando la tensione e ripetendo il già detto senza una vera necessità narrativa. Il finale vorrebbe raggiungere una intensificazione drammatica, ricorrendo a scene di massa, con un ambizioso tono epico per raccontare la mancata rivoluzione. Ma per maneggiare efficacemente questa materia ardua ci volevano Tolstoj e Manzoni, non il povero Karinthy, che sa solo mettere in scena un elenco di situazioni tipo: assalti, cannoneggiamenti, ritirate, massacri, scontri. Tutti avvenimenti ed episodi interscambiabili, enumerati con termini che si adattano a ogni sollevazione popolare, buoni tanto per le insurrezioni europee del 1848 quanto per la rivoluzione ungherese del 1956 o per la Primavera di Praga del 1968. Non una scena che rimanga impressa per una caratteristica singolare o per un particolare unico che porti il marchio inconfondibile di una fantasia originale o di un ingegno personale. Un vero peccato dunque che una storia così interessante sia stata sviluppata con così poca considerazione per ciò che è peculiare e caratteristico, lasciandola affondare in una convenzionalità da pallida allegoria, proprio quando si trattava di dare nerbo e attendibilità a una vicenda di per sé inverosimile.

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