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007- DALLA RUSSIA CON AMORE

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Chi non ha mai letto i romanzi di Ian Fleming che hanno James Bond per protagonista e ha solo in mente vaghi ricordi di vecchi film, magari quelli girati prima che a incarnare 007 chiamassero David Craig, associa alla fascinosa spia dell’MI6 spericolate missioni portate a termine dopo una gara di diavolerie e marchingegni ipertecnologici, un carosello vertiginoso di macchinazioni e scaltrezze, di tranelli, stratagemmi, rischi mortali, inseguimenti mozzafiato, salvataggi in extremis, tutto a rotta di collo.

Nella versione cartacea di Fleming quel che davvero costituisce la peculiarità e il pregio di queste spy-story non sono tanto le azioni intricate di mosse e contromosse al cardiopalmo degli agenti segreti sguinzagliati sullo scacchiere della Guerra Fredda, ma le atmosfere di situazioni e di luoghi evocate in sequenze narrative, capaci di cogliere e mostrare, in selezionati e sagaci dettagli, tutto quanto può rendere emozionanti e coloriti gli avvenimenti narrati. Per essere dei romanzi d’azione, le storie originali di 007 indugiano con pacatezze e meticolosità a dipingere scene dove ogni particolare è scelto in base all’adeguatezza con cui riesce a trasmettere le sensazioni e gli effetti percettivi della realtà rappresentata, siano impressioni olfattive, tattili o cromatiche, oppure sentori e intuizioni più sottili che affiorano dietro le percezioni sensoriali. L’autore accarezza con compiacimento flemmatico la superfice delle cose e dei corpi, con un sensuoso gusto per la grana materica e per l’esito pittorico della descrizione. Tutto il contrario di quanto ci si aspetterebbe da una vicenda dove le vite e le morti dell’eroe, come pure dei suoi aiutanti e antagonisti, sono sempre legate a un filo; e le sorti si rovesciano all’ultimo momento con un fulmineo scatto di reni.

Ma i colpi di scena, gli espedienti e gli scampati pericoli, se esaminati a freddo, risultano piuttosto improbabili, aleatori e in genere deludenti, rispetto al concatenarsi di complicazioni che hanno condotto il protagonista in una trappola letale. Dalla Russia con amore è il massimo esempio di questa divaricazione tra la vera ispirazione di Fleming e il suo tributo al genere in cui si è volontariamente costretto. Per tre quarti del romanzo non succede gran che. Sono raccontate, prendendola alla larga, tutte le premesse dell’epilogo, con un gran scialo di sequenze inessenziali, per non dire affatto inutili, tra dacie con piscina, sfide a scacchi, riunioni segrete, minareti sul Bosforo, discorsi del più e del meno, disquisizioni vagamente razziste sui difetti dei vari popoli, un viaggio su wagon lit dell’Orient Express, sotterranei segreti invasi dai ratti, zingare che si accapigliano, sparatorie con banditi bulgari, camere d’albergo, fusoliere di aerei.007-from-russia-with-love

Tutto questo dispendio di accessori per arredare un plot striminzito e improbabile. La terribile SMERSH russa che ordisce, per vendetta, una trappola dove far cadere la migliore spia del servizio segreto rivale, ma secondo un piano assai poco plausibile e dagli scopi alquanto fumosi. Viene inviata una bellissima funzionaria che guarda caso somiglia a Greta Garbo, che recitò nel ruolo di spia sovietica nel suo penultimo film, Ninotchka del 1939. L’avvenente Tatiana Romanova deve fingersi invaghita di James Bond, pur avendolo visto solo in foto, al punto da essere disposta a tradire il suo Paese. Un’esca irresistibile per un donnaiolo come Bond, il quale si lascia irretire con una storiella cui non crederebbe un bambino e, nonostante il suo presunto cinismo e i suoi dubbi sulla veridicità della donna, se ne innamora. La loro è una vicenda di letti roventi, di temporeggiamenti, di va e vieni superflui in una Istanbul che fa tanto esotico, con qualche ammazzamento e bomba qua e là e un excursus del tutto pretestuoso tra il colorito mondo degli zingari, giusto per rimpolpare una trama un po’ irrisoria e arrivare al duello finale tra Bond e il sicario della SMERSH a bordo dell’Orient-Express; tanto per sollevare con un décor prestigioso il tono di una vicenda che stagna nell’andamento pedestre di un’immaginazione affaticata e in calo di zuccheri.

Caduta ulteriore e colpo di grazia alla già gracile plausibilità: dovendo dare il tempo al protagonista di ideare qualche trovata estrema per sfuggire all’assassino che sta per eliminarlo, Fleming non trova di meglio che far diventare loquace e persino arguto il sociopatico, psicotico, misantropo, rozzo, introverso, e finora laconico sicario Donovan Grant.

Non si può certo dire che si trovi nell’accuratezza della trama la qualità migliore di questo romanzo, sicuramente inferiore ai precedenti già ripubblicati da Adelphi (Casino Royale, Vivi e lascia morire, Moonraker, Una cascata di diamanti) per quanto riguarda compattezza tematica, consequenzialità degli eventi e penetrazione psicologica; all’altezza solo per quanto riguarda l’eleganza dei bozzetti e l’arabesco delle notazioni coloristiche e d’atmosfera. Bocchini d’avorio, sigarette accese nei momenti chiave, paesaggi intravisti in volo da un quadrimotore, hotel equivoci, spie eclettiche, slavi ambigui, macchinazioni balcaniche, telefonate in codice, immancabili degustazioni di liquori tipici e cocktail a base di vodka, succulenti pranzi sul vagone ristorante, confort internazionale su cui aleggia un vago alone minatorio.

Si direbbe che stavolta Fleming abbia attinto a piene mani da di quel grande evocatore di intrighi spionistici e cosmopoliti che fu Eric Ambler, che non a caso viene citato come lettura di chevet che James Bond si porta in valigia. Un omaggio al maestro britannico della spy story e un ammiccamento metaletterario al lettore devoto a questo genere che, nei suoi limiti di alto intrattenimento letterario, ha pur prodotto qualche esile ma longevo capolavoro.

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